Qualcuno ha detto che l’originalità è un mito

Leggo su L’Espresso (nell’articolo di Alessandro Agostinelli, pubblicato sul n. 32 del 15 agosto 2013) che Matteo Bianchi avrebbe scoperto che il famoso doppio settenario di Giuseppe Ungaretti «si sta come d’autunno / sugli alberi le foglie» sarebbe “ispirato” ai versi del ferrarese Corrado Govoni: «La morte insieme / come d’autunno d’ogni albero le foglie». A sua volta Govoni si sarebbe rifatto a Dante che nel terzo canto dell’Inferno dice: «Come d’autunno, si levan le foglie / l’una appresso dell’altra, infin che il ramo / rende alla terra tutte le sue spoglie». Però anche Dante avrebbe preso qualcosa dal sesto libro de L’Eneide di Virgilio: «Non tante foglie ne l’estremo autunno / per le selve cader, non tanti augelli / si veggono d’alto mar calarsi a terra, / quanti eran questi».

Marco Arrigoni scrive sul Tascabile a proposito della poesia di Patrizia Valduga:

Le sue poesie sono ruberie e citazioni, piene di richiami voluti o capitati: Valduga cita Pascoli quando nel 1897 dice “la poesia non è se non ricordo”. “Corrispondenze, coincidenze, echi, prestiti, rinvii, calchi” danno sfogo a turpiloqui, colloquialismi, tecnicismi, dantismi, petrarchismi. Ma anche a un fraseggio latino, barocco, manieristico, crepuscolare, mistico e religioso, “fino ai casi estremi del Carteggio, un falso cinquecentesco in piena regola, o di La tentazione, la cui natura di plagio e centone è dichiarata dalla stessa autrice con discutibile ma significativo eccesso di zelo” (Andrea Afribo). Luigi Baldacci scrive della tecnica compositiva di Valduga come di un utilizzo di “un materiale di riporto”, plasmato con un lavoro “di forbicine e di colla” che torna indietro per “lavorare sui rottami”.

La stessa Valduga dichiara:

Non so quanto ho «meditato» i versi degli altri, ma so che rubando ho «obbedito» molto spesso a un’«ispirazione» profonda, e che anche i furti in apparenza più «estranei» sono stati – oggi ne sono sicura – messaggeri, araldi, «άγγελοι» di me a me stessa (e questo è D’Annunzio).

Gli italianisti parlano di riflessi fonici, cioè di tracce di versi letti che tornano nella scrittura di un poeta. Da anni mi ero accorto che in letteratura, e soprattutto in poesia, le criptocitazioni, cioè i riferimenti non consapevoli ad altre opere letterarie, sono abbastanza frequenti. Il che mi ha portato a credere che quello dell’originalità (e anche dell’ispirazione) sia un’illustre favola, un mito romantico che dovrebbe essere smontato una volta per tutte.

Chiunque scriva da un po’ dovrebbe essere consapevole che è assolutamente impossibile non essere condizionati. Anche se ci imponessimo di non leggere nulla (eppure a un aspirante poeta e scrittore si consiglia proprio di leggere il più possibile), il linguaggio stesso, nel quale siamo immersi dalla nascita, ci inserisce in una tradizione e fa in modo che noi prendiamo qualcosa da qualcuno che è venuto prima di noi, anche se probabilmente non lo conosceremo mai. Credo che sia stato Pier Vittorio Tondelli a dire che uno scrittore, nel momento in cui comincia a scrivere, costruisce la sua tradizione. In ogni caso, dovremmo smettere di preoccuparci dell’originalità, soprattutto con gli sviluppi che stanno avendo la tecnologia digitale e il web. Il genio di Marcel Duchamp aveva capito tutto quando, con il ready-made, dimostrò che il senso di un’opera non deriva dalla sua originalità o dal modo in cui è costruita, ma dal contesto in cui è inserita e dai suoi rapporti potenziali. Oggi diremmo: dalle proprietà emergenti dai suoi link. Incredibilmente moderno. Anche se di sicuro non originale.