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Leggere meno per leggere meglio

Questa pandemia ci sta sottoponendo a stress-test che non avremmo mai dovuto affrontare. A cascata, stiamo assistendo a ridefinizioni di significati e certezze consolidate. I cambiamenti più drastici e, a volte drammatici, riguardano il nostro modo di vivere il tempo. La consapevolezza del suo valore è aumentata.

Tutto questo come si riflette sulla lettura? Il tempo che le dedichiamo è legato all’importanza che le attribuiamo. E dipende anche da cosa intendiamo per lettura. Se in quest’atto includiamo tutte le attività e i dispositivi digitali, indubbiamente oggi leggiamo di più. Ma lo facciamo in maniera frammentata. Consumiamo pezzetti di informazione nelle chat, sui siti web, nelle email, oltre che sui blog e sui siti di approfondimento. Ma essere dei bravi scanner non significa automaticamente comprendere.

Leggere un libro è un altra cosa. L’assimilazione del suo contenuto non può che essere un processo lento. Eppure, citando i dati sulla scarsa abitudine alla lettura degli italiani, si insiste spesso sul fatto che bisogna leggere di più. E leggere di più, visto che il tempo a disposizione è sempre lo stesso, significa imparare a leggere più velocemente. Il rischio è trasformare la lettura in una performance e perdere di vista il suo valore fondamentale: non la cultura, non il nozionismo, ma l’educazione alla complessità. Perché è questo che fanno o dovrebbero fare i libri migliori: fornirci strumenti per gestire l’incertezza della vita e dare un senso alla nostra irrilevanza nell’Universo.

Nell’ultimo numero della sua brillante newsletter, Antonio Dini prova ad andare contro corrente e a riflettere proprio su quanto sia sensato incoraggiare le persone a leggere di più. A suo modo di vedere non lo è (ma anche qui, dipende dagli scopi e dalla professione: Vanni Santoni direbbe che uno scrittore deve abituarsi a leggere molto e velocemente). Allo stesso modo anche chi pratica lo tsundoku, cioè accumula compulsivamente libri senza leggerli, farebbe un esercizio sterile (Nassim Nicholas Taleb, però, la pensa diversamente. E anche Piero Dorfles).

Abbiamo veramente bisogno di leggere tutti questi libri? – dice Antonio Dini – È ragionevole dire di no. Ha senso leggere meno ma meglio, in modo più sensato oserei dire. Facendo attenzione a quello che si legge e perché, se è una lettura che deve passare delle informazioni utili, oppure gustando i tempi dell’intrattenimento se è una lettura fatta per il piacere della storia e della sua scrittura.

È sicuramente vero che, se ci lasciamo dominare troppo dal marketing letterario, andando tutte le volte dietro alle classifiche e ai libri premiati, se ci lasciamo condizionare sempre di più dagli algoritmi diabolicamente precisi dei suggerimenti di Amazon, rischiamo di non capire più perché abbiamo bisogno di una certa lettura e quali sono i nostri interessi e le nostre idiosincrasie.

La pars construens di questo ragionamento? – conclude Dini – Leggete meno. Leggete le cose che vi piacciono e quelle che sono ragionevolmente utili, se proprio dovete.

È anche un questione di maturità superare quel momentaneo delirio di onnipotenza che ci porta a credere di dover leggere tutto quello che ci interessa. Anche limitandoci a quello che ci piace, sarebbe umanamente impossibile. Umberto Eco, lo aveva capito bene:

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

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Piero Dorfles e il valore della lettura

Nell’Olimpo degli uomini di cultura che ammiro, dopo Umberto Eco e Corrado Augias, c’è sicuramente Piero Dorfles. È anche Presidente del Festival del giornalismo culturale ed è proprio lavorandoci (da 5 anni sono uno dei social media manager) che ho avuto il privilegio di conoscerlo qualche anno fa. In una bella intervista pubblicata di recente, Piero Dorfles dice almeno tre cose molto importanti sulla lettura e sul suo valore formativo.

I ragazzi e la lettura. Come coinvolgerli

Il fatto che i ragazzi leggano fino a 13-14 anni e poi smettano credo dipenda da fattori ormonali e dalla capacità di attrazione delle nuove tecnologie. Guardare la tv o i contenuti sul telefonino è più facile che leggere, attività che invece prevede un desiderio di impadronirsi delle cose. All’inizio la lettura è faticosa, ecco perché appena si ha la possibilità di evitare l’apprendimento leggendo, prevale il desiderio di fare altro. I ragazzi che continuano a leggere purtroppo non sono la maggioranza, ma sono sicuramente più degli adulti, che in Italia leggono pochissimo. C’è un problema di esempio, di valori collettivi. Nel nostro Paese la maggior parte delle persone non ha libri in casa. Perché un ragazzo dovrebbe sentirsi portato a leggere se non ha l’esempio da parte di genitori ed educatori? Se non si trasmette il valore della lettura è difficile che un ragazzo lo apprenda. Se invece un genitore legge un libro a un figlio, stimola il suo interesse per la lettura. Molte volte è così che nasce il lettore: sente raccontare ad alta voce un libro e gli viene voglia di sapere come va a finire, anche quando il genitore se n’è andato e quindi inizia a leggere. È importante che i genitori tengano in casa il maggior numero di libri possibile. La lettura poi può dare degli stimoli straordinari: permette di viaggiare, di vivere, di fare conoscenza con quello che altrimenti ci potrebbe spaventare, come ciò che è diverso e lontano da noi.

Verso la fine di questo intervento Dorfles dice: È importante che i genitori tengano in casa il maggior numero di libri possibile. Quindi fare dello tsundoku, cioè avere una biblioteca casalinga fatta anche di libri non letti (Nassim Nicholas Taleb l’ha definita anti-biblioteca) non è così strano come potrebbe sembrare.

La differenza tra un ebook e un libro di carta

Credo che la capacità di leggere su supporto elettronico o cartaceo sia la stessa, soprattutto per le nuove generazioni. C’è una un’unica differenza non marginale: il libro cartaceo rimane e guardandone il dorso sullo scaffale dove lo abbiamo riposto ci ricorda che cosa abbiamo letto e aprendolo nuovamente anni dopo potrà “parlarci”, per esempio attraverso un oggetto che ci abbiamo lasciato dentro, una sottolineatura o un’orecchia che abbiamo fatto a una pagina per ricordare una frase che ci ha emozionato. Il libro cartaceo è un documento dell’esperienza che abbiamo fatto leggendolo. Credo che questo il libro elettronico non potrà mai sostituirlo.

Anche questo passaggio è molto significativo. In poche parole, un libro di carta ci “parla” con il suo dorso quando è sullo scaffale e anche quando lo riapriamo e ritroviamo le nostre tracce di lettura. Tutti questi livelli di esperienza in un libro elettronico ancora non ci sono.

Perché rileggere un libro

Quando si rilegge un libro, il più delle volte si scoprono cose diverse rispetto alla prima lettura. Credo sia un’esperienza importante da fare. È come se nel libro avessimo uno specchio nel quale ci vediamo come eravamo nel tempo in cui lo abbiamo letto la prima volta , il che ci permette di capire se e quanto siamo maturati o se siamo invece regrediti. Ma il più delle volte ci dice quello che siamo stati e questo vuol dire sapere di sé qualcosa di più di ciò che sapevamo prima.

Anche quest’ultimo passaggio dell’intervista a Piero Dorfles è notevole. C’è già molta gente che fatica a capire l’importanza della lettura. Figuriamoci se riescono a cogliere quella della rilettura. Leggere più di una volta un libro, anche se a distanza di tempo, sembra quasi una follia. Ma un libro non è un semplice prodotto culturale da consumare. Come ci insegna Dorfles, nei casi migliori, un libro è fatto di tanti livelli di significato. E, quindi, è anche un metro della nostra maturità. Noi lo leggiamo e lui legge noi.

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Senza corpo l’anima si vergogna

Quella del titolo è una citazione di Arsenij Tarkovskij (padre del regista Andrej Tarkovskij). La riporta Slavoj Zizek in un update del suo ebook Virus, nel quale riflette su come la pandemia stia cambiando i rapporti amorosi attraverso la ridefinizione del significato dei nostri corpi.

L’amore, o almeno quello del mondo reale, non può esistere senza la sua dimensione corporea. Questo implica che, se sta cambiando il rapporto che abbiamo con il nostro corpo e con quello degli altri, cambieranno anche i rapporti amorosi o il modo di vivere l’amore.

Oggi rileggevo le mie poesie, forse spinto dal desiderio di fare archeologia delle mie consapevolezze, e ho trovato questo passaggio:

I sentimenti senza un corpo non funzionano. I primi ricordi emergono solo toccando le cose. Quelli primordiali hanno bisogno della sensibilità della pelle. Il senso non sempre è intellegibile, ma può essere comunque intuito. Il suono è l’origine più facilmente riconoscibile e in quanto tale sarà sempre attraversato dalla parte concava delle parole. Non esistono limiti di spazio e tempo per colui che ha imparato a ricordare. La mente ha un baricentro apparente e si sposta tutte le volte che pensiamo e soprattutto quando sentiamo la gravità di un’emozione. L’attrazione è una forza naturale ma è debole e può essere corrotta. La volontà può emergere improvvisamente da una massa informe. Anche quando non esistono differenze tra corpi senza sesso. Però la natura trova sempre il modo di prevalere. Anche se violentata, ritornerà integra per riprodursi, a costo di mutare i disegni della sua pelle, vale a dire ciò che è sempre stato riconosciuto. Tutto ciò che è facilmente pensato, è facilmente dimenticato. Colui che mastica, assimila meglio ma allo stesso tempo imprime un solco impercettibile nelle sue parti più intime, delicate e viscerali. Il corpo non può dimenticare ciò che sa. Può essere solo privato di ciò che gli è sempre appartenuto, volta per volta. I totem sono nati per attenuare l’angoscia della caduta. I muscoli e le ossa quindi sono necessari per arrestare la nostra corsa verso la fine. Se l’uomo non fosse un essere limitato avrebbe già esaurito la sua evoluzione e si sarebbe già estinto. Eliminate la schiavitù ed eliminerete anche la libertà. Il serpente la deve smettere una buona volta di mordersi la coda.

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43 cose che ho imparato prima del mio quarantatreesimo compleanno

Oggi è l’11 giugno ed è il mio compleanno. Non l’ho mai vissuto con grande entusiasmo, forse perché ho indelebili ricordi di penose feste di compleanno nerd in cui mi sentivo inevitabilmente fuori posto. Anche adesso che sono adulto, il sentimento dominante è una nostalgia shakesperiana, vale a dire uno strano rimpianto per qualcosa che non è mai accaduto. Forse sono i desideri sospesi che non vogliamo lasciare andare perché siamo convinti che, insistendo e lavorandoci un altro po’, potranno realizzarsi e diventare qualcosa di concreto.

Comunque, ho 33 43 anni ed è strano perché dicono che non li dimostro affatto, ma non ho ancora capito quanto possa essere un complimento. Posso dire di aver sbattuto parecchie volte la testa e di avere molti lividi, ma credo che, unendo i puntini come dice Steve Jobs nel suo splendido discorso di Stanford, la direzione della mia vita adesso è molto più chiara rispetto al passato (o almeno, così me la racconto).

Ho deciso di fare come gli anglosassoni e di buttare giù questo listicle alla BuzzFeed con le 43 lezioni di vita che ho imparato finora. Per la cronaca, riciclerò questo post ogni anno, aggiungendo alla fine una perla di saggezza per pareggiare i conti. 🙂

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Cosa possiamo imparare a fare per non impazzire durante la quarantena

Sono in chiuso in casa da più di un mese. Solo. La mia fidanzata è in un altro appartamento con i suoi genitori. Quello che sta succedendo là fuori è noto a tutti, ma lo ripeto per futura memoria: tutto il mondo si è fermato per una pandemia. L’origine di tutto è un nuovo coronavirus chiamato SARS-CoV-2, altamente contagioso. La maggior parte dei governi, compreso quello italiano, ha imposto il lockdown, il divieto di uscire dalla propria abitazione, se non per necessità urgenti. Per il momento sono riuscito a ordinare la spesa online con consegna a domicilio. Supero il perimetro domestico solo qualche minuto alla settimana, per andare a buttare la spazzatura.

Le prime settimane di quarantena sono state, un po’ per tutti, dominate dalla sorpresa e dallo spaesamento. Poi è subentrata una maggiore consapevolezza. Ma a questa si mescolano, sempre in misura diversa: ansia, speranza e talvolta anche disperazione. Tutti stiamo vivendo una nuova dimensione esistenziale, mai vissuta prima e paragonabile blandamente ai tempi di guerra dei nostri nonni, con un tempo che non scorre più normalmente, ma è sospeso. Intendo psicologicamente. Quelli che se la passano peggio (oltre a coloro che, come medici, infermieri, farmacisti, commessi dei supermercati, operai, corrieri e autotrasportatori, sono in prima linea e continuano a lavorare) sono le persone che, già prima di questa emergenza sanitaria, vivevano in condizioni difficili. Chi non aveva un lavoro o era un precario. O chi sta in mezzo, come me, che sono freelance, che lavoricchiava e che adesso non riesce a farlo più.

Al senso di incertezza e all’ansia generale, infatti, contribuisce la consapevolezza che non si sa ancora quando finirà questa pandemia, non si sa quando si troverà una cura efficace e un vaccino, non si sa se reggerà il sistema economico e di conseguenza non si sa neanche se si avrà ancora un lavoro dopo e se si riuscirà a trovarne uno per quelli che non c’è l’avevano neanche prima. Tutto questo è sufficiente per fiaccare psicologicamente anche la persona più equilibrata. Dopo molte cose saranno diverse, ma questo non implica che saranno automaticamente migliori.

In questa specie di distopia in tempo reale che stiamo vivendo collettivamente, il quotidiano sta assumendo anche dimensioni grottesche. La casa dovrebbe essere il luogo in cui ci si sente più protetti e a proprio agio. Eppure molte persone sono andate in panico all’idea di restare confinati nelle mura domestiche per chissà quanto tempo, come se l’intimità avesse assunto improvvisamente un aspetto terrificante. Questo può essere spiegato col fatto che la maggior parte di noi assume ruoli diversi che si esplicano anche in luoghi diversi: quello del lavoro, quello dello svago, quello della condivisione e infine quello dell’intimità. Venendo meno tutto questo, è crollato un po’ il terreno sotto i piedi.

Bisogna fare un upgrade, riprogrammare le proprie abitudini. E crearsi delle nuove routine domestiche. Questo ci hanno detto gli esperti. Ma non è affatto semplice. Anch’io sono in difficoltà. Non sono riuscito ancora ad aggiornare il sistema operativo della mia vita. E mi è tornata anche un po’ d’ansia. Ma restare lucidi e adattarsi al nuovo è l’unica soluzione per sopravvivere, anche psicologicamente. Ho raccolto quelli che mi sembrano siano i consigli migliori per gestire meglio questa situazione, soprattutto mentalmente. Sono azioni pratiche, ma anche distrazioni. Eccoli qui.

Da un articolo di Vice, ho scelto questi:

Programma nei minimi dettagli la tua prossima vacanza. Non possiamo sapere quando succederà, ma come si svolgerà e cosa visiteremo sì, eccome. Ad esempio, se andremo a Parigi possiamo scrivere su un quaderno itinerari a piedi, luoghi da visitare, bar e ristoranti, estratti di guide e citazioni di romanzi.

Scopri il meraviglioso mondo dei tutorial assurdi su YouTube.

Crea una playlist condivisa su Spotify e chiedi alle persone a cui vuoi bene di inserire una o più canzoni da ascoltare nei momenti di malinconia. Anch’io ne ho creata una che si chiama #Coronadays Soundtrack.

Tieni un diario della quarantena: sarà “divertente” rileggerlo tra qualche anno. Io ne sto scrivendo uno su Medium.

Scegli film che non sceglieresti solitamente, quelli che non guarderesti perché troppo impegnativi, di nicchia o semplicemente fuori dalle tue corde.

Impara a memoria una poesia, serve (anche se non si direbbe).

Inizia a tenere un diario dei sogni. L’hai sempre voluto fare, ma hai preferito ritardare la sveglia.

Scrivi un’email al te stesso del futuro su questo sito, dove puoi scegliere tra quanti anni la riceverai.

Osserva la tua libreria con calma e tira fuori un libro che non hai mai avuto tempo o voglia di leggere. Non avrai mai più tanto tempo libero quanto in questi giorni per affrontare Infinite Jest o Il Conte di Montecristo.

Studia. Ormai è possibile fare migliaia di corsi di altissimo livello online, completamente gratuiti.

Documenta ciò che sta succedendo, come ti senti e quello che fai durante il giorno, perché ci troviamo in un momento storico unico.

Pensa. Prenditi qualche minuto ogni giorno per ripensare alla tua vita e alle tue esperienze, ridefinire i tuoi obiettivi e ideare strategie per come ottenerli. Tornerai più forte di prima.

Sapere è potere, sempre e comunque. Approfondisci argomenti di cui non sai assolutamente nulla, guardando documentari e studiando online.

Dieci minuti di stretching al giorno non possono fare che bene. I tutorial di Youtube servono anche a questo.

Scegli la tua serie preferita e riguardala dall’inizio alla fine. Di nuovo. Non c’è nulla di male nel farlo. Se vuoi sentirti meno in colpa, guardala in lingua originale.

Questi i consigli del Post per restare mentalmente sani durante la quarantena:

Non passate le giornate a seguire le notizie sul coronavirus. È sufficiente seguire le fonti ufficiali (quindi fiutare fake news e starne alla larga, senza diffonderle) e 1-2 telegiornali al giorno. Se ci si abbuffa di news, conferenze stampa e approfondimenti, l’unico risultato è alimentare la nostra ansia. Vi consiglio la newsletter del Post: arriva ogni giorno alle 18 e racconta tutto quello che c’è da sapere senza allarmismi.

Mantenere la socialità con le videochiamate. Anziché con i messaggi sul cellulare, le mail o i social network, è meglio comunicare attraverso le video chiamate o, non potendo, attraverso messaggi vocali. Come stanno già facendo in molti, organizzate degli aperitivi e delle cene su Skype, su Google Hangouts, su Google Meet o WhatsApp con i vostri amici e parenti. Fatelo anche per momenti più brevi, per esempio chi lavora organizzi delle pause caffè o dei pranzi virtuali con i colleghi: è un modo per sentirsi meno soli, meno estraniati e per cercare di mantenere la normalità.

Fare attività fisica. È fondamentale per stare bene anche psicologicamente e ha una potente funzione antidepressiva, ma è una delle cose più difficili da fare, soprattutto per chi vive in una casa piccola, non ha un giardino, un terrazzo e degli attrezzi a casa. Tra le cose che potete fare: mettervi d’accordo con degli amici e fare insieme yoga, pilates, saltare alla corda o seguire dei tutorial online (qui avevamo dato un po’ di consigli su cose da comprare e tutorial da seguire per fare attività fisica a casa). Una cosa che consigliano in molti è ballare, che aiuta a scaricare la tensione divertendovi. Per finire, anche se non potete uscire affacciatevi all’aria aperta più volte durante la giornata, che sia al balcone o anche solo aprendo le finestre.

Cercate di mantenere la normalità e seguite una routine
Cercate di riprodurre la routine che avevate prima delle restrizioni o di reinventarne una nuova: è importante non trasformare il tempo dell’isolamento in un tempo indefinito e disordinato. Svegliatevi, lavatevi e vestitevi: non restate in pigiama ma indossate gli abiti che avreste indossato per uscire. Fa bene a voi ed è rispettoso per le persone che vi stanno vicino, se non siete da soli.

Fare le cose che rimandate sempre o impararne di nuove
Può sembrare superficiale consigliare di considerare questo tempo come un’opportunità ma – se non si hanno situazioni strettamente difficili da gestire – è uno dei modi migliori di viverlo. Fate una lista delle cose che avete sempre voluto (o dovuto) fare e che continuate a rimandare e fatele, che si tratti dei lavoretti in casa o in giardino, cucinare un piatto nuovo, imparare a suonare uno strumento, leggere un libro lungo, telefonare a parenti lontani, ricominciare a fare cose che vi piacevano e che non fate più. Non spaventatevi troppo se pensate che non ci sia niente da fare: la noia, nei bambini come negli adulti, è un momento necessario per farci venire delle idee creative.

Qualche consiglio per chi è in isolamento da solo
È forse una delle condizioni più difficili da sopportare, sia per la mancanza di persone vicino sia per lo spazio probabilmente molto piccolo in cui si è costretti a muoversi. Cercate di costruire una routine e vivere una vita simile a quella che avevate fuori: non restate in pigiama, vestitevi bene, prendetevi cura di voi, non mangiate la prima cosa che trovate in frigo ma cucinate i pasti a orari regolari. Nelle situazioni di difficoltà aiuta sempre sentirsi utili agli altri: preoccupatevi voi stessi di come stanno gli altri e trovate un modo per insegnare qualcosa a qualcuno o farlo stare meglio.

Infine, voglio fare una breve sintesi dell’ultimo libro di Austin Kleon, un creativo che comunica usando parole e immagini (e ha anche un blog bellissimo):

Vivi un giorno alla volta.
“Nessuno di noi sa cosa accadrà. Non perdere tempo a preoccupartene. Fai la cosa più bella che puoi. Prova a farlo ogni giorno. Questo è tutto.” (Laurie Anderson)

Crea una (nuova) routine quotidiana.
Una routine quotidiana ti farà passare la giornata e ti aiuterà a sfruttarla al meglio. “Un programma ci protegge dal caos e dal capriccio”, scrive Annie Dillard. “È una rete per catturare giorni.” Quando non sai cosa fare dopo, la tua routine te lo dice.

Fai delle liste.
“Faccio liste per mantenere basso il mio livello di ansia. Se scrivo quindici cose da fare, perdo quel senso vago e assillante che ci sia un numero schiacciante di cose da fare, che sono tutte sull’orlo dell’oblio.” (Mary Roach)

Puoi svegliarti anche senza controllare le notizie.
Quasi mai c’è qualcosa di urgente da leggere nella prima ora del giorno. Se ti attacchi subito allo smartphone o al laptop al risveglio, stai immediatamente invitando l’ansia e il caos nella tua vita. Stai anche sacrificando alcuni dei momenti più potenzialmente fertili nella vita di una persona creativa.

La modalità aereo può essere uno stile di vita.
Non è necessario essere su un aereo per esercitarsi nella modalità aereo: mettiti alcuni tappi per le orecchie economici e imposta il telefono o il tablet in modalità aereo: puoi trasformare qualsiasi banale tragitto giornaliero o periodo di prigionia in un’opportunità per riconnetterti con te stesso e il tuo lavoro.

Coltiva la leggerezza. Gioca.
“Devi esercitarti a essere stupido, sconsiderato, vuoto. Dopo sarai in grado di FARE. . . Prova a fare qualche lavoro CATTIVO — il peggio che ti viene in mente e vedere cosa succede, ma soprattutto rilassati e lascia andare tutto all’inferno — non sei responsabile per il mondo — sei solo responsabile per il tuo lavoro — quindi fallo.” (Sol LeWitt a Eva Hesse)

In caso di dubbio, riordina.
La cosa migliore del riordinare è che mi dà da fare e mi rilassa la mente in modo che a) resti concentrato o provi a risolvere un nuovo problema nella mia testa, oppure b) incontri qualcosa nel caos che mi fa prendere nuove strade.

I pisolini sono un’arma segreta.
A me piace il “pisolino alla caffeina”: bevi una tazza di caffè o tè, sdraiati per quindici minuti e torna al lavoro quando la caffeina comincia a fare effetto.