Paolo Musano

Geek. Amante della bellezza, dei libri e della tecnologia. Coltivo la radice spirituale dell'essere digitale.

Davvero volete essere scollegati?

Pregi e difetti del digiuno digitale

Puntualmente escono studi contrastanti sugli effetti che internet, i social media e Facebook hanno sul nostro cervello che dimostrano nulla e il contrario di nulla. E puntualmente saltano fuori giornalisti o esperti che si privano volontariamente di una connessione per un certo periodo per vedere quello che succede.

1. Paul Miller: il reale del virtuale e il virtuale del reale

Lo scrittore Paul Miller ha rinunciato a internet per un anno. Le conclusioni a cui arriva dopo questo esperimento, però, sembrano abbastanza banali: internet non ci può definire come persone. Lo può fare solo parzialmente. Citando Nathan Jurgenson dice che

c’è molta “realtà” nel virtuale, e molto “virtuale” nella nostra realtà.

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La solitudine e la serendipity (secondo Henry Miller)

Le nostre leggi e le nostre consuetudini si riferiscono alla vita associativa, alla nostra vita in comune, cioè al lato meno importante della nostra esistenza. La vita vera incomincia quando siamo soli, a faccia a faccia con il nostro io sconosciuto. Quel che avviene nella nostra vita di gruppo, non è che conseguenza dei nostri soliloqui intimi. I fatti cruciali e veramente cardinali che danno un’impronta alla nostra vita sono frutto del silenzio e della solitudine. Noi attribuiamo molta importanza agli incontri casuali, li consideriamo assai spesso vere svolte fondamentali della nostra esistenza, ma questi incontri non sarebbero mai accaduti se ad essi non ci fossimo preparati. Se possedessimo più consapevolezza, questi incontri fortuiti potrebbero produrre frutti anche maggiori. Soltanto in certi momenti imprevedibili noi siamo completamente intonati, completamente ricettivi e dunque nella disposizione migliore per accogliere i favori della fortuna. L’uomo che è perfettamente desto e sveglio sa che ogni “avvenimento” è imbottito di significato. Sa che non soltanto la sua vita ne sarà modificata, ma che probabilmente se ne faranno sentire le conseguenze su una scala universale.

(Henry Miller, “Il mondo del sesso”)

Più sai, più trovi (più acchiappi)

Il fisico teorico Yi-Cheng Zhang, a proposito della ricerca del proprio partner costruita sul desiderio di una relazione duratura, dice:

Quando l’informazione è molto imprecisa, l’intero sistema si rompe in piccoli gruppi poiché intrinsecamente non c’è necessità di cercare partner più affini in un ambiente più ampio. Man mano che aumenta la precisione [della ricerca] si allargano gli ambienti e cresce la qualità degli incontri. Se l’informazione è molto imprecisa e primitiva, l’individuo non sarà stimolato abbastanza da far emergere le sue qualità latenti, poiché si convincerà che non saranno apprezzate abbastanza. Allo stesso modo, un individuo non può desiderare molto in una società con poche informazioni, poiché è forzato a essere realistico. I gusti, persino i più frivoli, hanno bisogno di tempo per svilupparsi.

Zhang, in pratica, dimostra che più l’informazione tende a zero, più le nostre decisioni assomigliano ad un problema di ottimizzazione, il che detto in altre parole assomiglia all’accontentarci.

Stranezza, novità e difficoltà: i tre asset del cambiamento

Ognuno (tranne quelli che Eraclito chiamerebbe i “dormienti”) si rende conto che viviamo un presente di grandi cambiamenti. I media sono complici nel costruire una visione che rappresenta questi cambiamenti quasi esclusivamente attraverso una cronaca in tempo reale di una crisi che investe tutte le sfere: da quella economico-finanziaria a quella socio-antropologica. Ma il modo migliore per uscire da questa crisi, non è sezionarla dal punto di vista concettuale per cercare di capirla, né sottolineare le piccole e grandi tragedie quotidiane (dal precariato ai licenziamenti al fallimento di stati come la Grecia). È affrontare di petto il cambiamento e cavalcarlo, per essere dentro il futuro e non trovarsi intrappolati in un presente che non esisterà più. Be the change, come ci ha insegnato Occupy Wall Street, significa non solo essere i protagonisti dei cambiamenti che vogliamo vedere nel mondo, ma anche essere pronti a quelli che non possiamo prevedere. È necessaria, quindi, un forma mentis veloce e fluida che dovrebbe assecondare i tre asset del cambiamento: la stranezza, la novità e la difficoltà.

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