Il giovedì urbinate di Aurelio Picca

Chi ha studiato a Urbino sa che c’è un giorno della settimana in cui (quasi) tutto è concesso. È il giovedì universitario. Sostituisce il sabato per tutti quelli che fanno la settimana corta. Si esce, ci si diverte con gli amici, si fanno nuovi incontri, si beve e ci si concede piccole e grandi libertà. Aurelio Picca nel romanzo “Via Volta della Morte” è bravo nel ricostruire il mood di questo appuntamento settimanale.

A Urbino il fine settimana è il giovedì, giacché le lezioni si interrompono e molti studenti e professori fuori sede tornano nelle città di appartenenza. E quelli che restano, è ovvio, invece di aspettare il sabato, sballano prima. Così i ritmi e le abitudini dell’università hanno segnato la vita cittadina. Infatti il giovedì sera Urbino è sovreccitata. Incontri ragazze con l’inguine in mostra, studenti che entrano nell’enoteca di via Raffaello e ne escono con le bottiglie per la nottata. In giro c’è una ciurma di ormoni gasati, di fighette largamente sverginate o possedute male. Insomma si respira un’atmosfera da piccolo, sciatto, cinico, mestruato carnevale appenninico, dove impotenza ed eiaculazione precoce, odore di preservativo e “roba” vanno a braccetto nella mente dei protagonisti che si illudono di essere felici.
Il giovedì, in piazza della Repubblica, non si passa, sembra che una massa abnorme di desideri e frustrazioni sia stata caricata a dovere per l’esplosione in discoteca o in casa di questo o quest’altro. Poi arriva la notte… e l’indomani Urbino è morta, va in letargo o se ne sta a nanna a smaltire alcol e droga. Ma la domenica resuscita, perché gli studenti si rianimano o tornano in città dal lungo weekend.

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I Sassi di Paul Di Filippo

Così lo scrittore di fantascienza Paul Di Filippo descrive i Sassi di Matera nel suo romanzo “La regina dei Sassi”:

I Sassi erano un dedalo di cunicoli, un termitaio, un agglomerato in stile Gormenghast: il correlativo oggettivo di un sogno numinoso di vita urbana, vissuta fianco a fianco e gomito a gomito con i propri vicini.

[…] 

Vicoli e discese e scalinati e canali, tutti lastricati con le stesse pietre tozze e scivolose, picchiettate di macchie come fagioli e levigate dal passaggio di innumerevoli passi, formavano una rete intricata e a prima vista insondabile, un andirivieni continuo che collegava tutti gli edifici. Questi erano addossati alla rinfusa e senza soluzione di continuità, uno sopra l’altro, di traverso, tutt’intorno e di fianco, stretti come foche su una spiaggia o una mischia di bambini, a trecentosessanta gradi sui versanti della collina usurpata dagli uomini, condividendo pareti e superfici orizzontali, cortili e verande.