Nietzsche, il riso e i grandi libri

Coloro che leggono Nietzsche senza ridere, e senza ridere molto, senza ridere spesso, colti talvolta da un fou rire, è come se non leggessero Nietzsche. Il che è vero non solo per Nietzsche, ma per tutti gli autori che compongono l’orizzonte della nostra controcultura. La nostra decadenza, la nostra degenerazione sono provate dal fatto che sentiamo sempre il bisogno di mostrare a tutti la nostra angoscia, la nostra solitudine, il nostro senso di colpa, il dramma della comunicazione, la nostra tragedia interiore. Ma anche Max Brod ricorda, ad esempio, come il pubblico fosse preso da fou rire nell’ascoltare Kafka che leggeva Il processo. E Beckett è davvero difficile leggerlo senza ridere, senza passare da un momento di gioia all’altro. Il riso è importante, non il significante. Il riso-schizo, o la gioia rivoluzionaria, è ciò che i grandi libri suscitano, invece delle nostre piccole angosce narcisistiche e del terrore per chissà quale colpa. Potremmo definire tutto questo «il comico del superumano», prodotto da una sorta di «clown di Dio». Dai grandi libri si sprigiona comunque sempre una gioia indescrivibile, anche quando parlano di cose brutte, disperanti, terribili. Ogni grande libro attua già una trasformazione, e produce la salute di domani. Non si può evitare di ridere quando si confondono tutti i codici. Una volta che il pensiero è entrato in rapporto con il fuori, si scatenano momenti di riso dionisiaco – è il pensiero all’aria aperta. A Nietzsche capita spesso di trovarsi dinanzi a qualcosa di disgustoso, ignobile, vomitevole. Ma egli in questi frangenti si mette a ridere e affonda il dito nella piaga. Dice a tutti noi: ancora uno sforzo, non è abbastanza disgustoso; oppure: è straordinario quanto sia disgustoso, è una meraviglia, un capolavoro, un fiore velenoso, finalmente «l’uomo incomincia a diventare interessante».

(Gilles Deleuze, “Nietzsche e la filosofia”)

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Quando il futuro scrive il presente

Nel saggio, ormai classico e anche un po’ vintage, di Nicholas Negroponte (co-fondatore assieme a Jerome Wiesner del MediaLab del MIT di Boston) “Essere digitali” a p. 91 ho trovato un’interessante annotazione a proposito della genesi di “2001: Odissea nello spazio” di Arthur C. Clarke:

Nel 1968 Arthur C. Clarke divise con Stanley Kubrick la designazione al premio Oscar per il film: 2001: Odissea nello spazio. Stranamente il film uscì prima del libro. Clarke fu così in grado di rivedere il suo manoscritto dopo aver visto la prima edizione del film (basata su una precedente versione della storia). In sostanza, Clarke potè simulare la sua storia e quindi perfezionarla. Egli fu in grado di vedere e sentire le sue idee prima di darle alla stampa.

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L’illustre favola dell’ispirazione

Leggo su L’Espresso (nell’articolo di Alessandro Agostinelli, pubblicato sul n. 32 del 15 agosto 2013) che Matteo Bianchi avrebbe scoperto che il famoso doppio settenario di Giuseppe Ungaretti «si sta come d’autunno / sugli alberi le foglie» sarebbe “ispirato” ai versi del ferrarese Corrado Govoni: «La morte insieme / come d’autunno d’ogni albero le foglie». A sua volta Govoni si sarebbe rifatto a Dante che nel terzo canto dell’Inferno dice: «Come d’autunno, si levan le foglie / l’una appresso dell’altra, infin che il ramo / rende alla terra tutte le sue spoglie». Però anche Dante avrebbe preso qualcosa dal sesto libro de L’Eneide di Virgilio: «Non tante foglie ne l’estremo autunno / per le selve cader, non tanti augelli / si veggono d’alto mar calarsi a terra, / quanti eran questi».

Gli italianisti parlano di riflessi fonici, cioè di tracce di versi letti che tornano nella scrittura di un poeta. Da anni mi ero accorto che in letteratura, e soprattutto in poesia, le criptocitazioni, cioè i riferimenti non consapevoli ad altre opere letterarie, sono abbastanza frequenti. Il che mi ha portato a credere che quello dell’ispirazione, e quindi dell’originalità, sia un’illustre favola, un mito romantico che dovrebbe essere smontato una volta per tutte.

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La letteratura come suono

Nei diari del 1950 di Jack Kerouac c’è un brano piuttosto divertente, tra il serio e il faceto, in cui lo scrittore prova a sintetizzare il senso di un’opera letteraria in un suono:

Nelle opere di Dostoevskij tutti continuano a dire “Hmm” a se stessi… questa è la chiave della sua concezione dell’uomo: “Hmm“. (Quali misteri racchiude?) (Cosa intende con questo gemito?) Mi chiedo se il mio suono personale in C & M fosse “Ah?“, “Ah?” il fondamento della mia visione. Come se dicessi: “So perfettamente cosa sta succedendo, ma fingerò di non averlo neanche sentito”. Al che Dusty risponde: “Hmm“. Qual è l’esclamazione di Balzac? Un giorno lo scoprirò. Magari è “Hup! Hup!“: il suono di tutti coloro che si buttano con entusiasmo nelle loro passioni e nei loro destini. Quella di Céline è una bestemmia e quella di Melville un fischio. Nelle opere di Twain la chiave è il termine “soddisfatto”. Nei romanzi di Céline, invece, è “Wah! Wah!” o “Hoik! Hoik!“.

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Storiella zen sull’email

L’e-mail è una cosa davvero buffa. Le persone ti mandano questi piccoli messaggi che non sono più pesanti di un ciottolo di fiume. Ma non ci vuol molto per accumulare un mucchio di sassolini più alto di te, e così pesante da non aver speranze di sollevarlo, anche facendo molti viaggi. Ma per la persona che ti ha dato il suo sassolino sembra oltraggioso che tu non possa fare i conti con quella piccola cosa. “Quale mucchio? È solo un sassolino!”.

(Merlin Mann, esperto di usabilità del software)