Category Archives: quotes

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41 cose che ho imparato prima del mio quarantunesimo compleanno

Oggi è il mio compleanno. Non l’ho mai vissuto con grande entusiasmo, forse perché ho indelebili ricordi di penose feste di compleanno nerd in cui mi sentivo inevitabilmente fuori posto. Anche adesso che sono adulto, il sentimento dominante è una nostalgia shakesperiana, vale a dire uno strano rimpianto per qualcosa che non è mai accaduto. Forse sono i desideri sospesi che non vogliamo lasciare andare perché siamo convinti che, insistendo e lavorandoci un altro po’, potranno realizzarsi e diventare qualcosa di concreto.

Comunque, ho 31 41 anni ed è strano perché, in parte, mi sento ancora un adolescente. Posso dire di aver sbattuto parecchie volte la testa e di avere molti lividi, ma credo che, unendo i puntini come dice Steve Jobs nel suo splendido discorso di Stanford, la direzione della mia vita adesso è molto più chiara rispetto al passato.

Ho deciso di fare come gli anglosassoni e di buttare giù questo listicle alla BuzzFeed con le 41 lezioni di vita che ho imparato finora. Per la cronaca, riciclerò questo post ogni anno, aggiungendo alla fine una perla di saggezza per pareggiare i conti. 🙂

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“Effetto San Matteo”: dai Vangeli ai social network

Il primo a parlare di effetto San Matteo fu il sociologo Robert Merton. In sintesi questo principio dice: il ricco diventerà sempre più ricco e il povero sempre più povero. La definizione proviene dal verso biblico del Vangelo secondo Matteo 25, 29:

Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha.

La gratitudine è la vera moneta sociale

Dietro un’apparente ambiguità che potrebbe sembrare cinismo, si cela un concetto fondamentale: la gratitudine, che si traduce in atteggiamento mentale e spirituale. La morale potrebbe essere: soltanto chi è grato di quello che ha, otterrà quello che desidera. Chi è avido, invece, non otterrà nulla, ma, anzi, perderà anche tutto quello che ha. Domitilla Ferrari nel suo libro “Due gradi e mezzo di separazione” dice efficacemente:

Innanzitutto, devi dare prima di ricevere, e anche prima di avere bisogno di ricevere.

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Il rovescio delle cose

Guardando le cose in tutta semplicità, ingenuamente: cosa “fanno” le cose senza di noi? Che aspetto ha la stanza che si è abbandonata? Il fatto più perturbante potrebbe proprio essere che tutto al nostro ritorno sia lì “come se nulla fosse stato”.

La cultura si è insediata sul dorso delle cose, come se fossero il suo scenario più familiare. Il davanti è chiaro e rischiarato, ma nessun uomo sa ancora di cosa è fatto il dorso delle cose, che noi ci limitiamo a vedere, né sa di cosa è fatto il sotto delle cose, in cui tutto fluttua.

(Ernst BlochIl rovescio delle cose)

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Come descrivere un tramonto

Questa meravigliosa descrizione di un tramonto è tratta dal romanzo-saggio Tristi tropici (1955), scritto dal grande antropologo francese Claude Levi-Strauss.

Scritto in piroscafo. L’alba e il tramonto per gli studiosi, sono un unico fenomeno come per i Greci, del resto, che li designavano con una sola parola diversamente qualificata secondo che si trattasse della sera o del mattino. Questa confusione esprime assai bene l’interesse dominante delle speculazioni teoriche e una singolare negligenza dell’aspetto concreto delle cose. Può anche essere che un punto qualunque della terra si sposti con un movimento invisibile tra la zona d’incidenza dei raggi solari e quella in cui la luce gli sfugge o gli ritorna. Ma in realtà niente è più diverso che la sera dal mattino. Il levar del sole è un preludio, il suo tramonto una ouverture che precede la fine, invece dell’inizio come nelle vecchie opere. L’apparizione del sole annuncia i momenti che seguiranno, cupa e livida se le prime ore della mattina dovranno essere piovose; rosata, leggera, spumosa quando brillerà una luce chiara. Ma l’aurora non pregiudica nulla del resto del giorno. Essa determina l’azione meteorologica e dice: pioverà, farà bel tempo. Per il tramonto è tutt’altra cosa; si tratta di una rappresentazione completa con un principio, un centro, una fine. E questo spettacolo offre una specie di sintesi dei combattimenti, dei trionfi e delle disfatte che si sono succedute durante dodici ore in maniera visibile, ma più lentamente. L’alba non è che il principio del giorno, il tramonto una ripetizione. Ecco perché gli uomini prestano più attenzione al tramonto che al levar del sole; l’alba può dar loro unicamente un’indicazione supplementare a quella del termometro, del barometro e – per i meno civilizzati – delle fasi della luna, del volo degli uccelli o delle oscillazioni delle maree. Il tramonto, invece, li eleva, riassumendo in misteriose configurazioni le peripezie del vento, del freddo, del caldo, o della pioggia, nelle quali il loro essere fisico è stato sballottato. I moti della coscienza si possono anche leggere nelle nuvole, queste costellazioni lanose. Quando il cielo comincia a illuminarsi delle luci del tramonto (così come in certi teatri è l’improvvisa illuminazione della scena che annunzia l’inizio dello spettacolo, e non i tre colpi di campanello tradizionali) il contadino si ferma lungo il sentiero, il pescatore trattiene la barca e il selvaggio socchiude gli occhi, seduto vicino a un pallido fuoco. Il ricordo è per l’uomo una grande voluttà, ma non nel senso di memoria letterale; pochi infatti accetterebbero di rivivere le fatiche e le sofferenze che malgrado tutto amano ricordare. Il ricordo è la vita stessa, ma di una qualità diversa. Così, quando il sole si abbassa verso la superficie levigata di un’acqua tranquilla, come l’obolo di un dio avaro, o quando il suo disco staglia la cresta della montagna come una foglia dura e dentellata, l’uomo trova, in una breve fantasmagoria, la rivelazione delle forze opache, delle brume e degli sfolgorii di cui, nel fondo di se stesso, e durante tutta la giornata, ha vagamente percepito gli oscuri conflitti.

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Nietzsche, il riso e i grandi libri

Coloro che leggono Nietzsche senza ridere, e senza ridere molto, senza ridere spesso, colti talvolta da un fou rire, è come se non leggessero Nietzsche. Il che è vero non solo per Nietzsche, ma per tutti gli autori che compongono l’orizzonte della nostra controcultura. La nostra decadenza, la nostra degenerazione sono provate dal fatto che sentiamo sempre il bisogno di mostrare a tutti la nostra angoscia, la nostra solitudine, il nostro senso di colpa, il dramma della comunicazione, la nostra tragedia interiore. Ma anche Max Brod ricorda, ad esempio, come il pubblico fosse preso da fou rire nell’ascoltare Kafka che leggeva Il processo. E Beckett è davvero difficile leggerlo senza ridere, senza passare da un momento di gioia all’altro. Il riso è importante, non il significante. Il riso-schizo, o la gioia rivoluzionaria, è ciò che i grandi libri suscitano, invece delle nostre piccole angosce narcisistiche e del terrore per chissà quale colpa. Potremmo definire tutto questo «il comico del superumano», prodotto da una sorta di «clown di Dio». Dai grandi libri si sprigiona comunque sempre una gioia indescrivibile, anche quando parlano di cose brutte, disperanti, terribili. Ogni grande libro attua già una trasformazione, e produce la salute di domani. Non si può evitare di ridere quando si confondono tutti i codici. Una volta che il pensiero è entrato in rapporto con il fuori, si scatenano momenti di riso dionisiaco – è il pensiero all’aria aperta. A Nietzsche capita spesso di trovarsi dinanzi a qualcosa di disgustoso, ignobile, vomitevole. Ma egli in questi frangenti si mette a ridere e affonda il dito nella piaga. Dice a tutti noi: ancora uno sforzo, non è abbastanza disgustoso; oppure: è straordinario quanto sia disgustoso, è una meraviglia, un capolavoro, un fiore velenoso, finalmente «l’uomo incomincia a diventare interessante».

(Gilles Deleuze, “Nietzsche e la filosofia”)