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La creatività nell’epoca della generatività artificiale

Nel 1935, Walter Benjamin scrisse “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica“, un saggio che avrebbe segnato profondamente il mondo dell’arte e della critica culturale. Benjamin esplorava come la meccanizzazione avesse rivoluzionato l’essenza dell’arte, strappandola dal contesto dell’unicità e dell’aura, per trasformarla in un prodotto riproducibile e accessibile su scala di massa. Questo cambiamento non solo alterò il modo in cui l’arte veniva prodotta e percepita, ma anche il suo ruolo e significato nella società.

Oggi, quasi un secolo dopo, ci troviamo di fronte a una svolta epocale paragonabile: l’era della generatività artificiale. L’intelligenza artificiale (IA) generativa, con le sue capacità di produrre testi, immagini e musica, non si limita a replicare l’esistente, ma crea opere inedite, originali. È un cambiamento che, simile alla rivoluzione della riproducibilità di Benjamin, sta ridefinendo il concetto stesso di arte nel ventunesimo secolo.

La generatività artificiale porta con sé un’interrogazione profonda sul concetto di creatività. Se, in passato, l’arte era intesa come espressione unica della mente e della mano dell’artista, oggi ci troviamo di fronte a opere create non da un singolo individuo, ma da algoritmi sofisticati. Questi programmi possono generare in modo autonomo, aprendo le porte a una nuova era in cui l’arte può essere prodotta senza l’intervento umano.

La generatività dell’IA non solo espande il campo delle possibilità creative, ma cambia anche il ruolo del pubblico. Non più semplici spettatori, gli osservatori diventano partecipanti attivi, interagendo con l’IA per modellare l’opera d’arte. Questa interazione apre un dialogo tra uomo e macchina, sfumando ulteriormente i confini tra creatore e osservatore, tra arte e tecnologia.

Tuttavia, come Benjamin mise in guardia sulle potenziali conseguenze politiche e sociali della riproducibilità, anche nell’epoca della generatività artificiale dobbiamo prestare attenzione. Gli algoritmi di IA sono addestrati su vasti insiemi di dati che possono riflettere pregiudizi, bias e ideologie. Questo solleva interrogativi sull’arte generata dall’IA: può essere considerata neutrale? Quali narrazioni e visioni del mondo veicola?

In questo contesto, l’arte generativa apre nuove frontiere e solleva questioni fondamentali. Esplora nuovi orizzonti creativi, sfida le nostre concezioni tradizionali di arte e creatività, e ci pone di fronte a dilemmi etici e filosofici. L’epoca della generatività artificiale è un invito a ridefinire il nostro rapporto con l’arte e a riflettere sul ruolo della tecnologia nella società contemporanea.

Evoluzione della generatività artificiale

La generatività artificiale, un concetto che sembra uscito da un racconto di fantascienza, è oggi una realtà tangibile e in continua evoluzione. Per comprendere appieno il suo impatto e potenziale, è essenziale esplorare la sua storia e le sue applicazioni in vari campi artistici.

Breve storia dell’intelligenza artificiale generativa

La generatività artificiale ha radici che risalgono a decenni fa, quando i primi esperimenti con computer e algoritmi iniziavano a sfidare i confini tradizionali dell’arte. Dagli anni ’50 e ’60, con pionieri come Ben Laposky e i suoi “Oscillons”, fino agli sviluppi più recenti, l’arte generativa ha sempre cercato di combinare la programmazione e l’algoritmica con l’estetica e la creatività.

Nei primi anni 2000, l’introduzione delle reti neurali e dell’apprendimento automatico ha segnato una svolta. Gli algoritmi divennero capaci di apprendere da enormi set di dati, producendo opere sempre più complesse e sfumate. Dagli algoritmi che generano paesaggi immaginari fino a quelli che compongono musica inedita, la IA ha iniziato a dimostrare una capacità creativa che andava oltre la semplice elaborazione dati.

Applicazioni artistiche della IA generativa

Nel campo delle arti visive, la generatività artificiale ha permesso la creazione di opere che sfidano la percezione umana. Artisti come Refik Anadol utilizzano algoritmi di apprendimento profondo per creare installazioni immersive che trasformano enormi quantità di dati in esperienze visive ipnotiche.

Nel mondo della musica, compositori come David Cope hanno sviluppato sistemi come “Emily Howell” che possono creare composizioni musicali inedite, imparando stili da un vasto repertorio di musica esistente.

Questi esperimenti ci fanno interrogare sulla natura dell’ispirazione e della creatività.

La letteratura non è stata esente da questa rivoluzione. Progetti come “Sunspring”, un cortometraggio sceneggiato da un algoritmo, mostrano come la IA possa anche cimentarsi nella creazione narrativa, generando testi che, pur nella loro stranezza, hanno una coerenza interna sorprendente.

Impatto della generatività sulla creatività e sull’arte

Queste innovazioni non sono senza conseguenze.

L’arte generata da IA solleva questioni sulla proprietà intellettuale, l’autenticità e la definizione stessa di creatività. Mentre alcuni vedono in questa tecnologia una nuova frontiera dell’espressione artistica, altri temono che possa minare i valori tradizionali dell’arte e della creatività umana.

La storia e le applicazioni della generatività artificiale mostrano che siamo solo all’inizio di un viaggio nel quale l’arte e la tecnologia si intrecciano in modi sempre più complessi e affascinanti.

Ridefinizione dell’arte attraverso la generatività

L’arte, per secoli, è stata considerata il prodotto della visione e della mano dell’artista, un processo intimo e profondamente umano. Tuttavia, con l’ascesa della generatività artificiale, questa visione romantica viene messa in discussione. Gli algoritmi possono ora creare opere che imitano lo stile di grandi artisti, generano paesaggi onirici o compongono musiche evocative, tutto senza l’intervento diretto di un artista umano.

Il confronto tra l’arte creata dall’uomo e quella generata dall’IA mette in discussione l’essenza stessa dell’arte. Cosa rende un’opera d’arte autentica?

È la mano che l’ha creata o l’emozione che suscita in chi la osserva?

Originalità e autenticità nell’era della generatività

La generatività artificiale sfida il concetto di originalità. Se un algoritmo può produrre migliaia di varianti su un tema, cosa significa essere originali nell’arte?

L’arte generata da IA può essere considerata autentica se manca del tocco personale dell’artista?

Queste domande non hanno risposte semplici, ma aprono un dialogo cruciale sull’evoluzione dell’arte.

L’arte generata da IA, pur essendo frutto di codici e dati, può esprimere una nuova forma di creatività, che si basa sull’elaborazione algoritmica e sull’interpretazione dei dati.

Impatto della generatività sulla percezione e sul valore dell’arte

L’introduzione della generatività nell’arte sta anche modificando la percezione del valore artistico. In un mondo dove l’arte può essere generata in massa da algoritmi, come si valuta un’opera d’arte?

La rarità, un tempo pietra angolare del valore artistico, viene ridefinita in questo nuovo contesto.

Inoltre, l’arte generativa sfida la nostra comprensione di cosa significa essere un artista. Gli algoritmi, pur essendo strumenti, iniziano a occupare un ruolo simile a quello degli artisti nella creazione dell’arte. Questo sposta il focus dalla creazione alla curatela: l’artista diventa colui che guida e interpreta le produzioni dell’IA, piuttosto che il creatore unico dell’opera.

La generatività artificiale sta ridefinendo i confini dell’arte in modi che erano inimmaginabili solo pochi decenni fa. Mentre alcuni vedono in questo un allontanamento dalla vera essenza dell’arte, altri lo accolgono come l’alba di una nuova era di espressione artistica. In ogni caso, l’impatto della generatività sulla sfera artistica è innegabile e continuerà a stimolare un vivace dibattito culturale e filosofico per anni a venire.

Il ruolo del pubblico nell’era della generatività artificiale

L’era della generatività artificiale non solo sta trasformando il modo in cui l’arte viene creata, ma sta anche ridefinendo il ruolo del pubblico. Da spettatori passivi, gli osservatori diventano partecipanti attivi, coinvolti nel processo creativo in modi unici e innovativi.

Da consumatore a collaboratore

Nell’arte tradizionale, il pubblico svolge un ruolo passivo, limitato alla ricezione e interpretazione dell’opera. Tuttavia, l’arte generativa, con la sua natura interattiva, permette al pubblico di influenzare l’opera stessa. Questa interazione può variare dall’influenzare i parametri di un algoritmo fino a partecipare attivamente al processo creativo, in una sorta di dialogo tra uomo e macchina.

Interazione e coinvolgimento del pubblico

Esempi di questa nuova dinamica si trovano in diverse forme d’arte.

Nelle installazioni interattive, i movimenti e le scelte del pubblico possono modificare l’opera in tempo reale, creando un’esperienza unica per ogni spettatore.

In ambito musicale, applicazioni che permettono agli utenti di influenzare la composizione musicale attraverso l’input diretto, cambiano il modo in cui la musica viene esperita e creata.

Sfumare i confini tra artista e osservatore

Questa nuova forma di interazione sfuma i confini tra artista e osservatore.

Il pubblico, partecipando attivamente alla creazione dell’opera, assume un ruolo che va oltre quello tradizionale dello spettatore.

Questo fenomeno non solo democratizza l’arte, rendendola più accessibile e partecipativa, ma solleva anche domande su chi sia effettivamente l’artista in queste opere create collaborativamente.

Implicazioni sociali e culturali

L’ascesa del pubblico a collaboratore attivo nell’arte generativa ha implicazioni profonde.

Modifica il modo in cui le persone interagiscono con l’arte, rendendole più coinvolte rispetto a una fruizione tradizionale dell’opera. Questo può avere effetti positivi sulla percezione dell’arte, rendendola più inclusiva e rappresentativa di un pubblico più ampio.

Questioni etiche e filosofiche nell’arte generativa

L’arte generata dall’intelligenza artificiale, pur essendo un fronte rivoluzionario per la creatività e l’espressione artistica, solleva anche questioni etiche e filosofiche significative.

Pregiudizi e bias negli algoritmi di IA

Uno dei maggiori problemi etici nell’arte generativa è il rischio di pregiudizi e bias nei dati utilizzati per addestrare gli algoritmi. Questi dati spesso riflettono le disuguaglianze e le ideologie esistenti nella società, il che può portare a una riproduzione e amplificazione di questi pregiudizi nelle opere create dall’IA. Questo risvolto pone l’attenzione sull’imparzialità e la neutralità dell’arte generata dall’IA e sul suo impatto sulla rappresentazione di diverse comunità e culture.

Conseguenze politiche e sociali

Come Walter Benjamin ha esplorato nel contesto della riproducibilità tecnica, anche l’arte generativa ha potenziali conseguenze politiche e sociali.

Le opere create da IA possono influenzare il discorso pubblico e le percezioni culturali, portando a riflessioni su chi controlla questi strumenti e a quali fini vengono utilizzati.

Ridefinizione dell’autore e della creatività

La generatività artificiale sfida anche le nostre concezioni tradizionali di autore e creatività. Se un’opera d’arte è generata da un algoritmo, chi ne è l’autore?

E cosa significa questo per la nostra comprensione della creatività?

È necessaria una riflessione più ampia sul ruolo dell’umano nell’arte e sulla natura della creatività in un’epoca dominata dalla tecnologia.

Etica dell’intelligenza artificiale nella produzione artistica

Infine, vi sono questioni etiche riguardanti l’uso stesso dell’IA nella creazione artistica.

Fino a che punto dobbiamo permettere all’IA di influenzare o addirittura guidare il processo creativo?

Queste sfide richiedono un’attenta riflessione e dibattito, poiché le risposte a queste domande plasmeranno il futuro dell’arte e la sua interazione con la tecnologia.

Mentre ci avventuriamo in questa nuova era, è essenziale affrontare queste questioni con una mente aperta e un approccio equilibrato, riconoscendo le enormi potenzialità dell’arte generativa, ma anche i suoi possibili rischi e complicazioni.

Il futuro dell’arte generativa

Il futuro dell’arte generativa, in bilico tra potenzialità infinite e sfide significative, promette di essere un territorio affascinante per esplorazioni artistiche, tecnologiche e filosofiche.

Previsioni e possibili sviluppi

La continua evoluzione dell’intelligenza artificiale suggerisce che l’arte generativa diventerà sempre più sofisticata, sfidando ulteriormente le nostre percezioni di cosa sia possibile in campo artistico.

Potremmo assistere a una fusione ancora più profonda tra arte e tecnologia, con opere che combinano elementi di realtà virtuale, realtà aumentata e altre forme di media immersivi.

Un’altra prospettiva entusiasmante è l’uso dell’IA per esplorare forme d’arte ancora non concepite, aprendo nuove frontiere espressive. Gli artisti potrebbero collaborare con l’IA per creare esperienze artistiche che sfidano i confini tra fisico e digitale, tra reale e immaginario.

Potenziale impatto sulla società e sulla cultura

L’arte generativa ha il potenziale di influenzare profondamente la società e la cultura.

Potrebbe diventare uno strumento per esplorare e discutere temi sociali, politici ed etici, offrendo nuove prospettive su problemi complessi.

Inoltre, la democratizzazione dell’accesso all’arte attraverso la generatività potrebbe rendere la cultura più inclusiva, permettendo a più persone di esprimere la propria creatività.

Sfide e opportunità

Tuttavia, il futuro dell’arte generativa non è privo di sfide. La questione della proprietà intellettuale, dei diritti d’autore e dell’etica nell’uso dell’IA rimane complessa. Inoltre, esiste il rischio che la tecnologia possa diventare dominante, oscurando il valore dell’espressione umana e creativa.

D’altra parte, l’arte generativa offre opportunità uniche per esplorare nuove forme di collaborazione tra uomo e macchina, spingendo i confini dell’innovazione artistica.

Gli artisti (e anche quelli che non lo sono) hanno la possibilità di utilizzare l’IA come uno strumento per ampliare le proprie capacità creative.

Il futuro dell’arte generativa è un terreno fertile per l’innovazione e la sperimentazione. Mentre navighiamo in questo paesaggio in rapido mutamento, è fondamentale mantenere un dialogo aperto tra artisti, tecnologi, filosofi e il pubblico.

Affrontando le sfide e cogliendo le opportunità, possiamo garantire che l’arte generativa continui a arricchire la nostra cultura.

Guardare al futuro e adattarsi al cambiamento

L’arte generativa non è solo un fenomeno tecnologico; è un catalizzatore culturale che ha il potere di influenzare come percepiamo il mondo e noi stessi.

Ci sfida a ripensare il ruolo dell’arte nella società e il modo in cui la tecnologia può arricchire, piuttosto che diminuire, la nostra esperienza umana.

Mentre l’arte generativa continua a evolversi, è essenziale che artisti, critici, filosofi e il pubblico si adattino e rispondano a questi cambiamenti. Dobbiamo essere aperti a nuove forme di espressione artistica e pronti a esplorare le complesse interazioni tra arte, tecnologia e società.

È cruciale mantenere un equilibrio tra l’ammirazione per le nuove possibilità e la consapevolezza delle sfide che accompagnano questa rivoluzione artistica.

L’arte generativa non è solo una dimostrazione di ciò che la tecnologia può fare; è un riflesso di ciò che noi, come società, valorizziamo, temiamo e sogniamo.

In questo senso, l‘arte generativa non è solo un’esplorazione della tecnologia, ma un’esplorazione di noi stessi.

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L’antibiblioteca e l’importanza dei libri non letti

Succede spesso che il lavoro, le responsabilità e le circostanze della vita facciano in modo che gli scaffali delle nostre librerie (o le memorie dei nostri e-reader) si riempiano di libri che al momento dell’acquisto ritenevamo necessari o assolutamente da leggere, ma che poi abbandoniamo o addirittura dimentichiamo.

I giapponesi hanno coniato una parola: tsundoku – indica questa frenesia nell’accumulo per cui si acquistano libri senza però poi trovare il tempo e/o la voglia di leggerli. Letteralmente significa: acquistare materiali di lettura e accumularli da qualche parte per un po’.

Questo non riuscire a stare al passo spesso ci fa sentire in colpa, soprattutto se siamo dei bibliofili o dei lettori forti. Ma questo sentimento di disagio non ha ragione d’essere.

Il filosofo libanese Nassim Nicholas Taleb, nel suo saggio Il cigno nero, ci spiega perché:

Umberto Eco appartiene a un raro genere di studiosi enciclopedici, perspicaci e per niente noiosi. Possiede un’ampia biblioteca personale (di trentamila volumi), e classifica i visitatori di tale biblioteca in due categorie: coloro che reagiscono dicendo: «Caspita, professor Eco, che biblioteca! Li ha letti tutti questi libri?», e una piccola minoranza che capisce che una biblioteca personale non è un’appendice del proprio Io, ma uno strumento di ricerca. I libri non letti sono molto più preziosi di quelli letti. Una biblioteca dovrebbe contenere tutti i libri su argomenti sconosciuti che i nostri mezzi finanziari, le rate del mutuo e le difficoltà del mercato immobiliare ci consentono di acquistare. Via via che avanziamo nell’età accumuliamo più conoscenze e più libri, e i libri non letti che ci guardano minacciosi dagli scaffali sono sempre più numerosi. Anzi, più si conosce e più si allungano gli scaffali dei libri non letti. Chiamiamo l’insieme di tali libri «antibiblioteca».

Eco amava circondarsi di libri perché questi costituivano per lui un costante promemoria di tutte le cose che non sapeva. Quindi la sua sterminata biblioteca lo rendeva intellettualmente affamato e perennemente curioso. Ecco perché una collezione in continua crescita di libri che non abbiamo ancora letto non dovrebbe essere motivo di ansia, ma di orgoglio.

Un’antibiblioteca è un potente promemoria dei nostri limiti: la grande quantità di cose che non conosciamo, che conosciamo parzialmente o che un giorno capiremo essere completamente sbagliate. Vivendo quotidianamente con quel promemoria, possiamo spingerci verso il tipo di umiltà intellettuale che migliora il processo decisionale e guida l’apprendimento.

Anche il critico letterario Piero Dorfles riconosce l’importanza di avere più libri possibile in casa (quindi anche non letti), soprattutto per accendere l’interesse dei lettori più giovani:

È importante che i genitori tengano in casa il maggior numero di libri possibile. La lettura poi può dare degli stimoli straordinari: permette di viaggiare, di vivere, di fare conoscenza con quello che altrimenti ci potrebbe spaventare, come ciò che è diverso e lontano da noi.

Ci sono, poi, alcune proprietà emergenti dell’antibiblioteca piuttosto bizzarre che ci spiega con ironia lo stesso Umberto Eco in una lectio magistralis tenuta a Torino:

Ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli.

La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse in alfabeto Braille. Io non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso il fenomeno è normalissimo, certificato dall’esperienza quotidiana.

La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso, qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, parlava di un’epoca, di un ambiente. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte.

La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

In conclusione, non ha senso rimproverarsi perché compriamo troppi libri o abbiamo una lista di letture che, come aveva capito Borges, non potrà che essere infinita (quando ci immergiamo nella lettura di un libro è come se entrassimo in un labirinto: un testo, direttamente o indirettamente, non può non rimandare a un altro testo, e così via.). Quel mucchio di libri che non abbiamo letto e che non potremo leggere è davvero un segno della nostra ignoranza. Ma avere la misura della nostra ignoranza, come ci insegna Socrate, è il primo passo per diventare esseri umani migliori.

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La tecnologia (non ancora) immaginata

Fino a qualche anno fa, su questo blog, mi divertivo a raccogliere le previsioni dei futurologi sulla tecnologia che, di lì a poco, avremmo visto nelle nostre vite.

Riguardando quei vecchi articoli, molti ci hanno preso, in effetti.

Internet delle Cose

L’Internet delle Cose (Internet of Things o IoT) è realtà. Non ci facciamo più caso, ma sono tantissimi gli oggetti di uso comune connessi alla Rete. Non solo i nostri dispositivi (smartphone e smartwatch in primis), ma anche la maggior parte dei televisori con i quali usiamo le piattaforme di streaming (Netflix e compagnia bella). E sono sempre di più gli assistenti virtuali che controllano elettrodomestici e le app che informano su tutto quello che sta succedendo nella nostra casa. Tuttavia, il problema resta la sicurezza di avere un ambiente domestico connesso a Internet. Chi ha visto la serie tv Mr. Robot sicuramente si ricorda cosa succede all’avvocato Susan Jacobs.

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Realtà Aumentata

La Realtà Aumentata si diffonde sempre di più. E gli investimenti sono importanti. Pensiamo ai cataloghi virtuali sotto forma di app come quello dell’IKEA, che consente di posizionare nello spazio virtuale di casa tutti i mobili e gli oggetti in catalogo, osservandoli sullo schermo come se fossero realmente presenti davanti a noi, anche attraverso angolazioni diverse. C’erano una volta i Google Glass. Poi è arrivato Oculus Rift. Ora Meta (ex Facebook) sta lanciando Quest 2. Anche la Apple starebbe per lanciare il suo visore AR/VR. Questi apparecchi, da indossare come una maschera sugli occhi, in teoria sono l’anello di congiunzione tra la realtà aumentata, la realtà virtuale e quello che sarà il Metaverso. In Strange Days di Kathryn Bigelow si immagina qualcosa che potremmo incontrare davvero in un futuro prossimo: Lenny Nero, un ex-poliziotto, vive spacciando clips per il “filo-viaggio”, sulle quali vengono registrate esperienze altrui come realtà virtuale, che includono input sensoriali, come vista, udito, tatto ed olfatto, e che, tramite un lettore SQUID (Dispositivo Superconduttore a Interferenza Quantica), possono essere rivissute da chiunque. 

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App e dispositivi salva vita

Anche le App Salvavita, per fortuna, si stanno diffondendo. Oggi è molto più semplice mandare la propria posizione o una richiesta di soccorso in caso di emergenza. È sufficiente avere uno smartphone (che per usare le mappe ha un GPS integrato). Perché tutto funzioni al meglio, è necessario integrare i dati inviati dagli utenti in difficoltà nei sistemi dei servizi di emergenza così che i soccorritori siano indirizzati nello stesso modo in cui lo sono quelli delle ambulanze. Queste tecnologie sono particolarmente importanti per gli arresti cardiaci. Quando c’è un’emergenza sanitaria di questo tipo, ogni minuto che passa senza massaggio cardiaco e defibrillazione, le chance di sovravvivenza si abbassano del dieci per cento. La Apple è avanti da questo punto di vista: da tempo ha integrato nei suoi iPhone ed Apple Watch importanti funzionalità salvavita. Di recente il musicista Eugenio Finardi è stato salvato dal suo Apple Watch che ha segnalato subito una fibrillazione atriale in corso.

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Auto con guida autonoma

Le Automobili con Guida Autonoma sono tra noi (anche se, per questioni legate ai regolamenti e alle infrastrutture di strade e città, questa autonomia è ancora parziale). Prima c’era solo la Google Car, una scatolina che girava in Silicon Valley con una velocità massima di 25 miglia all’ora. Ora, anche in Italia, le Tesla, la macchina elettrica con guida autonoma di Elon Musk, non ci contano. Anche la Apple starebbe per lanciare a breve un suo veicolo elettrico con molte funzioni automatizzate. Le case automobilistiche, già da qualche anno, si sono adeguate e stanno facendo molta ricerca. Sulle vetture Audi, BMW e Mercedes di fascia alta, ci sono intelligenze artificiali in grado di prendere il controllo della macchina in condizioni particolari e quasi tutte sono in grado di parcheggiare da sole. Persino la nuova FIAT 500 elettrica ha nei modelli di punta una tecnologia di assistenza alla guida. Tuttavia ciò che ci separa dall’avere una Supercar come K.I.T.T. nel nostro garage non sono solo problemi tecnici, ma anche etici. Se si viene investiti da una Tesla senza pilota è ancora poco chiaro di chi sarebbe la responsabilità civile e penale. Oggi in Europa il responsabile sarebbe il produttore. In caso di incidente si farebbe riferimento alla responsabilità per i prodotti difettosi introdotta dall’Europa con una direttiva del 1985. Com’è ovvio, ci vorranno delle nuove normative unificate, perché un’automobile con guida autonoma non è un elettrodomestico.

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Ci sono, poi, tecnologie che erano state previste, ma non sono più arrivate, oppure non si sono ancora sviluppate oltre un certo livello. Ecco un’altra carrellata.

PROFUMI DIGITALI

Profumi digitali

Immaginate di vedere un selfie accompagnato dall’essenza di un profumo, la foto di una bistecca su Instagram accompagnata dall’odore della carne alla griglia o la foto di un’orchidea che profuma meravigliosamente. Nei prossimi anni la capacità di trasmettere digitalmente odori raggiungerà il pubblico di massa.

La digitalizzazione di messaggi, immagini e suoni appartiene ormai al secolo scorso. Nel 2014 scienziati di Regno Unito, Stati Uniti e Giappone hanno rivelato dispositivi che possono simulare elettronicamente odori, aprendo una strada maestra al sistema limbico del cervello, la parte responsabile per la memoria e la generazione di emozioni.

Altri ricercatori stanno studiando l’effetto degli odori sintetici, trasmessi via Internet, sulle emozioni. Le implicazioni per il marketing sono enormi. Il profumo digitale di acqua salata e brezza marina su un sito di viaggi aumenterà la probabilità di prenotare una vacanza al mare?

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NANOTECNOLOGIE

Nanotecnologie

La miniaturizzazione delle componenti è ciò che ha permesso e sta realizzando un progresso tecnologico senza precedenti per la sua velocità, soprattutto in ambito informatico. Ci sono prototipi di chip quasi invisibili a occhio nudo, mentre dispositi di archiviazione grandi come pacchetti di sigarette che una volta contenevano pochi megabyte adesso hanno una capacità di diversi terabyte. Tutto questo ci fa pensare che nell’immediato futuro ci saranno sempre più device “indossabili” (wearable). Tutto questo è possibile grazie alla nanotecnologia.

La nanotecnologia riguarda il controllo della materia su scala dimensionale inferiore al micrometro (in genere tra 1 e 100 nm) e la progettazione e realizzazione di dispositivi in tale scala. Si tratta di una tecnologia a livello molecolare che ci permetterà di porre ogni atomo dove vogliamo che esso venga posizionato.

L’applicazione delle nanotecnologie al campo medico promette meraviglie. Si stanno testando micro-robot dotati di nanomotori che saranno inghiottiti come normali pillole e potranno fare un check-up accurato dell’organismo ospite o eliminare delle cellule cancerose eseguendo interventi chirurgici intracellulari.

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INTELLIGENZE ARTIFICIALI

Intelligenze artificiali

Si parla di intelligenza artificiale almeno dal 1956. La possibilità di dotare le macchine e i computer di un cervello evoluto simile a quello dell’uomo è la frontiera più affascinante e allo stesso tempo inquietante della tecnologia. La letteratura di fantascienza ci ha speculato parecchio.

Al momento, probabilmente, il cervello artificiale più sofisticato è quello di Watson, il supercomputer sviluppato da IBM. Ha la capacità di comprendere e rispondere a domande in linguaggio naturale. È stato allenato a partecipare contro concorrenti umani a Jeopardy!, il più popolare quiz TV americano. Dopo qualche ottimizzazione, è stato capace di battere sul tempo Brad Rutter e Ken Jennings, i campioni storici di Jeopardy! e vincere.

Esistono, comunque, già dei Bot (programmi automatici che si collegano a Internet) in grado di scrivere autonomamente delle breaking news o addirittura romanzi in linguaggio naturale. Non è inverosimile immaginare che molto presto le macchine supereranno il Test di Turing.

Se questo può sembrare un’esagerazione, c’è chi pensa addirittura che in un prossimo futuro i computer saranno senzienti, cioè consapevoli di se stessi. Questo, secondo due esperti, potrebbe portare alla distruzione del genere umano. A dirlo sono Elon Musk, il fondatore di PayPal, che ora costruisce le automobili elettriche Tesla, e Stephen Hawking, il più famoso fisico teorico del mondo.

Insomma, scenari apocalittici come quelli dei film 2001: Odissea nello spazio (pensiamo a Hal 9000 che si rivolta contro i due astronauti) e Terminator (la Rete di supercomputer Skynet diventa cosciente e lancia una guerra contro il genere umano) potrebbero diventare realtà.

Tuttavia, con tutto il rispetto per questi scienziati, mi piace pensare a un futuro in cui le macchine intelligenti lavoreranno affianco agli uomini e si rapporteranno con noi in maniera sempre più naturale. Anche se ci sostituiranno nella maggior parte dei lavori, nasceranno nuove professioni e tutto il tempo libero che si libererà ci permetterà di dedicarci ad attività creative sempre più interessanti, se sapremo sfruttarlo.

Forse, in un futuro non troppo lontano, in ogni casa avremo un androide (un robot con aspetto umanoide) che ci farà da maggiordomo o addirittura da partner affettivo. Per la psicologa Sherry Turkle questa è una possibilità più che verosimile. Nel suo saggio Insieme ma soli dimostra, con una velata preoccupazione, che per gli esseri umani sta diventando sempre più naturale interagire emotivamente e affettivamente con le macchine. Quando ci sarà un versione più intelligente di Siri, potrebbe succedere a tutti, quindi, anche ai più scettici, di innamorarsi di un OS, come si vede nel film Her di Spike Jonze.

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QUANTUM COMPUTING

Computer quantistici

Si tratta del tipo di calcolo di una nuova generazione di computer superpotenti. In breve, i computer quantistici possono risolvere problemi che sono troppo difficili per un computer classico, che può processare le informazioni solamente con gli 1 e gli 0 (il codice binario). Nell’universo quantistico gli 1 e gli 0 possono esistere in due stati (qubit) alla volta, permettendo computazioni in parallelo. Perciò, con due qubit abbiamo 4 valori allo stesso tempo: 00, 01, 10, 11.

La National Security Agency già prevede che la crittografia attualmente in uso sarà resa completamente obsoleta quando i computer quantistici supereranno una massa critica di utilizzatori, come personal computer.

Non è ancora possibile comprare un computer quantistico, ma se ne parlerà parecchio. Alcuni tra le più importanti aziende della Silicon Valley ci stanno lavorando, tra cui IBM, Microsoft, Hewlett-PackardGoogle e D-Wave.

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CONOSCENZA AUMENTATA

Conoscenza aumentata

Alcune delle ricerche più strabilianti mescolano le neuroscienze con l’intelligenza artificiale. Si parla già di telepatia digitale perché possiamo mandare informazioni direttamente da un cervello all’altro via internet. Scienziati della University of Southern California stanno lavorando a una protesi neurale cognitiva che può recuperare e potenziare le funzioni della memoria.

Questa ricerca, dimenticando per un attimo Matrix,  ha lo scopo di aiutare le vittime di infarti o traumi cerebrali a recuperare le loro abilità cognitive e funzioni motorie. Invece di fare la classica riabilitazione, basterebbe ricaricare le memorie giuste.

Ma questo implica anche che un giorno potremo migliorare le nostre abilità mentali per mezzo di un dispositivo computerizzato. L’apprendimento potrebbe diventare semplice quanto caricare una chiavetta USB.

 

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Leggere meno per leggere meglio

Questa pandemia ci sta sottoponendo a stress-test che non avremmo mai dovuto affrontare. A cascata, stiamo assistendo a ridefinizioni di significati e certezze consolidate. I cambiamenti più drastici e, a volte drammatici, riguardano il nostro modo di vivere il tempo. La consapevolezza del suo valore è aumentata.

Tutto questo come si riflette sulla lettura? Il tempo che le dedichiamo è legato all’importanza che le attribuiamo. E dipende anche da cosa intendiamo per lettura. Se in quest’atto includiamo tutte le attività e i dispositivi digitali, indubbiamente oggi leggiamo di più. Ma lo facciamo in maniera frammentata. Consumiamo pezzetti di informazione nelle chat, sui siti web, nelle email, oltre che sui blog e sui siti di approfondimento. Ma essere dei bravi scanner non significa automaticamente comprendere.

Leggere un libro è un altra cosa. L’assimilazione del suo contenuto non può che essere un processo lento. Eppure, citando i dati sulla scarsa abitudine alla lettura degli italiani, si insiste spesso sul fatto che bisogna leggere di più. E leggere di più, visto che il tempo a disposizione è sempre lo stesso, significa imparare a leggere più velocemente. Il rischio è trasformare la lettura in una performance e perdere di vista il suo valore fondamentale: non la cultura, non il nozionismo, ma l’educazione alla complessità. Perché è questo che fanno o dovrebbero fare i libri migliori: fornirci strumenti per gestire l’incertezza della vita e dare un senso alla nostra irrilevanza nell’Universo.

Nell’ultimo numero della sua brillante newsletter, Antonio Dini prova ad andare contro corrente e a riflettere proprio su quanto sia sensato incoraggiare le persone a leggere di più. A suo modo di vedere non lo è (ma anche qui, dipende dagli scopi e dalla professione: Vanni Santoni direbbe che uno scrittore deve abituarsi a leggere molto e velocemente). Allo stesso modo anche chi pratica lo tsundoku, cioè accumula compulsivamente libri senza leggerli, farebbe un esercizio sterile (Nassim Nicholas Taleb, però, la pensa diversamente. E anche Piero Dorfles).

Abbiamo veramente bisogno di leggere tutti questi libri? – dice Antonio Dini – È ragionevole dire di no. Ha senso leggere meno ma meglio, in modo più sensato oserei dire. Facendo attenzione a quello che si legge e perché, se è una lettura che deve passare delle informazioni utili, oppure gustando i tempi dell’intrattenimento se è una lettura fatta per il piacere della storia e della sua scrittura.

È sicuramente vero che, se ci lasciamo dominare troppo dal marketing letterario, andando tutte le volte dietro alle classifiche e ai libri premiati, se ci lasciamo condizionare sempre di più dagli algoritmi diabolicamente precisi dei suggerimenti di Amazon, rischiamo di non capire più perché abbiamo bisogno di una certa lettura e quali sono i nostri interessi e le nostre idiosincrasie.

La pars construens di questo ragionamento? – conclude Dini – Leggete meno. Leggete le cose che vi piacciono e quelle che sono ragionevolmente utili, se proprio dovete.

È anche un questione di maturità superare quel momentaneo delirio di onnipotenza che ci porta a credere di dover leggere tutto quello che ci interessa. Anche limitandoci a quello che ci piace, sarebbe umanamente impossibile. Umberto Eco, lo aveva capito bene:

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

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Piero Dorfles e il valore della lettura

Nell’Olimpo degli uomini di cultura che ammiro, dopo Umberto Eco e Corrado Augias, c’è sicuramente Piero Dorfles. È anche Presidente del Festival del giornalismo culturale ed è proprio lavorandoci (da 5 anni sono uno dei social media manager) che ho avuto il privilegio di conoscerlo qualche anno fa. In una bella intervista pubblicata di recente, Piero Dorfles dice almeno tre cose molto importanti sulla lettura e sul suo valore formativo.

I ragazzi e la lettura. Come coinvolgerli

Il fatto che i ragazzi leggano fino a 13-14 anni e poi smettano credo dipenda da fattori ormonali e dalla capacità di attrazione delle nuove tecnologie. Guardare la tv o i contenuti sul telefonino è più facile che leggere, attività che invece prevede un desiderio di impadronirsi delle cose. All’inizio la lettura è faticosa, ecco perché appena si ha la possibilità di evitare l’apprendimento leggendo, prevale il desiderio di fare altro. I ragazzi che continuano a leggere purtroppo non sono la maggioranza, ma sono sicuramente più degli adulti, che in Italia leggono pochissimo. C’è un problema di esempio, di valori collettivi. Nel nostro Paese la maggior parte delle persone non ha libri in casa. Perché un ragazzo dovrebbe sentirsi portato a leggere se non ha l’esempio da parte di genitori ed educatori? Se non si trasmette il valore della lettura è difficile che un ragazzo lo apprenda. Se invece un genitore legge un libro a un figlio, stimola il suo interesse per la lettura. Molte volte è così che nasce il lettore: sente raccontare ad alta voce un libro e gli viene voglia di sapere come va a finire, anche quando il genitore se n’è andato e quindi inizia a leggere. È importante che i genitori tengano in casa il maggior numero di libri possibile. La lettura poi può dare degli stimoli straordinari: permette di viaggiare, di vivere, di fare conoscenza con quello che altrimenti ci potrebbe spaventare, come ciò che è diverso e lontano da noi.

Verso la fine di questo intervento Dorfles dice: È importante che i genitori tengano in casa il maggior numero di libri possibile. Quindi fare dello tsundoku, cioè avere una biblioteca casalinga fatta anche di libri non letti (Nassim Nicholas Taleb l’ha definita anti-biblioteca) non è così strano come potrebbe sembrare.

La differenza tra un ebook e un libro di carta

Credo che la capacità di leggere su supporto elettronico o cartaceo sia la stessa, soprattutto per le nuove generazioni. C’è una un’unica differenza non marginale: il libro cartaceo rimane e guardandone il dorso sullo scaffale dove lo abbiamo riposto ci ricorda che cosa abbiamo letto e aprendolo nuovamente anni dopo potrà “parlarci”, per esempio attraverso un oggetto che ci abbiamo lasciato dentro, una sottolineatura o un’orecchia che abbiamo fatto a una pagina per ricordare una frase che ci ha emozionato. Il libro cartaceo è un documento dell’esperienza che abbiamo fatto leggendolo. Credo che questo il libro elettronico non potrà mai sostituirlo.

Anche questo passaggio è molto significativo. In poche parole, un libro di carta ci “parla” con il suo dorso quando è sullo scaffale e anche quando lo riapriamo e ritroviamo le nostre tracce di lettura. Tutti questi livelli di esperienza in un libro elettronico ancora non ci sono.

Perché rileggere un libro

Quando si rilegge un libro, il più delle volte si scoprono cose diverse rispetto alla prima lettura. Credo sia un’esperienza importante da fare. È come se nel libro avessimo uno specchio nel quale ci vediamo come eravamo nel tempo in cui lo abbiamo letto la prima volta , il che ci permette di capire se e quanto siamo maturati o se siamo invece regrediti. Ma il più delle volte ci dice quello che siamo stati e questo vuol dire sapere di sé qualcosa di più di ciò che sapevamo prima.

Anche quest’ultimo passaggio dell’intervista a Piero Dorfles è notevole. C’è già molta gente che fatica a capire l’importanza della lettura. Figuriamoci se riescono a cogliere quella della rilettura. Leggere più di una volta un libro, anche se a distanza di tempo, sembra quasi una follia. Ma un libro non è un semplice prodotto culturale da consumare. Come ci insegna Dorfles, nei casi migliori, un libro è fatto di tanti livelli di significato. E, quindi, è anche un metro della nostra maturità. Noi lo leggiamo e lui legge noi.