Il colpo perfetto di David Foster Wallace
Ovvero: cosa ci insegna il tennis sulla scrittura, la vita e la sconfitta
C’è chi si avvicina a David Foster Wallace per Infinite Jest e chi per Una cosa divertente che non farò mai più. Ma c’è anche chi ci arriva per vie traverse: magari guardando una partita di tennis. Sì, perché Wallace non è stato solo un gigante della narrativa postmoderna, ma anche un appassionato giocatore e finissimo scrittore di tennis. In molte sue opere, il campo da gioco diventa metafora, specchio e terreno di riflessione sulla condizione umana.
A volte, la scintilla non è il capolavoro letterario ma un movimento, un gesto, un’energia che ci riporta a qualcosa di dimenticato, o mai del tutto compreso. È proprio su quel campo, reale o simbolico, che molti lettori incontrano Wallace per la prima volta.
È quello che è successo allo scrittore B.J. Hollars, che ha ritrovato Wallace tra le righe dopo la vittoria di Coco Gauff agli US Open. La sua voglia di riscoprire il tennis non l’ha riportato in campo, ma fra le pagine. Prima con John McPhee e le biografie di Agassi e Ashe. Poi, inevitabilmente, con l’autore che John Jeremiah Sullivan ha definito “il più grande scrittore di tennis della sua generazione”.
Galesburg, Illinois
Il primo scontro – letterario – avviene di notte, quasi per caso, con l’ascolto sonnolento dell’audiolibro A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again. A svegliarlo è un nome: Galesburg. Non uno qualunque. È la città dove Hollars aveva giocato a tennis al college, ed è anche il luogo in cui Wallace, adolescente, aveva disputato un torneo, definendolo con affetto ironico una “seria città del mais”.
Da lì in poi, Hollars rilegge tutto con occhi nuovi: il Midwest descritto da Wallace come una terra “modellata e deformata dal vento”, e quel tennis adolescenziale fatto di strategie poco ortodosse. Wallace, come Hollars, era un “pusher”, uno di quei giocatori che non cercano il punto spettacolare ma che restituiscono ogni palla, costringendo l’avversario a sbagliare. Il tennis diventa così una forma di ostinazione estetica, una lotta contro la bellezza in favore dell’efficacia.
Il pusher è l’anti-eroe del tennis. Non ha colpi speciali, non cerca l’applauso, non ha bisogno di stile. Ma vince. E lo fa spesso proprio perché si rifiuta di giocare secondo le regole implicite dell’estetica sportiva.
“Meglio sembrare belli e perdere, che vincere giocando male”, pensano molti. Il pusher fa il contrario. Ed è per questo che viene odiato.
Hollars, rileggendo le statistiche inviate dal suo vecchio coach, scopre di aver vinto il 77% delle sue partite al liceo. Con il suo gioco “brutto” ha battuto avversari più forti, più veloci, più preparati. Ma quella tattica, efficace ai livelli più bassi, era anche il suo limite. Una trincea sicura che non lasciava spazio all’evoluzione. Una zona di comfort spacciata per strategia. E la stessa cosa vale spesso anche nella scrittura: si trovano formule che funzionano, registri che piacciono, strutture narrative che rassicurano. Ma quel che rassicura raramente scuote. Restare nella propria comfort zone creativa può portare a una produzione coerente ma prevedibile, riconoscibile ma sterile. Per crescere, bisogna rischiare: rompere la forma, cambiare tono, sporcarsi le mani con quello che non si sa ancora fare.
E inizia a chiedersi: quanto costa restare fedeli a una strategia che funziona, ma che non ci cambia?
L’impalcatura tragica del tennis (e della scrittura)
In un saggio straordinario (Derivative Sport in Tornado Alley), Wallace racconta il proprio passato da tennista di periferia e il fascino della competizione con sé stessi. Il tennis, dice, è un’impresa tragica perché nasce dal tentativo di superare i propri limiti. Il bello sta nel cercare di trascendersi. Ma se non lo fai? Se ti limiti a replicare un trucco che funziona, cosa rimane?
Scrive Wallace in Infinite Jest:
“La bellezza infinita del tennis sta nella competizione con i propri limiti per trascendere il sé. Scomparire dentro il gioco. Superarsi. Migliorare. Vincere. […] Ed è per questo che il tennis è un’impresa tragicamente essenziale.”
Chi non tenta di superarsi resta intrappolato nel sé che conosce. Si può vincere, e sentirsi sconfitti.
E se lo stesso valesse anche per la scrittura? E per la vita?
Il campo da tennis, come la pagina bianca, è uno spazio delimitato. Le righe sono i margini, la rete è l’ostacolo simbolico, il punteggio un sistema arbitrario come il giudizio critico. Ma dentro questo spazio chiuso si apre una possibilità infinita: lo scambio. L’interazione. L’errore. La sorpresa. È in quel piccolo rettangolo che si misura la volontà di provarci, di cambiare traiettoria, di cercare nuove angolazioni.
Scrivere, come giocare, è una danza di ritmo, resistenza, controllo. C’è chi cerca il colpo spettacolare, il punto vincente. E chi invece tiene la palla in gioco, frase dopo frase, aspettando che l’altro sbagli. C’è chi punta al romanzo perfetto. E chi costruisce la propria voce ripetendo lo stesso gesto, imperfetto ma autentico. Chi gioca per il pubblico. E chi per l’amico dall’altra parte della rete.
Ma, come nel tennis, anche nella scrittura arriva un momento in cui restare fermi significa retrocedere. Non basta ripetere ciò che funziona. Serve tentare il colpo nuovo, accettare il rischio, anche se si perde. Serve, cioè, passare dalla 3ª posizione del ranking alla 1ª. Anche a costo di perdere più spesso. Anzi: soprattutto a quel costo.
Il linguaggio, diceva Wallace, è una trappola ma anche una via d’uscita. In molti suoi testi, come nel saggio Authority and American Usage o nei passaggi più lirici di Infinite Jest, cerca infatti di superare i limiti della lingua usandola contro se stessa, piegandola, estendendola, caricandola di ironia e di precisione maniacale. Le sue note a piè di pagina, ad esempio, non sono solo digressioni ma tentativi di contenere il pensiero complesso in una struttura che per definizione lo limita. Sono deviazioni che diventano rivelazioni. È in quella tensione tra struttura e caos che Wallace trova, talvolta, una sua forma di libertà. Chi scrive, come chi gioca, deve trovare il modo per dire qualcosa che non è mai stato detto. O almeno non in quel modo. Ma per farlo deve perdere la forma conosciuta. Deve abbandonare la sua strategia vincente. Deve scegliere di perdere un po’ del controllo.
La scrittura, come il tennis, è piena di “pusher”: autori che restano al sicuro, che rifanno il libro che ha funzionato, che non vogliono perdere lettori, reputazione, contratti. Non c’è nulla di male. Ma è una scelta. E ogni scelta esclude la sua alternativa.
La domanda vera è: quanto sei disposto a perdere per scoprire cosa puoi diventare?
Per Hollars, l’ammissione più importante è proprio questa: ha vinto, ma non si è mai spinto oltre. Ha giocato per non perdere, più che per vincere davvero. E ha scritto nello stesso modo. Non ha mai cercato davvero di superarsi.
Quante volte facciamo lo stesso nella nostra vita?
Quante volte ci aggrappiamo a ciò che funziona, senza chiederci se ci sta facendo crescere? Quante volte preferiamo l’efficienza alla trasformazione?
Cambiare non è sempre migliorare. Ma non cambiare mai è il modo più sicuro per restare dove si è. E forse anche per smettere, piano piano, di sentire.
Ed è proprio in quel momento di stagnazione, quando si percepisce che il gesto non evolve più, che si apre lo spazio per una domanda fondamentale:
dove potremmo arrivare, se solo decidessimo di andare oltre?
Una lezione anche per noi
Non serve essere tennisti per capire cosa c’è in gioco.
Perché il tennis, come la scrittura, come la vita, non è solo una questione di punteggio. È un confronto costante con la propria capacità di rischiare, di cambiare, di perdere consapevolmente qualcosa per guadagnare altro.
John Jeremiah Sullivan, nel suo meraviglioso articolo per il New Yorker racconta l’origine linguistica della parola “tennis”. Deriva dal francese tenez! (“prendi!”), il grido lanciato prima del servizio. Un’offerta, un invito, un avvertimento. “Sta arrivando”.
Forse la scrittura è proprio questo: un continuo rilancio all’altro, una palla lanciata senza sapere se l’avversario (o il lettore) risponderà.
Un invito a giocare sapendo che la bellezza non sta nel punto, ma nello scambio.
Oggi, B.J. Hollars gioca ancora, ma solo con un amico. Non contano i punti.
Aprono una lattina di palline nuove, respirano quell’odore inconfondibile di gomma e plastica, e poi colpiscono. Senza ansia, senza piani.
Solo per il gusto di stare dentro il gioco.
Forse è così che si dovrebbe scrivere. E forse è così che si dovrebbe vivere.
Quest’articolo è liberamente ispirato a:
- B.J. Hollars, “What David Foster Wallace Taught Me About Tennis”, The Millions
- John Jeremiah Sullivan, “David Foster Wallace’s Perfect Game”, The New Yorker
(Ultima modifica: 26 Luglio 2025)