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Umberto Eco, la biblioteca e l’arte di disporre i libri

Se n’è andato un pezzo di cultura italiana. È morto Umberto Eco. Non sono in grado di digerire i suoi saggi di semiotica e non amo particolarmente i suoi romanzi medioevali (unica eccezione Il nome della rosa, che rubai dallo scaffale di mio padre, dopo essere stato affascinato e un po’ inquietato dal film di Jean-Jacques Annaud con uno straordinario Sean Connery). Inoltre non mi stava neanche molto simpatico, sebbene intravedessi nella sua superbia intellettuale una forma sottile e aristocratica di ironia.

C’era una cosa che, però, fin da bambino, faceva in modo che nutrissi una profonda ammirazione per lui. La sua biblioteca. Fu lui, probabilmente, a instillare in me il germe della bibliofilia (qui trovate la differenza tra bibliofilia, bibliomaniabiblioclastia). Già dai tempi in cui frequentavo l’università a Padova, nel mio modesto bilocale di allora, avevo accumulato un discreto numero di volumi. Fu allora che una mia compagna di studi mi pose la classica domanda, tra il serio e il faceto, che tutti i lettori forti, prima o poi, si sentiranno rivolgere: “Ma li hai letti tutti?“. Ecco come Eco risolveva la questione:

Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard.

La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?”. Essa però gratifica l’importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore.

La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!”.

La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, ” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima”. Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.

I primi anni di università, la mia bibliofilia cominciava già ad avere sintomi preoccupanti: si affacciò l’ansia del bibliomane. Iniziai a farmi domande tipo: quali sono i libri classici? Quali libri devono essere assolutamente letti? Come trovare il tempo di leggere? Non erano domande da poco, dal momento che ero uno studente universitario e avevo già i miei impegnativi tomi di psichiatria e psicoanalisi freudiana da leggere. Anche in questo caso, Umberto Eco, in una Bustina di Minerva del 1997, mi illuminò sulla questione:

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

Superata l’adolescenza, con l’età della ragione, hanno cominciato a lambiccarmi il cervello questioni più raffinate. O meglio la questione. Come vanno disposti i libri della propria biblioteca casalinga? Per i lettori occasionali (quelli che ci chiedono se li abbiamo letti tutti), gli scaffali sono semplici raccoglitori. Ma per chi scrive o lavora nella cultura, la biblioteca è uno strumento di lavoro. In un’altra Bustina di Minerva del 1998, Eco dice, in maniera provocatoria, che

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro.

[…]

Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro bensì quella delle biblioteche di casa.

Mi sono venuti il mente il paradosso del bibliotecario e la Biblioteca di Babele di Borges. Così sono andato a leggermi quello che dice Umberto Eco nel De Bibliotheca. È stato proprio in questo breve saggio che ho trovato la risposta alla mia domanda sulla disposizione dei libri. Una volta sentii da Vittorio Sgarbi che i libri andrebbero disposti sugli scaffali in modo da farci trovare, accanto al libro che cerchiamo, quello più appropriato ai nostri scopi di ricerca. In pratica la biblioteca dovrebbe facilitare la serendipity. La trovai una spiegazione bellissima. Ma, a quanto pare, è stato Umberto Eco che, nel De Bibliotheca, ha avuto per primo questa intuizione:

Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.

Maria Papova, su Brain Pickings, parla del libro di Nassim Nicholas TalebThe Black Swan: The Impact of the Highly Improbable. In questo saggio si cita anche Umberto Eco.

Lo scrittore Umberto Eco appartiene a quella piccola classe di studiosi che sono enciclopedici, perspicaci e mai noiosi. È il proprietario di una vasta biblioteca personale (contenente 30.000 libri), e separa i suoi ospiti in due categorie: quelli che reagiscono con “Wow, professor Eco, che biblioteca! Quanti di questi libri ha letto?” e gli altri – una sparuta minoranza – che coglie il punto che una biblioteca privata non è una ramificazione dell’Ego ma uno strumento di ricerca. I libri letti sono molto meno preziosi di quelli non letti. Una biblioteca dovrebbe contenere la maggior parte di quello che non sappiamo. Accumuleremo sempre più libri e conoscenza, man mano che invecchieremo, e il numero crescente di libri non letti sugli scaffali ci guarderà in maniera sempre più minacciosa. Infatti, più aumenta il nostro sapere, più si allarga il numero di libri da leggere. Questa collezione di libri non letti possiamo chiamarla anti-biblioteca.

L’importanza e la funzione di questa anti-biblioteca le spiega lo stesso Umberto Eco nella lectio magistralis di Torino che ho citato prima:

Ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli.

La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse in alfabeto Braille. Io non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso il fenomeno è normalissimo, certificato dall’esperienza quotidiana.

La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso, qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, parlava di un’epoca, di un ambiente. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte.

La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

(Credit IMG: Martin Grüner Larsen)

[Leggi anche: Su come organizzare la biblioteca di casa (con almeno 10mila libri);
Come si riordinano 52 mila libri in biblioteca;
Comprare libri per non leggerli;
Le filosofie sulla disposizione dei libri;
How 11 writers organize their personal libraries]

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Lo squillo dello spaziotempo

Il grande Albert Einstein continua ad avere ragione. Sempre più ragione. Anche a distanza di 101 anni (la sua Teoria della Relatività Generale è del 1915, quindi l’anno scorso ricorreva il centenario della sua formulazione: vi consiglio di procurarvi il numero speciale de Le Scienze di Novembre 2015, dedicato proprio al grande fisico tedesco).

L’annuncio è stato fatto solo ieri, ma il 14 settembre 2015 due osservatori hanno intercettato delle onde gravitazionali, confermando la predizione fatta dalla Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein nel 1915.

Le onde si sono prodotte quando due buchi neri si sono fusi, generando un singolo, massiccio buco nero circa 1,3 miliardi di anni fa.

Secondo la relatività generale, una coppia di buchi neri che ruota su se stessa perderà energia attraverso l’emissione di onde gravitazionali, che tenderà ad aumentare fino alla collisione finale. Quest’ultima, in una frazione di secondo, a quasi metà della velocità della luce, formerà un buco nero massiccio, convertendo una parte della massa dei buchi neri di partenza in energia, proprio come dice la formula di Einstein E=mc². Questa energia viene emessa come una forte esplosione finale di onde gravitazionali. Sono proprio queste ultime che i rilevatori del Laser Interferometer Gravitational-wave Observatory (LIGO) hanno osservato.

La nuova scoperta del LIGO è la prima osservazione delle onde gravitazionali, ottenuta misurando le minuscole interferenze che le onde provocano nello spaziotempo passando attraverso la Terra.

La ricerca del LIGO è stata portata avanti dal LIGO Scientific Collaboration (LSC), un gruppo di più di 1.000 scienziati provenienti dalle università degli Stati Uniti e di altri 14 Paesi (tra cui l’Italia: anche l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, la mia università, ha avuto un ruolo non secondario). Più di 90 università e istituti di ricerca sono stati coinvolti nello sviluppo della tecnologia del LSC e nell’analisi dei dati.

Kip Thorne, professore emerito di fisica teorica del Caltech (e consulente scientifico di Interstellar” di Christopher Nolan), ha dichiarato:

Con questa scoperta, gli esseri umani si stanno imbarcando in una meravigliosa nuova missione: il tentativo di esplorare il lato curvo dell’universo – oggetti e fenomeni che sono creati dallo spaziotempo curvo. La collissione di buchi neri e le onde gravitazionali sono i nostri primi bellissimi esempi.

Questa importante notizia ha suscitato molto entusiasmo, anche tra i non addetti ai lavori. È naturale che ci si lasci andare a voli pindarici. Infatti qualcuno ha chiesto a Kip Thorne se questo risultato ci avvicina ai viaggi nel tempo (il giornalista pensava a “Interstellar”?) e il fisico ha risposto così:

Sono sicuro che Albert Einstein lassù starà gongolando, perché su una cosa tutti i fisici del mondo sono d’accordo: questa potrebbe essere la scoperta più importante del nostro secolo. Soprattutto perché sarà la base per le ricerche future sull’origine e la struttura dell’Universo, costituito in gran parte (le stime dicono circa al 90 %) della sfuggente materia oscura.

È come se lo spaziotempo avesse voluto mandarci uno squillo. Uno squillo che ha continuato a risuonare per la durata incredibile di 1,3 miliardi di anni e che potete ascoltare qui:

Non masticate molto la fisica, avete perso il filo e il vostro cervello sta fumando? Niente paura. Ecco un video animato e sottotitolato in italiano (segnalato da Giorgio Taverniti) che spiega in maniera molto semplice cosa sono le onde gravitazionali:

(Credit IMG: New Scientist, Fonte: Futurity)

I trend tecnologici del 2016

Sono un grande fan della fantascienza. Ma non è per questo che trovo sempre un esercizio utile e interessante fare delle previsioni sulla tecnologia che verrà. Ha a che fare, in un certo senso, con il mondo che vorremmo e con la ricerca di un significato. Anche quando si cede alle lusinghe di visioni distopiche. Persino fare un confronto con quello che ci si aspettava l’anno precedente (che resta comunque valido) ci aiuta a focalizzarci sui nostri desideri collettivi, su quello che sarebbe veramente utile per tutti nei prossimi anni. Temo di dover aspettare ancora un po’ per una macchina intelligente con il pilota automatico, tipo K.I.T.T., e per un’assistente artificiale come quella di Her. Comunque, ecco quello con il quale, forse, ci confronteremo nei prossimi mesi.

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ANALISI ALGORITMICA DELLA PERSONALITA’

Ammetto che questa possibilità è piuttosto inquietante. La laurea in psicologia mi ha insegnato che nel comportamento umano ci sono “troppe” variabili, anche nei cosiddetti normali.

Comunque, pare che ci siano già agenzie di assicurazioni che fanno analisi della personalità dei clienti – attraverso dati come abbonamenti a giornali e riviste, quello che pubblicano sui social media, ecc. – per determinare quanto rischiosa sia la loro condotta di vita. La stessa cosa, in futuro, potrebbero fare le banche, prima di erogare un prestito. Le aziende potrebbero usare dati personali per determinare l’efficienza e il successo lavorativo di un potenziale impiegato.

La questione fondamentale che emerge da tutto questo è quanto sarà legittima la raccolta di questi dati, soprattutto considerando la noncuranza con la quale regaliamo preziose informazioni su di noi ai social network che abitiamo quotidianamente.

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BOT

Le applicazioni software che eseguono compiti automatizzati si chiamano bot. Ci sono profili Twitter (alcuni divertentissimi) che rispondono autonomamente quando gli facciamo qualche domanda. Naturalmente nessuno supera il test di Turing.

Quelli un po’ nerd tra di noi sanno di cosa parlo e sanno che esistono da tempo. La novità è che diventeranno più semplici da usare e programmare.

Un bot di Microsoft, Xiaolce, è in grado di parlare cinese mandarino e somiglia alla Samantha di Her. Vive dentro uno smartphone e ha conversazioni intime con i suoi utenti, perché il programma è in grado di ricordare dettagli delle precedenti conversazioni.

Ma i bot promettono di offrire più di semplici conversazioni. Giornali e riviste useranno presto bot per classificare e taggare articoli in tempo reale. E i servizi di intelligence potrebbero usare bot avanzati per la sorveglianza e per la diplomazia digitale.

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ANOMALIE DI FUNZIONAMENTO

In inglese si chiamano “glitches” e pare che ne sentiremo sempre più parlare. La ragione è ovvia. Finora ci si è riferiti soprattutto ai bug (errori di programmazione) dei software che causano malfunzionamenti, più o meno gravi. Ma più la tecnologia diventa pervasiva, più queste anomalie possono avere conseguenze pesanti.

Nel 2013 anomalie tecniche causarono uno stop di 3 ore del Nasdaq della Borsa di New York. L’anno scorso, un’altra anomalia ha tenuto a terra 5.000 voli della United Airlines per due ore. E anche quelli come noi che amano le serie Tv e fanno binge-watching grazie a Netflix sanno che trauma potrebbe provocare un’interruzione improvvisa dello streaming (sto esagerando). A qualche utente della piattaforma americana è capitato persino qualcosa di bizzarro che somigliava a uno strano mashup di film diversi.

Per restare in tema, come non citare quello che è successo a una premiere del settimo episodio di Star Wars? Adesso che tutto il cinema è digitale e le sale di proiezione si sono dovute adeguare con nuovi impianti, possono accadere incidenti spiacevoli. Ad alcuni sfortunati fan della saga di George Lucas è capitato di assistere a una proiezione di Star Wars VII che improvvisamente, dopo pochi minuti, è andata in tilt, mostrando per errore il finale del film. Come potete immaginare, è scoppiata una rivolta e gli spettatori stavano quasi distruggendo il cinema.

È bene chiarire che i “glitches” non sono bug software, che possono essere verificati e corretti. Si tratta di fenomeni più recenti, che possono essere predetti con difficoltà. Questo implica che, più la tecnologia progredisce, più dovremo essere attenti e competenti nell’uso e nella progettazione dei sistemi informatici.

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BACKDOOR

Anche questa è una parola da geek informatici. Si riferisce alle linee di codice che gli sviluppatori, intenzionalmente, installano nei firmware in modo tale che i produttori possano aggiornare in modo sicuro i nostri dispositivi e sistemi operativi. È un modo per permettere ai produttori di entrare nel vostro sistema per risolvere un problema senza interrompere la vostra esperienza d’uso.

Il rovescio della medaglia, come insegnano Edward Snowden e serie tv come Mr. Robot, è che con lo stesso sistema qualche malintenzionato potrebbe spiarci con la webcam del portatile o rubare i nostri dati.

Nel 2016 qualsiasi azienda conservi i dati dei clienti potrebbe richiedere la creazione di una backdoor. La cosa potrebbe riguardare banche, agenzie di viaggi, hotel, provider, ecc.

Molto probabilmente proprio grazie ad una backdoor alcuni operatori telefonici italiani pare che stiano condividendo la connessione Wi-Fi dei router privati casalinghi senza dire nulla ai loro clienti.

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BLOCKCHAIN

Coloro che tra di voi stanno cercando di capire cosa sono i bitcoin e come procurarseli, ne avranno già sentito parlare.

Il blockchain è una specie di sistema consensuale distribuito, dove non c’è una persona che controlla tutti i dati. Il suo nome è legato a quello dei bitcoin, ma tutti sono d’accordo sul fatto che il bitcoin probabilmente non è la killer app del blockchain. Il team di crittografi di Blockstream ha di recente lanciato il suo primo prototipo di “sidechain” che funziona come un registro separato con il suo codice. Sidechain rende le autenticazioni più semplici. Blockstream e i progetti legati al sidechain trasformeranno il blockchain in una piattaforma universale che potrà essere usata da chiunque abbia bisogno di firme o autenticazioni.

Il blockchain permette alle persone di partecipare a transazioni eliminando la necessità di un intermediario tra compratori e venditori. Un’innovazione che, potenzialmente, potrebbe sconvolgere l’intero sistema finanziario.

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ROTTE PER DRONI

Di droni si parla parecchio. Sono gli aerei americani senza pilota che bombardano l’ISIS. Sono quegli strani aggeggi ronzanti che fanno riprese aeree. Sono lo strumento di una nuova forma di giornalismo, il Drone Journalism (nelle università americane si sono attivati già i primi corsi). I più piccoli si possono comprare su Amazon per poche decine di euro. Arrivando a un centinaio si trovano già i modelli con una fotocamera montata sotto, per riprese fotografiche e video semi-professionali.

Tuttavia, anche se si è degli hobbisti, a portarli in giro si possono avere problemi con la legge. In molti Paesi e città o sono vietati o ci vogliono patenti speciali per pilotarli. Sono equiparati a degli aerei e quindi sono soggetti alla stessa normativa. Per molti è un’esagerazione, ma dopo l’escalation del terrorismo di matrice islamista le leggi si sono inasprite.

È molto probabile, comunque, che prossimamente, viste le potenzialità delle tecnologia ad uso civile e commerciale, si penserà a una regolamentazione più razionale. Agli hobbisti verrà riservato uno spazio aereo limitato. Uno spazio più ampio verrà concesso ai piloti commerciali e alle aziende. (Sarà il caso dei droni per il trasporto commerciale di Amazon e quelli di Facebook che porteranno Internet nelle zone del mondo non ancora connesse.)

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QUANTUM COMPUTING

Si tratta del tipo di calcolo di una nuova generazione di computer superpotenti. In breve, i computer quantistici possono risolvere problemi che sono troppo difficili per un computer classico, che può processare le informazioni solamente con gli 1 e gli 0 (il codice binario). Nell’universo quantistico gli 1 e gli 0 possono esistere in due stati (qubit) alla volta, permettendo computazioni in parallelo. Perciò, con due qubit abbiamo 4 valori allo stesso tempo: 00, 01, 10, 11.

La National Security Agency già prevede che la crittografia attualmente in uso sarà resa completamente obsoleta quando i computer quantistici supereranno una massa critica di utilizzatori, come personal computer.

Nel 2016 non sarà ancora possibile comprare un computer quantistico, ma se ne parlerà parecchio. Alcuni tra le più importanti aziende della Silicon Valley ci stanno lavorando, tra cui IBM, Microsoft, Hewlett-PackardGoogle e D-Wave.

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CONOSCENZA AUMENTATA

Alcune delle ricerche più strabilianti mescolano le neuroscienze con l’intelligenza artificiale. Si parla già di telepatia digitale perché possiamo mandare informazioni direttamente da un cervello all’altro via internet. Scienziati della University of Southern California stanno lavorando a una protesi neurale cognitiva che può recuperare e potenziare le funzioni della memoria. Questa ricerca, dimenticando per un attimo Matrix,  ha lo scopo di aiutare le vittime di infarti o traumi cerebrali a recuperare le loro abilità cognitive e funzioni motorie. Invece di fare la classica riabilitazione, basterebbe ricaricare le memorie giuste.

Ma questo implica anche che un giorno potremo migliorare le nostre abilità mentali per mezzo di un dispositivo computerizzato. L’apprendimento potrebbe diventare semplice quanto caricare una chiavetta USB.

(Fonte: Harvard Business Review)