Paolo Musano

Geek. Amante della bellezza, dei libri e della tecnologia. Coltivo la radice spirituale dell'essere digitale.

Le 3 azioni spirituali di Nietzsche

L’Eterno Ritorno dell’Uguale è uno dei concetti più sfuggenti del pensiero di Nietzsche. Anch’io, sebbene sia stato un grande lettore del filosofo tedesco, non l’ho mai capito veramente. Mi ha fatto pensare alla Bhavacakra, la Ruota del Divenire del Buddhismo, e soprattutto alla concezione del tempo della fisica moderna, in particolare della relatività di Einstein e della meccanica quantistica. Ecco perché quando ho visto il libretto L’eterno ritorno di Giuseppe di Giacomo ho voluto leggerlo.

Di Giacomo si basa molto su un capitolo di Così parlò Zarathustra di Nietzsche: Delle tre metamorfosi (dello spirito). Secondo il filosofo, lo stadio del fanciullo è il livello più alto dell’evoluzione spirituale. Quello che può sembrare un paradosso si può comprendere solo addentrandosi nel pensiero di Nietzsche e seguendo la sua evoluzione. Tuttavia in questa sede è sufficiente sapere che solo il fanciullo, per Nietzsche, può percepire e vivere l’Eterno Ritorno dell’Uguale, perché è innocente, vive in un eterno presente dimenticando facilmente il passato e, soprattutto, gioca, costruendo e distruggendo in continuazione.

Mi ha colpito molto un passaggio finale del saggio di Di Giacomo in cui vengono esposte tre azioni (del fanciullo che vive pienamente l’Eterno Ritorno dell’Uguale) che ricordano molto la psicomagia di Jodorowsky. Chi le mette in atto, può diventare a tutti gli effetti un illuminato. Ed essere illuminato non significa altro che aver capito come essere felice . Ecco perché ho voluto riportare e commentare qui queste 3 tre azioni spirituali.

1. La danza trasmuta il pesante in leggero ,

Il ballerino è più forte e più agile dell’acrobata. Un passo di danza è più potente e più carico di conseguenze di un salto. Qui stiamo parlando per metafore. E quello della danza è un modo di affrontare la vita e tutto quello che ci separa dai nostri obiettivi e sogni.

2. il riso (trasmuta) la sofferenza in gioia ,

La risata, quella condivisa in particolare, è una soluzione creativa a moltissimi problemi. Libera un mucchio di energia bloccata e la rimette in circolo.

3. il gioco (trasmuta) la necessità in libertà .

Vivere tutto quello che facciamo con l’attitudine mentale del gioco significa farlo con più consapevolezza e partecipazione. Se siamo totalmente immersi in un’attività, in quello che viene chiamato stato di flusso, è molto probabile che la faremo molto bene. E ne saremo appagati, arrichiti, non svuotati, quando l’avremo completata. Essere un fanciullo dal punto di vista spirituale, quindi, significa vivere la vita senza pensare al suo significato, ma solamente alla bellezza (ripetibile) di ogni istante. Come direbbe Nietzsche, dare peso all’aspetto estetico piuttosto che a quello tragico dell’esistenza.

Come parlare con me

Ho aperto questo blog per una profonda passione per la scrittura, per nerditudine e anche un po’ per narcisismo. Ma soprattutto sono qui per costruire relazioni. E le relazioni sono fatte di conversazioni. Ecco come potete comunicare con me.

Telegrammi (fino a 280 battute):

Seguitemi su Twitter qui: @paolomusano. Chiedetemi qualcosa citandomi con la @ ed io risponderò.

Una chiacchierata al bar, magari parlando di libri:

Potete seguirmi e aggiungermi su Facebook. Se siete bibliofili, troverete pane per i vostri denti. Ho una pagina per nerd letterari: Il Sogno dello Psicopompo.

Quello che posso fare per voi:

Se volete dare un’occhiata a quello che ho fatto e che posso fare, mi trovate in giacca e cravatta su Linkedin.

Mindware, cioè software per la mente:

Sono un bibliofilo, sono stato molto condizionato da Umberto Ecoquello che leggo dice molto di me. Le mie recensioni di libri le trovate anche su Medium, nelle mie stories di Instagram e su Goodreads.

Dove si nascondono i tramonti:

Avete indovinato. Proprio lì (e anche qui e qui). Quello su cui indugia il mio sguardo è solo l’inizio. Il resto lo immagino.

Guardate pure attraverso le finestre:

Una cosa che mi affascina sin da bambino è guardare attraverso le finestre delle case, di notte. Immaginare vite che non ci appartengono. In un certo senso possiamo farlo anche sul web. Ad esempio su Pinterest (un social che mi piace tantissimo). Se vi fate un giro sul mio profilo, capirete subito quello che mi piace e mi interessa. Scoprirete che ho scritto un ebook di poesia (provate a cliccare su una citazione), che c’è un modo diverso di visitare questo blog e che mi trovate spesso “fuori casa”.

Forse sentiamo le stesse cose:

C’è un modo splendido per ricordare, costruire mondi possibili ed esplorare universi emozionali. Ciò che vibra all’unisono, come nell’entanglement quantistico, in qualche modo, poi diventa sempre legato.


Ancora meglio di Whatsapp:

Se vi unite al mio canale Telegram, vi aggiornerò sullo smartphone di tutto quello che scrivo, quello che mi interessa e ci metterò pure tanti link (non tutti insieme) su: libri e bibliofilia, tecnologia, serie TV, fantascienza, intelligenza artificiale, innovazione digitale e roba nerd degna di Sheldon Cooper.

Sapete che c’è di nuovo?

Ci sono tante cose belle di cui scrivere. E di solito non manco mai a un appuntamento. Però, se volete essere sicuri di beccarci, iscrivetevi alla newsletter. Cercherò di metterci sempre una sorpresa.

La cara vecchia comunicazione asincrona:

Se volete scrivermi una mail, potete farlo qui: paolomusano@gmail.com. Non è detto che lo faccia subito, ma vi risponderò. Andate, però, dritti al punto.

Laggiù nell’offline:

Sono di Matera e, dopo aver abitato ciclicamente a Urbino (un social network fatto non di bit ma di mattoni, per citare Lella Mazzoli), ora vivo a Vercelli. Se capitate qui in Piemonte per turismo o qualche progetto creativo, fatemi sapere. Potremmo incontrarci nel deserto del reale.

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42 cose che ho imparato prima del mio quarantaduesimo compleanno

Oggi è il mio compleanno. Non l’ho mai vissuto con grande entusiasmo, forse perché ho indelebili ricordi di penose feste di compleanno nerd in cui mi sentivo inevitabilmente fuori posto. Anche adesso che sono adulto, il sentimento dominante è una nostalgia shakesperiana, vale a dire uno strano rimpianto per qualcosa che non è mai accaduto. Forse sono i desideri sospesi che non vogliamo lasciare andare perché siamo convinti che, insistendo e lavorandoci un altro po’, potranno realizzarsi e diventare qualcosa di concreto.

Comunque, ho 32 42 anni ed è strano perché, in parte, mi sento ancora un adolescente. Posso dire di aver sbattuto parecchie volte la testa e di avere molti lividi, ma credo che, unendo i puntini come dice Steve Jobs nel suo splendido discorso di Stanford, la direzione della mia vita adesso è molto più chiara rispetto al passato.

Ho deciso di fare come gli anglosassoni e di buttare giù questo listicle alla BuzzFeed con le 42 lezioni di vita che ho imparato finora. Per la cronaca, riciclerò questo post ogni anno, aggiungendo alla fine una perla di saggezza per pareggiare i conti. 🙂

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Gli antidoti all’ansia (digitale) di Matt Haig

Matt Haig è stato una bella sorpresa. L’ho scoperto da poco, leggendo “Vita su un pianeta nervoso“. Un libro agile, scorrevole, ma anche crudo e denso. L’autore, senza ipocrisie, si mette a nudo raccontando come i suoi disturbi d’ansia siano peggiorati con l’uso dei social network e della tecnologia e come, molto faticosamente, sia riuscito a ritrovare la salute e quindi un equilibrio. Quello di Haig non è l’ennesimo saggio sul digital detox, è molto di più: è quasi una riflessione filosofica sul senso del nostro vivere in un mondo interconnesso. Ecco alcuni distillati su cui riflettere.

“Non andate a cercare le cose che vi rendono infelici.”  Quando guardiamo le nostre timeline, soprattutto quelle di Instagram e di Facebook, siamo naturalmente portati al confronto. Questo non è un bene, perché la maggior parte della gente sui social mette in scena una rappresentazione della vita fin troppo costruita. Abbiamo sempre l’impressione che gli altri abbiano una vita più piena e più bella della nostra. Pur intuendo che quella è solo la superficie, una parte del tutto, ugualmente tendiamo a deprimerci. Allora dobbiamo smettere di desiderare le vite degli altri. Dobbiamo concentrarci soprattutto sulla nostra. Evitare ciò che ci rende infelice significa non solo dedicare attenzione a coloro che amiamo e che ci vogliono bene, ma anche essere grati di quello che già abbiamo, tutto quello che ci sembra scontato. Scopriremo che, al contrario, ciò che ci riempie di gioia e ci fa star bene, spesso, è qualcosa di piccolo e semplice.

“La cosa importante nella vita non è essere felice di ciò che si fa, ma di cio che si è.” – La differenza tra avere ed essere di cui parla lo psicoanalista Erich Fromm. Si può arrivare a questo quando si raggiunge un livello sufficiente di consapevolezza, cioè quando sappiamo chi siamo e quali risorse abbiamo a disposizione (come ambiente e beni materiali).

“Il medium non è solo il messaggio, ma anche l’intensità emotiva di quel messaggio.” – Qui Matt Haig riscrive Marshall McLuhan. In un tempo in cui ogni cosa è comunicazione, è il modo in cui comunichiamo (o non comunichiamo) che fa la differenza. E le emozioni, a volte, possono cambiare la percezione del tutto come un colore.

Più stimoli si ricevono, più è facile annoiarsi. Ed ecco un altro paradosso.” – Per quanto possa essere triste, il mondo va avanti anche senza di noi. E noi, forse, siamo molto più parte del mondo quando ci concentriamo su una sola cosa per volta.

“La malattia ha parecchio da insegnare alla salute.”  – Questo è un atteggiamento molto orientale. Il taoismo dice che nel male c’è anche un po’ di bene (e viceversa – è per questo che nella metà nera del simbolo del Tao c’è un puntino bianco). Nei momenti di sofferenza invece di lamentarci (anche sui social) sarebbe meglio risparmiare energie cercando di vedere la luce attraverso le crepe.

“Amate le imperfezioni. Mettetele in risalto. Sono quelle che vi distinguono dagli androidi e dai robot.” – I social network, Instagram in primis, vogliono farci credere che dobbiamo mettere in evidenza sempre la migliore versione di noi stessi. Ma anche la società, talvolta, ci dice che mostrare le nostre vulnerabilità o i nostri difetti non è cosa buona e giusta o è persino una mancanza di rispetto. Matt Haig afferma tutto l’opposto, perché come tutte le persone intelligenti sa che sono proprio le diversità, anche quelle scomode, che rendono interessante un essere umano.

“Forse il senso della vita sta nel rinunciare alla certezza per abbracciare la splendida incertezza dell’esistenza.” – Smettiamola di illuderci di poter controllare tutto e viviamo il presente con gratitudine, facendo quello che amiamo con le persone che amiamo. Almeno proviamoci. Roberto Vecchioni qualche giorno fa ha detto: «La vita è amare tutti i giorni quello che ti capita» .

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2001 di Kubrick, 50 anni dopo: una re-visione

Ho rivisto 2001: Odissea nella Spazio di Stanley Kubrick. Questa volta al cinema, in 4k e 70 mm. Il suo è un futuro passato, ma ancora molto presente nonostante sia uscito nel 1968. Sono passati 50 anni, eppure ci costringe ancora ad affrontare interrogativi fondamentali. Non ha perso affatto la sua forza dirompente e rivoluzionaria. Ho fatto anche un esperimento sociologico. Ero curioso di vedere la reazione che avrebbe avuto un cervello contemporaneo, abituato o assuefatto ai ritmi delle serie TV, di fronte a un film del ’68, con quel montaggio e quei piani sequenza. Mi aspettavo qualcosa tipo:

Invece il cinema era pieno, anche di ragazzi. E non ho visto facce stranite. Anch’io, nonostante l’abbia visto più volte e sia un nerd cinefilo, ero un po’ preoccupato per la mia resistenza attentivo-cognitiva. Ma le 2 ore e 44 minuti sono volate, inaspettatamente. E ne sono nate nuove riflessioni. Eccole.

C’è un legame tra violenza, intelligenza e tecnologia?

Chi la pensa così è un pessimista. E probabilmente Kubrick lo era. All’inizio del film, infatti, i nostri progenitori scimmieschi, gli antenati dell’uomo, lottano per la sopravvivenza. Devono difendersi dai predatori carnivori e dagli altri gruppi di scimmie che periodicamente cercano di occupare il loro territorio. Il salto evolutivo avviene quando una delle scimmie impugna un osso e capisce che può usarlo come un’arma.

È l’alba dell’uomo: l’intelligenza superiore si manifesta con la scoperta di uno strumento, un oggetto utilizzabile per modificare il corso naturale della natura. Ora gli ominidi possono cacciare anche grossi animali, difendersi dai predatori e dagli altri clan e, all’occorrenza, uccidere. Fa impressione che Kubrick, in una sequenza passata alla storia, mostri quell’osso, utensile ma anche arma, mentre si trasforma in un satellite, portandoci istantaneamente dalla preistoria all’era dell’esplorazione spaziale.

L’umanità è un bug?

HAL 9000 è un’intelligenza artificiale senziente che parla con la voce rassicurante di uno psicologo ipnotista degli anni ’60. Dice con orgoglio che tutti i computer della sua serie sono infallibili. Cioè qualsiasi errore che li veda coinvolti non può che avere origini umane. Ma come vedremo, non sarà così. La parabola tragica di HAL anticipa, cinquant’anni prima, una paura tutta contemporanea e di estrema attualità. Quella della singolarità tecnologica. Una buona fetta di scienziati (che comprendeva Stephen Hawking) e di imprenditori della Silicon Valley (tra cui Elon Musk) è convinta che le ricerche sull’intelligenza artificiale vadano tenute sotto controllo o addirittura rallentate, perché, nel caso questa superasse le capacità umane, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Uno scenario alla Terminator che Kubrick profetizza già nel 1968. Non è un caso che l’occhio di HAL 9000 sia rosso (come quello dei cyborg immaginati nel 1984 da James Cameron), un colore che ritroviamo nell’iconografia dei demoni. Il paradosso è che HAL 9000, costruito per mettere a suo agio l’equipaggio di una nave spaziale e sembrare umano, comincia davvero a mimare l’umanità nel momento in cui rinuncia alla sua infallibilità e comincia a sbagliare, a prendere decisioni discutibili. Persino a uccidere, pur di difendere il suo diritto a esistere. E quando il superstite Dave Bowman gli disattiva i moduli di memoria, prima dell’epilogo, e HAL comincia ad aver paura di morire, regredendo sempre di più fino a cantare la filastrocca infantile giro giro tondo, si ha quasi pietà di lui, nonostante l’effetto perturbante del suo occhio che fino a un momento prima sembra onnisciente.

Il silenzio è la più potente cassa di risonanza

La genialità di Kubrick sta anche nell’aver introdotto la musica classica in un film di fantascienza. All’inizio non si può che restare sorpresi dalla stazione spaziale che sembra danzare sulle note del famoso valzer del Danubio Blu di Johann Strauss II. Tuttavia sono le lunghe sequenze senza musica che colpiscono. In alcune scene il silenzio quasi assoluto crea una tensione drammatica fortissima. E disturbante. In pochi secondi di silenzio Kubrick mette in scena la morte del co-pilota Frank Poole. Ci vuole un altro istante perché lo spettatore, col fiato sospeso, capisca che quello che ha visto non è un incidente, ma un omicidio. Subito dopo Dave si rende conto che HAL 9000 ha ucciso tutto l’equipaggio tranne lui, e viene sopraffatto da un misto di rabbia e disperazione, che non gli impediscono, tuttavia, di perseguire un unico intento: disattivare HAL. A partire da quel momento, e anche dopo l’attraversamento della soglia (oltre lo spaziotempo e l’umano), sarà il respiro di Dave ad accompagnarci, a scandire il ritmo del film fino alla fine.

(Di 2001 avevo già scritto. È successo dopo aver visto Interstellar di Christopher Nolan. Ho usato il capolavoro di Kubrick per commentare quello di Nolan. E ho trovato 8 somiglianze tra i due film che non sembrano casuali.)