Paolo Musano

Collezionista di papiri accademici, sono un geek eclettico con una formazione umanistica e una grande passione per la tecnologia e l'IA. Coltivo la radice spirituale dell'essere digitale.

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41 cose che ho imparato prima del mio quarantunesimo compleanno

Oggi è il mio compleanno. Non l’ho mai vissuto con grande entusiasmo, forse perché ho indelebili ricordi di penose feste di compleanno nerd in cui mi sentivo inevitabilmente fuori posto. Anche adesso che sono adulto, il sentimento dominante è una nostalgia shakesperiana, vale a dire uno strano rimpianto per qualcosa che non è mai accaduto. Forse sono i desideri sospesi che non vogliamo lasciare andare perché siamo convinti che, insistendo e lavorandoci un altro po’, potranno realizzarsi e diventare qualcosa di concreto.

Comunque, ho 31 41 anni ed è strano perché, in parte, mi sento ancora un adolescente. Posso dire di aver sbattuto parecchie volte la testa e di avere molti lividi, ma credo che, unendo i puntini come dice Steve Jobs nel suo splendido discorso di Stanford, la direzione della mia vita adesso è molto più chiara rispetto al passato.

Ho deciso di fare come gli anglosassoni e di buttare giù questo listicle alla BuzzFeed con le 41 lezioni di vita che ho imparato finora. Per la cronaca, riciclerò questo post ogni anno, aggiungendo alla fine una perla di saggezza per pareggiare i conti. 🙂

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2001 di Kubrick, 50 anni dopo: una re-visione

Ho rivisto 2001: Odissea nella Spazio di Stanley Kubrick. Questa volta al cinema, in 4k e 70 mm. Il suo è un futuro passato, ma ancora molto presente nonostante sia uscito nel 1968. Sono passati 50 anni, eppure ci costringe ancora ad affrontare interrogativi fondamentali. Non ha perso affatto la sua forza dirompente e rivoluzionaria. Ho fatto anche un esperimento sociologico. Ero curioso di vedere la reazione che avrebbe avuto un cervello contemporaneo, abituato o assuefatto ai ritmi delle serie TV, di fronte a un film del ’68, con quel montaggio e quei piani sequenza. Mi aspettavo qualcosa tipo:

Invece il cinema era pieno, anche di ragazzi. E non ho visto facce stranite. Anch’io, nonostante l’abbia visto più volte e sia un nerd cinefilo, ero un po’ preoccupato per la mia resistenza attentivo-cognitiva. Ma le 2 ore e 44 minuti sono volate, inaspettatamente. E ne sono nate nuove riflessioni. Eccole.

C’è un legame tra violenza, intelligenza e tecnologia?

Chi la pensa così è un pessimista. E probabilmente Kubrick lo era. All’inizio del film, infatti, i nostri progenitori scimmieschi, gli antenati dell’uomo, lottano per la sopravvivenza. Devono difendersi dai predatori carnivori e dagli altri gruppi di scimmie che periodicamente cercano di occupare il loro territorio. Il salto evolutivo avviene quando una delle scimmie impugna un osso e capisce che può usarlo come un’arma.

È l’alba dell’uomo: l’intelligenza superiore si manifesta con la scoperta di uno strumento, un oggetto utilizzabile per modificare il corso naturale della natura. Ora gli ominidi possono cacciare anche grossi animali, difendersi dai predatori e dagli altri clan e, all’occorrenza, uccidere. Fa impressione che Kubrick, in una sequenza passata alla storia, mostri quell’osso, utensile ma anche arma, mentre si trasforma in un satellite, portandoci istantaneamente dalla preistoria all’era dell’esplorazione spaziale.

L’umanità è un bug?

HAL 9000 è un’intelligenza artificiale senziente che parla con la voce rassicurante di uno psicologo ipnotista degli anni ’60. Dice con orgoglio che tutti i computer della sua serie sono infallibili. Cioè qualsiasi errore che li veda coinvolti non può che avere origini umane. Ma come vedremo, non sarà così. La parabola tragica di HAL anticipa, cinquant’anni prima, una paura tutta contemporanea e di estrema attualità. Quella della singolarità tecnologica. Una buona fetta di scienziati (che comprendeva Stephen Hawking) e di imprenditori della Silicon Valley (tra cui Elon Musk) è convinta che le ricerche sull’intelligenza artificiale vadano tenute sotto controllo o addirittura rallentate, perché, nel caso questa superasse le capacità umane, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Uno scenario alla Terminator che Kubrick profetizza già nel 1968. Non è un caso che l’occhio di HAL 9000 sia rosso (come quello dei cyborg immaginati nel 1984 da James Cameron), un colore che ritroviamo nell’iconografia dei demoni. Il paradosso è che HAL 9000, costruito per mettere a suo agio l’equipaggio di una nave spaziale e sembrare umano, comincia davvero a mimare l’umanità nel momento in cui rinuncia alla sua infallibilità e comincia a sbagliare, a prendere decisioni discutibili. Persino a uccidere, pur di difendere il suo diritto a esistere. E quando il superstite Dave Bowman gli disattiva i moduli di memoria, prima dell’epilogo, e HAL comincia ad aver paura di morire, regredendo sempre di più fino a cantare la filastrocca infantile giro giro tondo, si ha quasi pietà di lui, nonostante l’effetto perturbante del suo occhio che fino a un momento prima sembra onnisciente.

Il silenzio è la più potente cassa di risonanza

La genialità di Kubrick sta anche nell’aver introdotto la musica classica in un film di fantascienza. All’inizio non si può che restare sorpresi dalla stazione spaziale che sembra danzare sulle note del famoso valzer del Danubio Blu di Johann Strauss II. Tuttavia sono le lunghe sequenze senza musica che colpiscono. In alcune scene il silenzio quasi assoluto crea una tensione drammatica fortissima. E disturbante. In pochi secondi di silenzio Kubrick mette in scena la morte del co-pilota Frank Poole. Ci vuole un altro istante perché lo spettatore, col fiato sospeso, capisca che quello che ha visto non è un incidente, ma un omicidio. Subito dopo Dave si rende conto che HAL 9000 ha ucciso tutto l’equipaggio tranne lui, e viene sopraffatto da un misto di rabbia e disperazione, che non gli impediscono, tuttavia, di perseguire un unico intento: disattivare HAL. A partire da quel momento, e anche dopo l’attraversamento della soglia (oltre lo spaziotempo e l’umano), sarà il respiro di Dave ad accompagnarci, a scandire il ritmo del film fino alla fine.

(Di 2001 avevo già scritto. È successo dopo aver visto Interstellar di Christopher Nolan. Ho usato il capolavoro di Kubrick per commentare quello di Nolan. E ho trovato 8 somiglianze tra i due film che non sembrano casuali.)

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Ebook e libri di carta

In questa pagina trovate quello che ho pubblicato su carta e su ebook.

Le poesie di Paolo Musano

Questo ebook, aggiornato regolarmente come un software, contiene le poesie che ho cominciato a scrivere dopo il liceo, quando mi sono iscritto all’università. Prima di arrivare a una versione digitale, ha subito molte incarnazioni. Dopo una pausa di qualche anno, è di nuovo disponibile per il download gratuito sull’iBooks Store (qui potete scaricarlo in PDF).


Social Singles by Collettivo Idra

“Social singles” è il primo romanzo collaborativo pubblicato con il Collettivo Idra. Tre coppie per tre storie d’amore nate sui social network. Piero e Jennifer s’incontrano, si conoscono, si piacciono… attraverso Facebook. Carlo e Sabrina incrociano le loro strade con la complicità di una mail inviata per sbaglio. Mauro e Caterina hanno in comune la passione per i libri che condividono su aNobii e, recensione dopo recensione, finiscono per aprirsi l’uno all’altra.


Tutto il resto è rasta by Collettivo Idra

Il secondo romanzo collaborativo pubblicato con il Collettivo Idra. Cinque amiche, lo “Squinternat Quintet”, si riscoprono ragazze pronte a riscattare una vita all’insegna della routine. Matrimoni falliti e tradimenti: validi motivi per ricominciare. E un viaggio nuovo per tutte, in una Giamaica dai colori vibranti, a caccia di emozioni forti e follie d’amore.

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È una questione di Qualità

Se n’è andato anche Robert M. Pirsig, uno di quegli scrittori che scrivono libri fondamentali dei quali, spesso, la gente si dimentica troppo presto.

Mi sono tornati in mente gli anni universitari di Padova. Un mio compagno di teatro, lo stesso che pur avendo fatto un viaggio on the road negli Stati Uniti da costa a costa non riusciva a leggere Jack Kerouac, mi consigliò un romanzo dal nome bizzarro, che era almeno tre libri insieme: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Lo lessi una prima volta (a quei tempi, tra l’altro, mi ero avvicinato molto al buddhismo zen) e indubbiamente mi colpì. Ma un libro costruito su così tanti livelli, non può essere letto solo una volta. Appartiene a quella categoria di romanzi che, letti a distanza di anni, ci sorprendono come non avevano fatto le prime volte e solo allora alcune verità si rivelano, perché nel frattempo siamo cresciuti abbastanza da capirle.

Ironia della sorte, l’anno seguente lo ripresi in mano. Il mio professore di Antropologia, il primo giorno di lezione spiazzò tutta la classe dandoci un singolare compito: «Entro la fine di questo corso, prima dell’esame, dovete leggere questo libro e scrivere una tesina con la VOSTRA definizione di Qualità». Naturalmente non ricordo cosa scrissi in quel saggio, però quello fu un punto di non ritorno. La ricerca della Qualità, probabilmente, è un processo continuo ed equivale alla ricerca del senso della vita. Cercare la Qualità significa non accontentarsi, rifiutare la mediocrità e continuare il viaggio finché l’energia che ci attraversa ce lo consente.

Adriano Autino, nel suo articolo, descrive in maniera molto efficace questa ricerca, paragonandola a un processo di estrazione mineraria.

La qualità, a volte, va separata dal cumulo di sporcizia e cose inutili che l’hanno impastata e sommersa. La roccia aurifera contiene oro, ma finchè la roccia non viene sminuzzata e l’oro non viene separato dal resto, non ha valore. L’attività che crea valore è quindi quella di separazione ed estrazione dei materiali di qualità dal resto. Un campo ideologico non è diverso da un vecchio terreno non curato: contiene di tutto, sporco, impastato, sommerso; così è il nostro disastrato terreno ideologico. Pirsig è capace di entrarci e separare l’oro dal resto. Grazie a questa sua capacità, che potremmo definire di quality mining, egli estrae la verità sulle origini della cultura nordamericana.

Ma Pirsig sembra richiamarsi anche a una responsabilità tipicamente orientale, quella di chi si rende conto che la sua consapevolezza condiziona il suo karma, il suo destino. Per questo la morale del suo romanzo può essere: ogni attività umana deve portare qualità nel mondo. Una cosa tante più qualità possiede, tanto meglio sarà di altre a lei simili. Se succede, è perché ciò che esiste – esiste in relazione.  È l’interconnesione del tutto del buddhismo. Questa relazione è un rapporto di attribuzione di qualità.

Nel suo secondo libro, Lila, l’autore americano fa un passo in avanti e distingue tra Qualità dinamica e Qualità statica. La prima, oggetto del primo libro, è ciò che spinge a progredire, che esorta al cambiamento, ciò a cui tende l’evoluzione dell’individuo. La seconda è ciò che rappresenta la tradizione, quello che resta fermo, fisso, immobile e che si oppone all’azione del tempo.

Entrambi i tipi di Qualità sono necessari e sono imprescindibili l’uno dall’altro. Lo spiega bene Francesco Lanzetta nella sua tesi:

Se la realtà fosse soggetta esclusivamente all’azione della Qualità dinamica, sarebbe esposta al rischio della totale degenerazione e del caos incontrollato. La Qualità statica quindi subentra nello stabilizzare la tendenza dinamica, nel darle una forma precisa e nell’evitare tale distruttiva degenerazione. La realtà si articola quindi in un’attività congiunta di Qualità statica e dinamica, di progressione verso il nuovo e lo sconosciuto, e di conseguente stabilizzazione e controllo. Entrambi dunque sono imprescindibili e fondamentali.

La Qualità è qualcosa di indispensabile per la vita di tutti ed è fondamentale per la comprensione della realtà. Piero Proietti a questo proposito dice:

La realtà è dinamica e la conoscenza classica-dualistica (che poggia sul binomio soggetto-oggetto) non è sufficiente ad intuirla: occorre avere il senso della qualità, ossia l’intelligenza di cosa è buono, ossia il contatto con la qualità. La realtà è «mutevole Qualità», per starle dietro occorre avere un atteggiamento pratico che non sia bloccato al pensiero oggettivo e dualistico. L’uomo osserva la realtà per capirla, quindi schematizza e seleziona degli elementi che fanno parte di essa fino a creare, tramite tali elementi, una rappresentazione, un’astrazione (questo è il metodo scientifico classico); ora, mentre l’uomo compie questa operazione, la realtà è andata avanti, ha superato la rappresentazione operata dall’uomo, il quale è costretto a compiere una nuova razionalizzazione della realtà, che migliora in continuazione, per poterla capire.

Ci sono momenti della vita in cui ci sentiamo bloccati, senza energia. È perché abbiamo paura delle novità, di quello che non conosciamo. Ma dobbiamo saltare ugualmente, anche se sotto non vediamo reti di protezione.

Non bisogna temere le situazioni nuove, ammonisce Pirsig, cioè le situazioni che vanno al di là di ciò che si sa e, in un primo momento, provocano un blocco; sono esse che fanno emergere la qualità-realtà e che liberano dal blocco. In effetti, sono le prove che fanno crescere; crescere significa aumentare di qualità, avanzare in qualità. La qualità agisce, è la realtà fattiva (ossia dei fatti che si evolvono).

Nei libri importanti, quelli che col passare del tempo e delle riletture acquistano valore, come quello di Pirsig, ho sempre trovato delle risposte. Questo non vuol dire avere in mano il libro giusto al momento giusto. Quegli agglomerati di senso sono sempre lì, a disposizione, pronti a guarirci nei momenti di cecità apparente. Anche se cambiano forma e funzione, come la realtà. La Metafisica della Qualità di Robert Pirsig ci ricorda la labilità dell’esistenza e perché, nonostante tutto, deve essere importante per noi.