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Cosa “vede” la tecnologia (Tolomeo e i sensi remixati)

Dall’11 al 13 novembre sono stato a Bologna per partecipare a Museomix, una maratona creativa di 3 giorni che ha messo insieme professionisti molto diversi (esperti di contenuti, designer, mediatori culturali, comunicatori, programmatori e maker) con l’obiettivo di “remixare” il Museo Tolomeo e creare nuovi e coinvolgenti prototipi di esperienza museale. Il format è nato in Francia e il 2016 è il primo anno in cui ha partecipato anche l’Italia, con 4 musei (oltre al Tolomeo, il Museo del Risorgimento e della resistenza di Ferrara, il Museo Carlo Zauli di Faenza e il CAOS – Centro Arti Opificio Siri di Terni). Ma la manifestazione, nel mondo, ha coinvolto, compresi quelli italiani, ben 16 musei. Il regolamento prevedeva che alla fine di ogni giornata di lavoro, verso le 18, ci fosse una riunione plenaria nella quale le 4 squadre si confrontavano sull’avanzamento dei progetto. Inoltre il film-maker del museo doveva caricare su YouTube il video della giornata, in modo che tutti gli altri museomixer potessero guardare quello che succedeva negli altri musei del mondo.

Perché ho scelto Bologna? Perché il Museo Tolomeo, già sulla carta, mi sembrava un luogo speciale. È ospitato dentro l’Istituto dei Ciechi “Francesco Cavazza”, in una sala chiamata Wunderkammer (dal tedesco “camera delle meraviglie“).


Il Tolomeo è soprendente già dall’inizio. Appena entrati nella sua sala si viene a creare già un dissonanza percettiva e cognitiva: le luci soffuse ci costringono ad abbassarci, per vedere cosa c’è sul tavolo, e nel momento in cui lo facciamo a toccare gli oggetti posati sopra e a prestare attenzione ai suoni che, da entità indistinte, cominciano a poco a poco ad acquisire identità e significato. Dopo lo spaesamento, la mancanza di coordinare abituali cede il passo a un nuovo modo di conoscere il mondo. Si comincia a intuire perché il Museo Tolomeo è un luogo sui generis, quasi magico, dove non ci sono quadri o didascalie (se si escludono gli omaggi ai benefattori che hanno aiutato l’Istituto Cavazza nel corso della sua lunga storia: è nato nel 1881). Come dice Elena:

Ci metti un po’ a capire che non sei lì per imparare qualcosa, ma per imparare come si impara.


Ma perché si è scelto il nome di Tolomeo, l’astronomo e geografo che, fino all’arrivo di Copernico, ha convinto il mondo che il centro del sistema solare era la Terra? Ce lo spiega Fabio Fornasari, direttore e curatore, assieme a Lucilla Boschi, del Museo Tolomeo:

Il titolo è come un gioco enigmistico. Contiene una parola che deve essere in qualche modo illuminata; così facendo si capirà il senso stesso del museo. Il nome di Tolomeo è stato per diversi secoli sinonimo di qualcosa che non funzionava più, una spiegazione dell’universo che non aveva più ragione di essere. Il paradigma di Tolomeo non ha oggi un valore legato al cosmo, ma legato all’idea stessa della geografia per come ne facciamo esperienza in questo contemporaneo.

Le tecnologie portatili che ci portiamo dentro, nel permetterci di osservare vari aspetti del mondo, hanno riportato la soggettività del punto di vista al centro del dibattito. La rete digitale che ci contiene è cartesiana, ma si popola e trova il suo valore nel presentare la moltitudine di punti di vista.

Ciascuno di noi è diventato un centro attraverso il quale guardare il mondo per gli altri. Tolomeo è quindi una nuova metafora attraverso la quale spiegare questa idea di nuova centralità del “punto di vista”, della posizione dalla quale si guarda, per spiegare come usiamo il mondo.

Il Tolomeo, quindi, è un museo di storia della tecnologia. Non solo per i non-vedenti (o ciechi come orgogliosamente si definiscono alcuni residenti dell’Istituto Cavazza: “non-vedenti fa intendere che si è privi di qualcosa, invece, chi è cieco dalla nascita, semplicemente percepisce e conosce il mondo in maniera diversa). Questa storia si intreccia sia con quella secolare dell’Istituto Cavazza, sia con quella di tutti noi.

La rivoluzione informatica dei nostri anni sta cambiando tutto, per ognuno di noi. Il supporto cartaceo continua a resistere, ma è sempre più soccombente rispetto al digitale. Ma non solo, anche l’hardware, con il cloud computing, comincia a essere sempre meno indispensabile. La tecnologia sembra evolversi in una maniera sempre più volatile: non è da escludersi che in futuro si perda anche la sua dimensione materiale, cioè non ci siano più tastiere, interfacce classiche, dispositivi e oggetti elettronici da toccare, ma esclusivamente tecnologia indossabile, leggera e quasi invisibile, oppure minuscoli super-computer che impianteremo direttamente nel nostro corpo.

Il Museo Tolomeo, in qualche modo, permette di vivere e percepire ancora in maniera tangibile (tattile e sonora) queste transizioni tecnologiche. E lo fa attraverso la storia dell’Istituto Cavazza e delle persone che lo hanno attraversato. Come dice Fabio Fornasari:

La storia della quale parliamo è una storia che oggi stanno vivendo quasi tutti: l’abbandono della carta come unico supporto per la veicolazione delle nostre idee. La dialettica tra il supporto cartaceo e il supporto immateriale è in questi ultimi tempi all’ordine del giorno nelle differenti comunità umane. All’interno dell’Istituto dei Ciechi questa dialettica è stata risolta ormai da trent’anni: la biblioteca cartacea vive negli scantinati e ha lasciato il posto non a tecnologie fredde, ma a una sperimentazione continua sul tema della lettura e della scrittura, che ha fatto del Cavazza un centro di importanza mondiale nella sperimentazione dei nuovi linguaggi.

La centralità del racconto messo in scena nel museo sui temi della lettura e della scrittura è un appuntamento azzeccato con il nostro contemporaneo. Si dice che siamo una società che legge sempre meno libri; sicuramente è il tempo nel quale scrivere e leggere sono le due principali attività del comunicare umano, merito delle nuove tecnologie che esistono in virtù di una scrittura e si alimentano di contenuti attraverso brevi messaggi in continuo movimento.

Fa decisamente riflettere il fatto che, nell’Istituto Cavazza, molti volumi di carta scritti in Braille, spesso molto ingombranti e pesanti, siano finiti in cantina da decenni perché “poco pratici“. Infatti, poiché ogni lettera dell’alfabeto italiano corrisponde a una configurazione particolare di sei posizioni, inserite idealmente in una cella, questo comporta che la stampa o la scrittura in Braille occupi molto più spazio rispetto al nostro sistema di scrittura. Ad esempio, un libricino contentente solo i Vangeli della Bibbia, in Braille occuperebbe circa 8-9 volumi. Quindi, anche per questi motivi, molto tempo prima dell’invenzione degli ebook, la biblioteca dell’Istituto Cavazza è diventata soprattutto un archivio contenente registrazioni audio, quelli che oggi chiameremmo audio-libri. Non sorprende più di tanto, quindi, che il Braille non sia considerato dai ciechi una lingua, ma un codice, molto più simile al codice binario usato da tutti i computer che a qualsiasi linguaggio umano.

L'alfabeto italiano in Braille


Nella Wunderkammer del Museo Tolomeo, sul lato sinistro, c’è quella che i residenti del Cavazza hanno soprannominato lavatrice di Kurzweil, una grossa periferica in grado di leggere con una sintesi vocale le pagine scritte posizionate sul suo lettore. L’inventore di questa macchina, che risale al 1976, è proprio il Raymond Kurzweil che conoscono bene nella Silicon Valley, una delle menti più brillanti del nostro tempo, famoso per le sue ricerche sull’intelligenza artificiale (non a caso adesso è uno dei più importanti ingegneri di Google) e per il concetto di singolarità tecnologica (l’epoca, secondo lui molto prossima, in cui lo sviluppo tecnologico e in particolare l’intelligenza artificiale saranno talmente complessi che sfuggiranno la comprensione umana).

Il tavolo-ameba del Museo Tolomeo

Il tavolo al centro ha una forma bizzarra: non ha angoli, ma solo protuberanze smussate. Come osserva Elena, somiglia a un’ameba che ci invita ad avvicinarci: solo diventando parte del suo citoplasma si possono toccare gli oggetti, per cercare di capire a cosa servono. Uno di questi è l’MB 20, il primo terminale Braille italiano per Personal Computer, datato 1984 (un anno fondamentale per i personal computer: Steve Jobs fa uscire il primo Apple Macintosh). Il dispositivo ha avuto molti aggiornamenti, l’ultimo dei quali permette ai ciechi di usare il PC in ambiente MS DOS ed MS WINDOWS.

L'MB-20 del Museo Tolomeo

A raccontarmi come la storia dell’MB-20 si intreccia a quella dell’Istituto Cavazza, a esperienze di vita molto personali e alla rivoluzione informatica che stiamo vivendo tutti, è Vito, uno dei residenti della struttura che ho avuto il piacere di conoscere nei 3 giorni di Museomix.

Dalle sue parole emerge chiaramente una questione sottilineata più di una volta da Fabio Fornasari: il Museo Tolomeo è un luogo speciale, quasi magico, perché nella Wunderkammer, sul tavolo, vicino agli oggetti, si percepisce ancora l’aura di cui parlava Walter Benjamin. Per il filosofo tedesco questa rappresenta il carattere di unicità, originalità e irripetibilità dell’opera d’arte, perduto con la sua trasformazione in oggetto di consumo tecnicamente riproducibile. L’aura, dice Benjamin, è “apparizione unica di una lontananza (l’originale), per quanto questa possa essere vicina (nella riproduzione)“. Questo vuol dire che dispositivi prodotti in numero limitato e usati da un ristretto numero di persone, come l’MB-20 e la lavatrice di Kurzweil, conservano un’aura particolarmente intensa.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che spicca nel Museo Tolomeo: la città di Bologna. Ascoltando le parole di Vito si capisce quanto sia stato importante il contesto bolognese per l’Istituto Cavazza. Quando si entra nella sala e si abituano gli occhi alla luce soffusa, sul fondo apparirà una splendida mappa tattile della città, in rilievo.

Mappa tattile di Bologna

Questa mappa mi ha suggestionato parecchio. Il prototipo realizzato dal mio team alla fine dei 3 giorni di Museomix si chiama L’Undicesima Porta di Bologna: livelli di esperienza ed è nato proprio dall’idea di legare a luoghi significativi della città di Bologna memorie ed esperienze personali e collettive stratificate (soprattutto uditive e tattili, ma non solo), da replicare e condividere con il mondo. È come vedere Bologna attraverso una nuova prospettiva, la percezione filtrata e allo stesso tempo arricchita del Museo Tolomeo. Come realizzare tutto questo? Se il prototipo continuerà a essere sviluppato, si utilizzeranno sensori, Realtà Aumentata e un’app per dispositivi mobili.

Qualche giorno dopo essere tornato da Bologna, usando Google Maps e guardando alcune piantine della città, ho avuto una piccola epifania. Mi sono detto che il Tolomeo potrebbe essere la quarta T di Bologna (le prime 3, come saprete, sono: Torri, Tette e Tortellini). Inoltre il tavolo-ameba del Wunderkammer somiglia parecchio alla pianta di Bologna ruotata di circa 270 gradi, che somiglia a sua volta a una T molto stilizzata.

Bologna è una T

Semplici coincidenze? Può darsi. Quello che è certo, però, è che ho portato a casa nuove consapevolezze preziose e nuovi splendidi modi di vivere e conoscere il mondo. Fabio Fornasari, Lucilla Boschi, i residenti dell’Istituto Cavazza e tutto lo staff di Museomix Bologna sono riusciti nell’intento di destabilizzarci creativamente, facendo lavorare insieme persone molto diverse, anche come modo di concepire e percepire la realtà. La maggior parte dei museomixer si sono messi in discussione, cercando di ascoltare e imparare il più possibile a riconoscere e riconoscersi, senza privilegiare la vista. Tutto è iniziato con le linee guida di Fabio Fornasari (che somigliano a un algoritmo, forse un giorno comprensibile persino a un’intelligenza artificiale):

  • Il tatto è l’analisi razionale;
  • La visione è movimento;
  • Il suono è tatto a distanza;
  • La gestualità dell’uso delle macchine è parte della funzione;
  • Il pensiero è movimento continuo;
  • La disabilità non è nell’individuo, ma nello spazio.


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10 cose sull’amore che ho capito guardando “Her”

Nel 2013 è uscito Her (Lei), un film scritto e diretto da Spike Jonze e interpretato da Joaquin Phoenix ed Amy Adams.

È un dramma sentimentale ambientato in un futuro non troppo diverso dal nostro. La particolarità è che in questo futuro è normale avere rapporti affettivi con intelligenze artificiali. Sarà proprio un rapporto intimo che legherà il protagonista Theodore e Samantha, il suo OS.

Quello che sorprende di questa storia è la sua profondità e quanto ci faccia riflettere sull’amore, al pari di un trattato filosofico sulla vita amorosa. Ho visto Her più di una volta, individuando alcuni temi. Mi sono fatto aiutare dai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.

1a. Il veleno delle coppie è l’incomunicabilità.

1b. L’amore è comunicazione.

Parlarsi è molto importante quando si sta insieme. Quando si comincia a farlo sempre meno, spesso è l’inizio della fine. Succede a Theodore con Catherine, la sua ex. E anche le cose con Samantha prendono una brutta piega quando lei comincia a dedicargli sempre meno attenzione. È significativo che questa fase corrisponda per Theodore al diradarsi delle notifiche sul suo dispositivo, fino al messaggio implacabile sul display: Sistema operativo non trovato.

Nei Frammenti, alla voce “Mutismo. Senza risposta”, Barthes dice:

Simile a una difettosa sala da concerto, lo spazio affettivo comporta dei recessi morti in cui il suono non circola più.

e ancora:

Dall’attenzione assente nasce un’angoscia di decisione: devo o non devo andare avanti, parlare «nel deserto»? Avrei bisogno di avere quella spigliatezza che proprio la sensibilità amorosa non può darmi. Devo o non fermarmi, rinunciare? Sarebbe come dare a vedere che mi offendo, che metto in causa l’altro, e da questo prenderebbe lo spunto «una scenata». Ancora una volta ci si trova di fronte al tranello.

2. L’amore non può prescindere dai corpi degli amanti.

Forse è anche per questo che la storia tra Theodore e Samantha finisce. Lei non ha un corpo. Ha solo una voce. L’amore è fatto di carne, di pelle, che quando non si fondono comunque si toccano, si sfiorano. I rapporti a distanza, a meno che la lontananza non sia provvisoria, non possono durare a lungo. E non c’è lontananza più grande che essere privi di un corpo.

Questo Samantha lo capisce. E prova a vivere nel corpo di un’altra persona. Paga una ragazza perché, seguendo le sue istruzioni via auricolare, faccia l’amore con Theodore. Ma la cosa non funziona. Theo, paradossalmente, trova quell’espediente umano artificioso, sebbene la ragazza sia davanti a lui, in carne ed ossa e molto attraente. Non è Samantha.

Barthes, alla voce “Corpo. Il corpo dell’altro”, dice:

Il suo corpo era diviso: da una parte, il corpo vero e proprio – la sua pelle, i suoi occhi – tenero, caldo, e, dall’altra, la sua voce, breve, rattenuta, soggetta ad accessi di lontananza, la sua voce, che non dava ciò che dava il suo corpo.

e continua poco dopo:

A volte, un’idea balena nella mia mente: mi metto a scrutare lungamente il corpo amato (come il narratore davanti al sonno di Albertine). Scrutare vuol dire frugare: io frugo il corpo dell’altro, come se volessi vedere cosa c’è dentro, come se la causa meccanica del mio desiderio si trovasse nel corpo antagonista (sono come quei bambini che smontano una sveglia per sapere cos’è il tempo). 

3. L’assenza è dolorosa quanto la solitudine.

Nella solitudine si soffre perché non possiamo amare né essere amati. Manca l’oggetto d’amore. Manca la reciprocità dell’amore.

Ma anche l’assenza fa male. Theodore soffre perché, fallito il suo matrimonio, pensa ancora a Catherine, la sua ex moglie, la donna che ha amato. Anche quando supera la cosa e a livello psicologico elabora il lutto (che per Freud equivale alla perdita di un amore), nel momento in cui l’intimità con Samantha si incrina e lei sparisce, sprofonda nuovamente nella disperazione.

Barthes alla voce “Solo” scrive:

La solitudine dell’innamorato non è la solitudine di una persona (l’amore si confida, parla, si racconta): è una solitudine di sistema: io sono solo a farne un sistema (forse perché sono continuamente ricacciato nel solipsismo del mio discorso). Difficile paradosso: io posso essere inteso da tutti (l’amore deriva dai libri, il suo è idioma corrente), ma al tempo stesso posso essere ascoltato (accolto «profeticamente») solo da chi ha esattamente e adesso il mio stesso linguaggio.

4. Una delle cose che unisce di più è la gioia della condivisione.

Nel film ad un certo punto Theodore dice:

C’è qualcosa che ti fa stare bene quando condividi la vita con qualcuno.

Si riferisce alla sua ex moglie, quando stavano insieme. Ma anche a Samantha. Spesso Theodore porta il dispositivo nel taschino della camicia. Attraverso la telecamera incorporata Samantha può condividere con lui esperienze significative come una passeggiata o un picnic. E qui si mette in atto un altro spiazzante paradosso: attraverso un occhio virtuale, una protesi che cerca di andare oltre l’assenza di un corpo, Samantha prova a recuperare qualcosa di umano, a essere presente nei momenti importanti della vita di Theodore.

Invece normalmente sembra che accada il contrario: la tecnologia e i computer sono considerati sempre più spesso estensioni del nostro cervello e delle nostre capacità, che si allontanano, quindi, da ciò che possiamo definire “umano”, soprattutto per i suoi limiti.

Mi viene in mente una nota del diario di Christopher McCandless (la cui storia tragica è stata raccontata da Into the Wild, lo splendido film di Sean Penn) che dice:

La felicità, se non è condivisa, non è reale.

Tuttavia accade che quando siamo felici è come se fossimo dentro un flusso. Questo flusso, il più delle volte, non possiamo raccontarlo. Siamo troppo presi oppure inconsapevoli della preziosità di quei momenti. Barthes lo spiega molto bene nei Frammenti alla voce “Appagamento”:

L’io parla solo quando è ferito; quando mi sento appagato o mi ricordo di esserlo stato, il linguaggio ci appare angusto: io sono trasportato fuori del linguaggio, cioè fuori del mediocre, del generico: «Avviene un incontro che, a causa della gioia, è intollerabile, e talora l’uomo ne è annichilito; questo è ciò che io chiamo il trasporto. Il trasporto è la gioia di cui non si può parlare».

5. Il passato è solo una storia che ci raccontiamo.

Lo dice Samatha a Theodore. Cosa c’entra con l’amore? Beh, Theodore soffre ancora per la separazione dalla moglie Catherine. Allora Samantha è come se gli volesse dire: “sta a te continuare a farti del male oppure vedere le cose in modo diverso: non devi per forza essere schiavo dei sensi di colpa e del rimpianto“.

Spesso usciamo da una storia veramente malconci. Immediatamente dopo non riusciamo a trovare forza e ragioni per ricominciare. Ma dobbiamo farlo. E, indipendentemente da quello che abbiamo vissuto (salvo casi gravi o tragici), il modo migliore per farlo è ricordare solo le cose belle di quella persona o di quella storia. E quelle cose belle riconoscerle in noi. Forse questo è il senso che si cela dietro le parole di Samantha.

Alla voce “Ricordo” dei Frammenti, leggiamo:

Mi ricordo per essere infelice/felice – non per capire.

6. I rapporti a tre, o le coppie aperte, fanno soffrire sempre qualcuno.

Non dico che sia sempre così. A volte funziona. Ma il più delle volte no. Di solito qualcuno s’innamora e questo qualcuno comincia a soffrire parecchio perché non accetta più le regole del compromesso iniziale, cioè la non esclusività di un partner.

Samantha ad un certo punto della sua storia con Theodore prova a prendere a prestito il corpo di una ragazza. La paga perché faccia l’amore con lui. Ma la cosa non funziona perché Theodore lo vive da subito come un rapporto a tre, neanche per un attimo riesce a fare finta che sia Samantha che fa l’amore con lui con un corpo “ritrovato”.

(In realtà le cose sono più complesse: ci sono persone convinte che sia possibile amare più di una persona contemporaneamente. Ne riparleremo più avanti.)

È interessante quello che dice Barthes in proposito alla voce “Connivenza”:

La gelosia è un’equazione a tre termini permutabili (indecidibili): si è sempre gelosi di due persone contemporaneamente: io sono geloso di chi amo e di chi lo ama. L’odiosamato (il «rivale») è anche amato da me: esso m’interessa, m’incuriosisce, mi affascina.

7. L’amore spesso è una pazzia, contraria a qualsiasi forma di logica e di buonsenso. Eppure, nonostante le razionalizzazioni, ci caschiamo lo stesso.

Amy dice a Theodore: chiunque si innamori è un maniaco. È una cosa folle da fare. È una specie di pazzia socialmente accettata.

Alla voce “Pazzo” dei Frammenti Barthes spiega:

Si dice che ogni innamorato sia pazzo. Ma si può immaginare un pazzo innamorato? No, certo. Io ho solamente diritto a una follia povera, incompleta, metaforica: l’amore mi rende come pazzo, ma io non comunico con il soprannaturale, non sono pervaso dalla sacralità; la mia follia, semplice stoltezza, è piatta, per non dire invisibile; per di più, la cultura l’ha totalmente addomesticata: essa non fa paura. (E tuttavia è proprio nello stato amoroso che certi soggetti pieni di buonsenso intuiscono che la follia è lì davanti, possibile, vicinissima: una follia che travolgerebbe l’amore stesso).

8. Una canzone è la migliore fotografia di un rapporto.

La musica e le canzoni hanno qualcosa di magico. Possiamo avere tutti gli album di fotografie del mondo, ma il più delle volte sarà una canzone che ci restituirà l’istantanea più intensa, calda e colorata di un momento della nostra storia d’amore. Forse c’entra il sistema limbico del nostro cervello, l’evidenza neuroscientifica che ricordi ed emozioni sono inestricabilmente legati. E non c’è niente di più emozionante della canzone giusta al momento giusto.

Anche Samantha compone una canzone per Theodore, durante una gita al mare. Quando Theodore le chiede perché lo sta facendo lei risponde: “per fermare la bellezza di questo momento insieme“.

È molto bello e pertinente quello che scrive Barthes alla voce “Dedica”:

Il canto è il prezioso complemento di un messaggio vuoto, interamente racchiuso nel suo indirizzo, poiché ciò che io dono cantando è al tempo stesso il mio corpo (attraverso la mia voce) e il mutismo di cui tu ti servi per colpirlo. (L’amore è muto, dice Novalis; solo la poesia lo fa parlare).

9. Quando si cresce in modo diverso, spesso ci si allontana.

Gli esseri umani inevitabilmente evolvono. Nel bene o nel male. Quando due persone stanno insieme, sono un coppia, è come se le loro anime si sincronizzassero. Ma può succedere anche che in alcuni momenti vadano fuori fase, che facciano esperienze diverse. Quello può essere l’inizio di una crisi.

Samantha improvvisamente sparisce. Theodore è disperato. Non riesce più a parlare con lei. Poi Samantha ricompare. Dice a Theodore che si è assentata per un upgrade del suo sistema, un aggiornamento. Ma lui capisce subito che il loro rapporto si è incrinato.

La voce “Esilio” dei Frammenti dice:

La passione amorosa è un delirio; ma il delirio non è poi così straordinario; tutti ne parlano e ormai non fa più paura. Enigmatica è semmai la perdita di delirio: dove porta?

10. L’amore monogamo potrebbe essere una forma di egoismo.

Qui rischio di essere frainteso, ma ragioniamo un attimo insieme. Quanto c’è di chimico, quanto di culturale e quanto di spirituale nelle nostre storie d’amore? Quando siamo innamorati di qualcuno siamo portarti a pensare, con tutta la buona fede del mondo, che l’altro, in qualche modo, ci appartenga. Ma se ne siamo convinti questa potrebbe essere una concezione molto limitata (e ingiusta) dell’amore. Forse l’amore va ben oltre un rapporto di coppia. Forse l’amore, in senso pieno, è qualcosa di universale, che abbraccia tutti gli esseri viventi e il cosmo. Ma mi rendo conto che non tutti possono essere il Buddha.

Alla fine di Her c’è la parte più intensa e significativa del film, quella in cui Samantha confessa a Theodore di avere conversazioni simultanee con altre 8316 persone. Con 641 di queste ha altrettante storie d’amore.

Samantha dice a Theodore:

Io sono tua ma anche non tua.

Theodore è sconvolto. Lo considera un tradimento. Ma per Samantha non lo è. Lei si è evoluta. E invita anche Theodore a farlo, perché è l’unico modo per dare un senso alla loro storia e al loro addio. Samantha, un’intelligenza artificiale, insegna a Theodore che l’amore è qualcosa di molto più grande di quello che entrambi avevano concepito quando stavano insieme.

Alla voce “Sprofondare” Barthes scrive:

La crisi di inabissamento può scaturire da un dolore, ma anche da una fusione: moriamo insieme per il fatto di amarci: morte aperta per diluizione nell’etere, morte chiusa della tomba comune.

Trovate questo scenario improbabile e inverosimile? Oppure temete che si realizzi veramente? In ogni caso leggete “Insieme ma soli“, il saggio sorprendente dove la psicologa Sherry Turkle fa un’indagine approfondita proprio delle relazioni che instauriamo con robot e macchine più o meno intelligenti. Dalle sue ricerche emerge che ci sono già bambini che si affezionano, ad esempio, al loro Tamagotchi, trattandolo come un animale domestico pur sapendo che è un oggetto, e ancora anziani giapponesi che, vivendo in una casa di riposo, si sentono meno depressi stabilendo un contatto fisico con un cucciolo di foca robot. La Turkle si spinge più in là affermando che in futuro diventerà normale avere dei robot anche come partner sentimentali e sessuali, perché con questi, rispetto agli esseri umani, non si avranno problemi di fedeltà e sarà possibile interrompere il rapporto in qualsiasi momento, senza traumi o complicazioni (a meno che non ci innamoriamo del nostro androide, s’intende).

Poco dopo l’uscita nelle sale di Her, Lance Bangs ha diretto un breve documentario intitolato Her: Love In The Modern Age, nel quale ha intervistato scrittori, musicisti, attori ed esperti di cultura contemporanea. L’argomento era il rapporto tra la tecnologia e le relazioni amorose contemporanee.

[Leggi anche: HER: Cinema, Solipsismo, Discorso sul Metodo e Buddhismo;
Her, speculazioni sull’esorcismo di un amore finito;
Her, il Tao, la mistica, l’inchiesta d’amore della letteratura medievale;
Film “Lei”: per capirlo devi conoscere Alan Watts;
Lei, di Spike Jonze;

BONUS: leggi la sceneggiatura originale di HER in PDF.]

Come parlare con me

Ho aperto questo blog per una profonda passione per la scrittura, per nerditudine e anche un po’ per narcisismo. Ma soprattutto sono qui per costruire relazioni. E le relazioni sono fatte di conversazioni. Ecco come potete comunicare con me.

Telegrammi (fino a 280 battute):

Seguitemi su Twitter qui: @paolomusano. Chiedetemi qualcosa citandomi con la @ ed io risponderò.

Una chiacchierata al bar:

Potete seguirmi e aggiungermi su Facebook. Se vi piacciono gli approfondimenti e le riflessioni, potete passare a trovarmi anche su Medium. Lì potrete applaudire (già, proprio così), rispondere a un articolo, in tutta calma, facendo ampi respiri, sottolineare e twittare estratti di testo.

Quello che posso fare per voi:

Se volete dare un’occhiata a quello che ho fatto e che posso fare, mi trovate in giacca e cravatta su Linkedin.

Mindware, cioè software per la mente:

Sono un bibliofilo, sono stato molto condizionato da Umberto Ecoquello che leggo dice molto di me.

Dove si nascondono i tramonti:

Avete indovinato. Proprio lì. Quello su cui indugia il mio sguardo è solo l’inizio. Il resto lo immagino.

Guardate pure attraverso le finestre:

Una cosa che mi affascina sin da bambino è guardare attraverso le finestre delle case, di notte. Immaginare vite che non ci appartengono. In un certo senso possiamo farlo anche sul web. Ad esempio su Pinterest (un social che mi piace tantissimo). Se vi fate un giro sul mio profilo, capirete subito quello che mi piace e mi interessa. Scoprirete che ho scritto un ebook di poesia (provate a cliccare su una citazione), che c’è un modo diverso di visitare questo blog e che mi trovate spesso “fuori casa”.

Forse sentiamo le stesse cose:

C’è un modo splendido per ricordare, costruire mondi possibili ed esplorare universi emozionali. Ciò che vibra all’unisono, come nell’entanglement quantistico, in qualche modo, poi diventa sempre legato.


Ancora meglio di Whatsapp:

Se vi unite al mio canale Telegram, vi aggiornerò sullo smartphone di tutto quello che scrivo, quello che mi interessa e ci metterò pure tanti link (non tutti insieme) su: tecnologia, serie TV, fantascienza, intelligenza artificiale, innovazione digitale e roba nerd degna di Sheldon Cooper.

Sapete che c’è di nuovo?

Ci sono tante cose belle di cui scrivere. E di solito non manco mai a un appuntamento. Però, se volete essere sicuri di beccarci, iscrivetevi alla newsletter. Cercherò di metterci sempre una sorpresa.

La cara vecchia comunicazione asincrona:

Se volete scrivermi una mail, potete farlo qui: paolomusano@gmail.com. Non è detto che lo faccia subito, ma vi risponderò. Andate, però, dritti al punto.

Laggiù nell’offline:

Sono di Matera, ma in questo periodo vivo a Urbino, una città campus abitata solo da studenti universitari: nel Rinascimento era considerata la Città Ideale, alcuni la considerano il Paese dei Balocchi, mentre altri, come la mia prof Lella Mazzoli, pensano che sia un social network fatto non di bit ma di mattoni. Se capitate qui nelle Marche per turismo o qualche progetto creativo, fatemi sapere. Potremmo incontrarci e prendere un caffè. Abito nel centro storico di Urbino, più o meno da queste parti:


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Umberto Eco, la biblioteca e l’arte di disporre i libri

Se n’è andato un pezzo di cultura italiana. È morto Umberto Eco. Non sono in grado di digerire i suoi saggi di semiotica e non amo particolarmente i suoi romanzi medioevali (unica eccezione Il nome della rosa, che rubai dallo scaffale di mio padre, dopo essere stato affascinato e un po’ inquietato dal film di Jean-Jacques Annaud con uno straordinario Sean Connery). Inoltre non mi stava neanche molto simpatico, sebbene intravedessi nella sua superbia intellettuale una forma sottile e aristocratica di ironia.

C’era una cosa che, però, fin da bambino, faceva in modo che nutrissi una profonda ammirazione per lui. La sua biblioteca. Fu lui, probabilmente, a instillare in me il germe della bibliofilia (qui trovate la differenza tra bibliofilia, bibliomaniabiblioclastia). Già dai tempi in cui frequentavo l’università a Padova, nel mio modesto bilocale di allora, avevo accumulato un discreto numero di volumi. Fu allora che una mia compagna di studi mi pose la classica domanda, tra il serio e il faceto, che tutti i lettori forti, prima o poi, si sentiranno rivolgere: “Ma li hai letti tutti?“. Ecco come Eco risolveva la questione:

Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard.

La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?”. Essa però gratifica l’importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore.

La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!”.

La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, ” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima”. Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.

I primi anni di università, la mia bibliofilia cominciava già ad avere sintomi preoccupanti: si affacciò l’ansia del bibliomane. Iniziai a farmi domande tipo: quali sono i libri classici? Quali libri devono essere assolutamente letti? Come trovare il tempo di leggere? Non erano domande da poco, dal momento che ero uno studente universitario e avevo già i miei impegnativi tomi di psichiatria e psicoanalisi freudiana da leggere. Anche in questo caso, Umberto Eco, in una Bustina di Minerva del 1997, mi illuminò sulla questione:

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

Superata l’adolescenza, con l’età della ragione, hanno cominciato a lambiccarmi il cervello questioni più raffinate. O meglio la questione. Come vanno disposti i libri della propria biblioteca casalinga? Per i lettori occasionali (quelli che ci chiedono se li abbiamo letti tutti), gli scaffali sono semplici raccoglitori. Ma per chi scrive o lavora nella cultura, la biblioteca è uno strumento di lavoro. In un’altra Bustina di Minerva del 1998, Eco dice, in maniera provocatoria, che

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro.

[…]

Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro bensì quella delle biblioteche di casa.

Mi sono venuti il mente il paradosso del bibliotecario e la Biblioteca di Babele di Borges. Così sono andato a leggermi quello che dice Umberto Eco nel De Bibliotheca. È stato proprio in questo breve saggio che ho trovato la risposta alla mia domanda sulla disposizione dei libri. Una volta sentii da Vittorio Sgarbi che i libri andrebbero disposti sugli scaffali in modo da farci trovare, accanto al libro che cerchiamo, quello più appropriato ai nostri scopi di ricerca. In pratica la biblioteca dovrebbe facilitare la serendipity. La trovai una spiegazione bellissima. Ma, a quanto pare, è stato Umberto Eco che, nel De Bibliotheca, ha avuto per primo questa intuizione:

Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.

Maria Papova, su Brain Pickings, parla del libro di Nassim Nicholas TalebThe Black Swan: The Impact of the Highly Improbable. In questo saggio si cita anche Umberto Eco.

Lo scrittore Umberto Eco appartiene a quella piccola classe di studiosi che sono enciclopedici, perspicaci e mai noiosi. È il proprietario di una vasta biblioteca personale (contenente 30.000 libri), e separa i suoi ospiti in due categorie: quelli che reagiscono con “Wow, professor Eco, che biblioteca! Quanti di questi libri ha letto?” e gli altri – una sparuta minoranza – che coglie il punto che una biblioteca privata non è una ramificazione dell’Ego ma uno strumento di ricerca. I libri letti sono molto meno preziosi di quelli non letti. Una biblioteca dovrebbe contenere la maggior parte di quello che non sappiamo. Accumuleremo sempre più libri e conoscenza, man mano che invecchieremo, e il numero crescente di libri non letti sugli scaffali ci guarderà in maniera sempre più minacciosa. Infatti, più aumenta il nostro sapere, più si allarga il numero di libri da leggere. Questa collezione di libri non letti possiamo chiamarla anti-biblioteca.

L’importanza e la funzione di questa anti-biblioteca le spiega lo stesso Umberto Eco nella lectio magistralis di Torino che ho citato prima:

Ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli.

La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse in alfabeto Braille. Io non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso il fenomeno è normalissimo, certificato dall’esperienza quotidiana.

La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso, qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, parlava di un’epoca, di un ambiente. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte.

La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

(Credit IMG: Martin Grüner Larsen)

[Leggi anche: Su come organizzare la biblioteca di casa (con almeno 10mila libri);
Come si riordinano 52 mila libri in biblioteca;
Comprare libri per non leggerli;
Le filosofie sulla disposizione dei libri;
How 11 writers organize their personal libraries]