Ho letto recensioni molto severe di questo libro di Ezra Pound. È comprensibile. Non è un poeta semplice. I riferimenti alla storia, all’arte e all’economia sono sterminati. Bisogna avere solide basi per coglierli. Ma non mancano momenti di rara bellezza lirica, aperti a tutti, che spesso si manifestano all’improvviso, come un satori giapponese (un’illuminazione improvvisa). Indimenticabile è la seconda parte del Canto LXXXI:
Quello che veramente ami rimane, / il resto è scorie / Quello che veramente ami non ti sarà strappato / Quello che veramente ami è la tua vera eredità.
Quello di Pound era uno spirito tormentato e i Cantos possono essere visti anche come il tentativo di ricomposizione di un’anima, lacerata, ferita e ridotta in frammenti che si sono sparsi ovunque. Ognuno di questi frammenti, ogni verso, rimanda al tutto, all’opera complessiva, e viceversa. È come se i versi di Pound fossero dei frattali.
Quello che dovrebbero sapere tutti coloro si accingono a leggere questi versi è che furono scritti in circostanze tragiche. Nel 1945 Pound, mentre traduceva Confucio nella sua casa a Rapallo, fu arrestato dagli americani. Venne accusato di alto tradimento (per una presunta propaganda antiamericana durante un programma in una radio fascista) e recluso nel campo di concentramento di Coltano, una frazione di Pisa. Venne messo in una gabbia all’aperto, chiamata “cella della morte”, che misurava un metro e ottanta per due metri. Il fondo era in calcestruzzo e le sbarre di acciaio con una rete spinata. Pound, allora sessantenne, era scalzo e aveva a disposizione solo due coperte per proteggersi dal freddo. I suoi carcerieri gli permisero di portare con sé un libro di Confucio e un dizionario cinese.
Fu in quelle condizioni disumane, appeso in una gabbia all’aperto, con qualche coperta per proteggersi dal sole e dalle intemperie che Pound scrisse i “Canti pisani”. Dopo tre settimane, tuttavia, ebbe un crollo nervoso e venne trasferito in infermeria e poi reimpatriato in America. Lì, per evitare la pena di morte, passò tredici anni in un manicomio a Washington. Dopo gli appelli degli intellettuali di tutto il mondo, venne rilasciato. Quindi decise di tornare in Italia, che amava molto.
Il poeta trascorse i suoi ultimi anni a Venezia e fu proprio lì che venne intervistato nel 1967 da Pier Paolo Pasolini, suo grande ammiratore. Pound rispose alle domande in italiano e commentò assieme a Pasolini alcuni versi dei “Canti pisani”.
(Ultima modifica: 19 Febbraio 2023)