La creatività nell’epoca della generatività artificiale

Nel 1935, Walter Benjamin scrisse “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica“, un saggio che avrebbe segnato profondamente il mondo dell’arte e della critica culturale. Benjamin esplorava come la meccanizzazione avesse rivoluzionato l’essenza dell’arte, strappandola dal contesto dell’unicità e dell’aura, per trasformarla in un prodotto riproducibile e accessibile su scala di massa. Questo cambiamento non solo alterò il modo in cui l’arte veniva prodotta e percepita, ma anche il suo ruolo e significato nella società.

Oggi, quasi un secolo dopo, ci troviamo di fronte a una svolta epocale paragonabile: l’era della generatività artificiale. L’intelligenza artificiale (IA) generativa, con le sue capacità di produrre testi, immagini e musica, non si limita a replicare l’esistente, ma crea opere inedite, originali. È un cambiamento che, simile alla rivoluzione della riproducibilità di Benjamin, sta ridefinendo il concetto stesso di arte nel ventunesimo secolo.

La generatività artificiale porta con sé un’interrogazione profonda sul concetto di creatività. Se, in passato, l’arte era intesa come espressione unica della mente e della mano dell’artista, oggi ci troviamo di fronte a opere create non da un singolo individuo, ma da algoritmi sofisticati. Questi programmi possono generare in modo autonomo, aprendo le porte a una nuova era in cui l’arte può essere prodotta senza l’intervento umano.

La generatività dell’IA non solo espande il campo delle possibilità creative, ma cambia anche il ruolo del pubblico. Non più semplici spettatori, gli osservatori diventano partecipanti attivi, interagendo con l’IA per modellare l’opera d’arte. Questa interazione apre un dialogo tra uomo e macchina, sfumando ulteriormente i confini tra creatore e osservatore, tra arte e tecnologia.

Tuttavia, come Benjamin mise in guardia sulle potenziali conseguenze politiche e sociali della riproducibilità, anche nell’epoca della generatività artificiale dobbiamo prestare attenzione. Gli algoritmi di IA sono addestrati su vasti insiemi di dati che possono riflettere pregiudizi, bias e ideologie. Questo solleva interrogativi sull’arte generata dall’IA: può essere considerata neutrale? Quali narrazioni e visioni del mondo veicola?

In questo contesto, l’arte generativa apre nuove frontiere e solleva questioni fondamentali. Esplora nuovi orizzonti creativi, sfida le nostre concezioni tradizionali di arte e creatività, e ci pone di fronte a dilemmi etici e filosofici. L’epoca della generatività artificiale è un invito a ridefinire il nostro rapporto con l’arte e a riflettere sul ruolo della tecnologia nella società contemporanea.

Evoluzione della generatività artificiale

La generatività artificiale, un concetto che sembra uscito da un racconto di fantascienza, è oggi una realtà tangibile e in continua evoluzione. Per comprendere appieno il suo impatto e potenziale, è essenziale esplorare la sua storia e le sue applicazioni in vari campi artistici.

Breve storia dell’intelligenza artificiale generativa

La generatività artificiale ha radici che risalgono a decenni fa, quando i primi esperimenti con computer e algoritmi iniziavano a sfidare i confini tradizionali dell’arte. Dagli anni ’50 e ’60, con pionieri come Ben Laposky e i suoi “Oscillons”, fino agli sviluppi più recenti, l’arte generativa ha sempre cercato di combinare la programmazione e l’algoritmica con l’estetica e la creatività.

Nei primi anni 2000, l’introduzione delle reti neurali e dell’apprendimento automatico ha segnato una svolta. Gli algoritmi divennero capaci di apprendere da enormi set di dati, producendo opere sempre più complesse e sfumate. Dagli algoritmi che generano paesaggi immaginari fino a quelli che compongono musica inedita, la IA ha iniziato a dimostrare una capacità creativa che andava oltre la semplice elaborazione dati.

Applicazioni artistiche della IA generativa

Nel campo delle arti visive, la generatività artificiale ha permesso la creazione di opere che sfidano la percezione umana. Artisti come Refik Anadol utilizzano algoritmi di apprendimento profondo per creare installazioni immersive che trasformano enormi quantità di dati in esperienze visive ipnotiche.

Nel mondo della musica, compositori come David Cope hanno sviluppato sistemi come “Emily Howell” che possono creare composizioni musicali inedite, imparando stili da un vasto repertorio di musica esistente.

Questi esperimenti ci fanno interrogare sulla natura dell’ispirazione e della creatività.

La letteratura non è stata esente da questa rivoluzione. Progetti come “Sunspring”, un cortometraggio sceneggiato da un algoritmo, mostrano come la IA possa anche cimentarsi nella creazione narrativa, generando testi che, pur nella loro stranezza, hanno una coerenza interna sorprendente.

Impatto della generatività sulla creatività e sull’arte

Queste innovazioni non sono senza conseguenze.

L’arte generata da IA solleva questioni sulla proprietà intellettuale, l’autenticità e la definizione stessa di creatività. Mentre alcuni vedono in questa tecnologia una nuova frontiera dell’espressione artistica, altri temono che possa minare i valori tradizionali dell’arte e della creatività umana.

La storia e le applicazioni della generatività artificiale mostrano che siamo solo all’inizio di un viaggio nel quale l’arte e la tecnologia si intrecciano in modi sempre più complessi e affascinanti.

Ridefinizione dell’arte attraverso la generatività

L’arte, per secoli, è stata considerata il prodotto della visione e della mano dell’artista, un processo intimo e profondamente umano. Tuttavia, con l’ascesa della generatività artificiale, questa visione romantica viene messa in discussione. Gli algoritmi possono ora creare opere che imitano lo stile di grandi artisti, generano paesaggi onirici o compongono musiche evocative, tutto senza l’intervento diretto di un artista umano.

Il confronto tra l’arte creata dall’uomo e quella generata dall’IA mette in discussione l’essenza stessa dell’arte. Cosa rende un’opera d’arte autentica?

È la mano che l’ha creata o l’emozione che suscita in chi la osserva?

Originalità e autenticità nell’era della generatività

La generatività artificiale sfida il concetto di originalità. Se un algoritmo può produrre migliaia di varianti su un tema, cosa significa essere originali nell’arte?

L’arte generata da IA può essere considerata autentica se manca del tocco personale dell’artista?

Queste domande non hanno risposte semplici, ma aprono un dialogo cruciale sull’evoluzione dell’arte.

L’arte generata da IA, pur essendo frutto di codici e dati, può esprimere una nuova forma di creatività, che si basa sull’elaborazione algoritmica e sull’interpretazione dei dati.

Impatto della generatività sulla percezione e sul valore dell’arte

L’introduzione della generatività nell’arte sta anche modificando la percezione del valore artistico. In un mondo dove l’arte può essere generata in massa da algoritmi, come si valuta un’opera d’arte?

La rarità, un tempo pietra angolare del valore artistico, viene ridefinita in questo nuovo contesto.

Inoltre, l’arte generativa sfida la nostra comprensione di cosa significa essere un artista. Gli algoritmi, pur essendo strumenti, iniziano a occupare un ruolo simile a quello degli artisti nella creazione dell’arte. Questo sposta il focus dalla creazione alla curatela: l’artista diventa colui che guida e interpreta le produzioni dell’IA, piuttosto che il creatore unico dell’opera.

La generatività artificiale sta ridefinendo i confini dell’arte in modi che erano inimmaginabili solo pochi decenni fa. Mentre alcuni vedono in questo un allontanamento dalla vera essenza dell’arte, altri lo accolgono come l’alba di una nuova era di espressione artistica. In ogni caso, l’impatto della generatività sulla sfera artistica è innegabile e continuerà a stimolare un vivace dibattito culturale e filosofico per anni a venire.

Il ruolo del pubblico nell’era della generatività artificiale

L’era della generatività artificiale non solo sta trasformando il modo in cui l’arte viene creata, ma sta anche ridefinendo il ruolo del pubblico. Da spettatori passivi, gli osservatori diventano partecipanti attivi, coinvolti nel processo creativo in modi unici e innovativi.

Da consumatore a collaboratore

Nell’arte tradizionale, il pubblico svolge un ruolo passivo, limitato alla ricezione e interpretazione dell’opera. Tuttavia, l’arte generativa, con la sua natura interattiva, permette al pubblico di influenzare l’opera stessa. Questa interazione può variare dall’influenzare i parametri di un algoritmo fino a partecipare attivamente al processo creativo, in una sorta di dialogo tra uomo e macchina.

Interazione e coinvolgimento del pubblico

Esempi di questa nuova dinamica si trovano in diverse forme d’arte.

Nelle installazioni interattive, i movimenti e le scelte del pubblico possono modificare l’opera in tempo reale, creando un’esperienza unica per ogni spettatore.

In ambito musicale, applicazioni che permettono agli utenti di influenzare la composizione musicale attraverso l’input diretto, cambiano il modo in cui la musica viene esperita e creata.

Sfumare i confini tra artista e osservatore

Questa nuova forma di interazione sfuma i confini tra artista e osservatore.

Il pubblico, partecipando attivamente alla creazione dell’opera, assume un ruolo che va oltre quello tradizionale dello spettatore.

Questo fenomeno non solo democratizza l’arte, rendendola più accessibile e partecipativa, ma solleva anche domande su chi sia effettivamente l’artista in queste opere create collaborativamente.

Implicazioni sociali e culturali

L’ascesa del pubblico a collaboratore attivo nell’arte generativa ha implicazioni profonde.

Modifica il modo in cui le persone interagiscono con l’arte, rendendole più coinvolte rispetto a una fruizione tradizionale dell’opera. Questo può avere effetti positivi sulla percezione dell’arte, rendendola più inclusiva e rappresentativa di un pubblico più ampio.

Questioni etiche e filosofiche nell’arte generativa

L’arte generata dall’intelligenza artificiale, pur essendo un fronte rivoluzionario per la creatività e l’espressione artistica, solleva anche questioni etiche e filosofiche significative.

Pregiudizi e bias negli algoritmi di IA

Uno dei maggiori problemi etici nell’arte generativa è il rischio di pregiudizi e bias nei dati utilizzati per addestrare gli algoritmi. Questi dati spesso riflettono le disuguaglianze e le ideologie esistenti nella società, il che può portare a una riproduzione e amplificazione di questi pregiudizi nelle opere create dall’IA. Questo risvolto pone l’attenzione sull’imparzialità e la neutralità dell’arte generata dall’IA e sul suo impatto sulla rappresentazione di diverse comunità e culture.

Conseguenze politiche e sociali

Come Walter Benjamin ha esplorato nel contesto della riproducibilità tecnica, anche l’arte generativa ha potenziali conseguenze politiche e sociali.

Le opere create da IA possono influenzare il discorso pubblico e le percezioni culturali, portando a riflessioni su chi controlla questi strumenti e a quali fini vengono utilizzati.

Ridefinizione dell’autore e della creatività

La generatività artificiale sfida anche le nostre concezioni tradizionali di autore e creatività. Se un’opera d’arte è generata da un algoritmo, chi ne è l’autore?

E cosa significa questo per la nostra comprensione della creatività?

È necessaria una riflessione più ampia sul ruolo dell’umano nell’arte e sulla natura della creatività in un’epoca dominata dalla tecnologia.

Etica dell’intelligenza artificiale nella produzione artistica

Infine, vi sono questioni etiche riguardanti l’uso stesso dell’IA nella creazione artistica.

Fino a che punto dobbiamo permettere all’IA di influenzare o addirittura guidare il processo creativo?

Queste sfide richiedono un’attenta riflessione e dibattito, poiché le risposte a queste domande plasmeranno il futuro dell’arte e la sua interazione con la tecnologia.

Mentre ci avventuriamo in questa nuova era, è essenziale affrontare queste questioni con una mente aperta e un approccio equilibrato, riconoscendo le enormi potenzialità dell’arte generativa, ma anche i suoi possibili rischi e complicazioni.

Il futuro dell’arte generativa

Il futuro dell’arte generativa, in bilico tra potenzialità infinite e sfide significative, promette di essere un territorio affascinante per esplorazioni artistiche, tecnologiche e filosofiche.

Previsioni e possibili sviluppi

La continua evoluzione dell’intelligenza artificiale suggerisce che l’arte generativa diventerà sempre più sofisticata, sfidando ulteriormente le nostre percezioni di cosa sia possibile in campo artistico.

Potremmo assistere a una fusione ancora più profonda tra arte e tecnologia, con opere che combinano elementi di realtà virtuale, realtà aumentata e altre forme di media immersivi.

Un’altra prospettiva entusiasmante è l’uso dell’IA per esplorare forme d’arte ancora non concepite, aprendo nuove frontiere espressive. Gli artisti potrebbero collaborare con l’IA per creare esperienze artistiche che sfidano i confini tra fisico e digitale, tra reale e immaginario.

Potenziale impatto sulla società e sulla cultura

L’arte generativa ha il potenziale di influenzare profondamente la società e la cultura.

Potrebbe diventare uno strumento per esplorare e discutere temi sociali, politici ed etici, offrendo nuove prospettive su problemi complessi.

Inoltre, la democratizzazione dell’accesso all’arte attraverso la generatività potrebbe rendere la cultura più inclusiva, permettendo a più persone di esprimere la propria creatività.

Sfide e opportunità

Tuttavia, il futuro dell’arte generativa non è privo di sfide. La questione della proprietà intellettuale, dei diritti d’autore e dell’etica nell’uso dell’IA rimane complessa. Inoltre, esiste il rischio che la tecnologia possa diventare dominante, oscurando il valore dell’espressione umana e creativa.

D’altra parte, l’arte generativa offre opportunità uniche per esplorare nuove forme di collaborazione tra uomo e macchina, spingendo i confini dell’innovazione artistica.

Gli artisti (e anche quelli che non lo sono) hanno la possibilità di utilizzare l’IA come uno strumento per ampliare le proprie capacità creative.

Il futuro dell’arte generativa è un terreno fertile per l’innovazione e la sperimentazione. Mentre navighiamo in questo paesaggio in rapido mutamento, è fondamentale mantenere un dialogo aperto tra artisti, tecnologi, filosofi e il pubblico.

Affrontando le sfide e cogliendo le opportunità, possiamo garantire che l’arte generativa continui a arricchire la nostra cultura.

Guardare al futuro e adattarsi al cambiamento

L’arte generativa non è solo un fenomeno tecnologico; è un catalizzatore culturale che ha il potere di influenzare come percepiamo il mondo e noi stessi.

Ci sfida a ripensare il ruolo dell’arte nella società e il modo in cui la tecnologia può arricchire, piuttosto che diminuire, la nostra esperienza umana.

Mentre l’arte generativa continua a evolversi, è essenziale che artisti, critici, filosofi e il pubblico si adattino e rispondano a questi cambiamenti. Dobbiamo essere aperti a nuove forme di espressione artistica e pronti a esplorare le complesse interazioni tra arte, tecnologia e società.

È cruciale mantenere un equilibrio tra l’ammirazione per le nuove possibilità e la consapevolezza delle sfide che accompagnano questa rivoluzione artistica.

L’arte generativa non è solo una dimostrazione di ciò che la tecnologia può fare; è un riflesso di ciò che noi, come società, valorizziamo, temiamo e sogniamo.

In questo senso, l‘arte generativa non è solo un’esplorazione della tecnologia, ma un’esplorazione di noi stessi.

(Ultima modifica: 23 Novembre 2023)

“La straniera“ di Claudia Durastanti

“La straniera” è un romanzo molto difficile da definire, perché è composto da tanti livelli. È un’autobiografia, è un romanzo di formazione, un memoir familiare e un’autofiction che, fin dal principio, si interroga sulla sua stessa autenticità (i genitori dell’autrice, all’inizio del libro, raccontano due storie differenti del loro primo incontro), una storia di emigrazione, un’indagine sulla diversità.

Ma è anche un saggio sulla capacità di raccontare e raccontarsi, sulle possibilità della lingua, che assume un’importanza fondamentale, perché entrambi i genitori della protagonista sono sordi. Proprio questa disabilità, affrontata con coraggio ma anche con incoscienza, è il motore della storia e allo stesso tempo la fonte che alimenta l’alienazione e lo spaesamento che, con sfumature diverse, permeano tutto il libro.

Leggendolo si intuisce come sia stato per l’autrice un racconto necessario, perché il dolore e lo straniamento che l’hanno attraversata dovevano trovare un modo per venire fuori. Claudia Durastanti ci riesce solo a distanza di anni. Lei stessa, con la citazione di Emily Dickinson, inserita all’inizio, ci consegna una chiave importante per capire quest’urgenza: “Dopo un grande dolore, viene un sentimento formale.

Se vogliamo trovare una definizione a buon mercato, potremmo definire “La straniera” una lunga lettera d’amore.

La narrazione è non lineare e si articola in una sequenza di eventi che tracciano l’evoluzione del personaggio principale: l’infanzia passata a Brooklyn, il trasferimento a sei anni in Basilicata con la madre, la separazione dei suoi genitori, il rapimento da parte del padre, la scoperta della letteratura come rifugio, la difficile relazione con i coetanei e infine il suo trasferimento a Londra, una città che decide di abitare ma che sembra rifiutarla.

Si tratta di un racconto molto personale, ma allo stesso tempo universale. Chiunque deve fare i conti, prima o poi, con la sua identità e il posto che intende occupare nel mondo. Il libro di Claudia Durastanti è prezioso perché, senza pudore, ci confessa che possiamo acquisire la consapevolezza che ci serve accettando un paradosso: diventiamo chi siamo solo se abbandoniamo il luogo di nascita, cioè ci emancipiamo da quelle origini che in parte ci definiscono.

(Ultima modifica: 10 Novembre 2023)

“I vagabondi“ di Neal Cassady

Il titolo originale di questo libro è “The first third”, il primo terzo (riferito alla prima frazione della vita – doveva essere seguito da altri due volumi, ma tutto si è fermato con la morte dell’autore).

Se amate Jack Kerouac e la Beat Generation è un testo fondamentale, che merita di essere letto (in Italia, però, è fuori catalogo). Si tratta, infatti, dell’autobiografia incompiuta di Neal Cassady, l’uomo che è stato a lungo il migliore amico e ispiratore di Jack Kerouac. Il libro racconta la sua infanzia e adolescenza, tra le strade di Denver e Salt Lake City, le avventure con i suoi amici ribelli, le sue esperienze sessuali e le sue prime esperienze con le droghe. 

Il libro si interrompe bruscamente nel 1947, quando Cassady ha 21 anni e incontra Jack Kerouac, il suo futuro amico e compagno di viaggio. Nel romanzo “Sulla strada” di Kerouac, uno dei protagonisti, Dean Moriarty è l’alter ego di Neal Cassady. Ironia della sorte, la pubblicazione del romanzo manifesto della Beat Generation, nel 1957, segna un punto di rottura nell’amicizia tra Kerouac e Cassady.

La cosa più interessante di questi racconti autobiografici non è neanche quello che raccontano, ma come lo raccontano. Lo stile è vivace e spontaneo, riflette la personalità di Cassady e il suo modo di parlare. L’autore non si preoccupa di seguire le regole della grammatica o della punteggiatura, ma cerca di trasmettere il ritmo e il suono della sua voce. 

Molto si è detto su come Kerouac si sia “formato” studiando lo stile di Cassady (i due amici si scrivevano lettere lunghissime in cui si raccontavano tutto) e su come proprio il modo di parlare del suo amico Neal abbia aiutato Kerouac a trovare la sua voce. 

Ma non bisogna neanche sopravvalutare questa influenza. Neal Cassady non era un grande scrittore. Jack Kerouac, invece, lo è stato. La sua scrittura si è nutrita anche di poesia, buddhismo zen e jazz (il be bop di Charlie Parker): ecco perché quando toccava le sue vette, diventava musica.

(Ultima modifica: 15 Maggio 2023)

“Il libro dei libri perduti” di Stuart Kelly

L’introduzione di questo prezioso e raro saggio del critico letterario scozzese Stuart Kelly è il racconto dell’educazione letteraria di un bibliofilo. 

Già da adolescente, l’autore si rese conto che una lettura sufficientemente approfondita genera delle domande che molto spesso non possono avere una risposta semplice e che si riferiscono ai libri collegati, direttamente o indirettamente, al libro che si sta leggendo.

Già da adolescente, quindi, Stuart Kelly cominciò a costruire una lista di libri che non sarebbe mai riuscito a trovare, né tanto meno a consultare.

“Il libro dei libri perduti” è una tappa importante di questa ricerca che è durata tutta una vita. Ciò che è affascinante e a cui spesso non si pensa, è che la storia della letteratura è anche la storia della perdita della letteratura, cioè dei libri e della conoscenza che sono andati persi per sempre e che, in modi diversi, si è cercato di ricostruire o recuperare.

Per cercare di recuperare l’irrecuperabile, alla filologia, lo studio delle fonti e delle lingue, si sono uniti nel corso dei secoli lo studio dei materiali su cui è stata impressa la parola scritta, dalla pietra, all’argilla, alla carta. Anche la storia della tecnologia è importante perché, come sappiamo, il libro non è l’unico dispositivo utilizzabile per leggere e trasmettere conoscenza.

Non è solo il tempo che deteriora un libro fino a farlo scomparire (persino la carta talvolta si divora da sola, bruciando nei suoi stessi acidi). Un autore può decidere di distruggere la sua stessa opera, o ancora peggio, di non scriverla. Per fortuna, alcune persone si trovano nel posto giusto al momento giusto. Senza Max Brod forse conosceremmo pochissimo o nulla di Franz Kafka, perché lo scrittore praghese voleva bruciare tutti i suoi scritti. Senza Platone ignoreremmo l’esistenza di Socrate.

La comparsa di un libro all’interno di una cultura di un certo tipo, più o meno autoritaria, inoltre, può contribuire alla sua estinzione o distruzione.

Tuttavia, per Stuart Kelly, un libro perduto rappresenta anche, in certa misura, un desiderio da realizzare. “Il libro perduto, come la persona che non avete mai osato invitare a ballare, diventa molto più intrigante perché può essere perfetto solo nell’immaginazione.

(Ultima modifica: 1 Maggio 2023)

“Cento lettere a uno sconosciuto“ di Roberto Calasso

Questo libro è una raccolta di risvolti di copertina, l’ennesimo libro di libri, un genere che amo particolarmente perché ho una concezione borgesiana, labirintica della cultura. 

Parte del piacere che provo nella lettura nasce proprio da digressioni, rimandi, derive e sconfinamenti che mi allontanano dal focus, ma mi portano nei casi più fortunati in territori che non avrei mai immaginato. Così succede che comincio ad amare di più un certo autore, non solo per quello che ha scritto, ma anche per dove riesce a portarmi quando, leggendolo, smetto di farmi accompagnare da lui.

Roberto Calasso sceglie cento risvolti e ci porta alla scoperta di cento titoli Adelphi, non i migliori, non i più interessanti, ma quelli più capaci di esistere come lettere indipendenti a un estraneo, il lettore. Quest’ultimo, quando sfoglia un volume per la prima volta (o per l’ennesima) e si imbatte nel risvolto, sta aprendo una busta e quelle righe sono la lettera che lo convincerà a leggere quel libro oppure no.

Non bisogna dimenticare che il filosofo autore di questo saggio considera l’editoria un genere letterario. Nella sua visione, l’intero catalogo è un unico libro composto da duemila capitoli. È il potere quantistico delle edizioni Adelphi.

Nel saggio introduttivo “Risvolto dei risvolti”, c’è un passaggio interessante in cui Roberto Calasso dice che una delle cose più importanti nel suo mestiere è che l’editore provi piacere a leggere i libri che pubblica. E poi aggiunge:

Ma non è forse vero che tutti i libri che ci hanno dato un qualche piacere formano nella nostra mente una creatura composita, le cui articolazioni sono però legate da un’invincibile affinità?

Calasso poi, ironicamente, ricorda quando l’Adelphi era considerata una casa editrice per intellettuali, per pochi, addirittura “snob” (così la definì Goffredo Parise, paradossalmente finito, postumo, anche lui nel catalogo Adelphi). Quest’aura continua a esserci. Ma forse è proprio questa la cifra dell’Adelphi: fin dal principio è stata in grado di creare e plasmare un proprio lettore, mediamente molto curioso e intelligente, fidelizzato e ondivago, che riesce a saltare con disinvoltura dagli aforismi di Nietzsche, al codice dell’anima di Hillman, alla manutenzione della motocicletta di Pirsig, alle neuroscienze di Antonio Damasio, alla gravità quantistica di Carlo Rovelli.

Insomma, la casa editrice di Roberto Calasso è un multiverso culturale in cui è divertente e produttivo perdersi e questo libro, un’anti-mappa letteraria, ci aiuta a farlo molto bene.

(Ultima modifica: 1 Maggio 2023)