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Perché leggere Gianni Rodari (anche se sei un adulto)

Quando pensiamo a Gianni Rodari lo immaginiamo subito tra i bambini, in una classe, con la voce che racconta favole piene di rime e paradossi. La sua opera è stata scritta soprattutto per loro, è vero, ma limitarlo all’infanzia significa non cogliere il cuore del suo progetto.

Rodari è stato un maestro della fantasia e dell’immaginazione: non solo dei più piccoli, ma anche degli adulti. Rileggerlo a distanza di anni è come scoprire che quei libri non sono mai davvero andati via: ci hanno semplicemente aspettato.

Un autore che non scriveva solo per i piccoli

Rodari (1920‑1980) fu maestro elementare, giornalista, scrittore, intellettuale, uomo del suo tempo eppure straordinariamente proiettato nel futuro.

Nel 1970 ricevette il premio Hans Christian Andersen, il Nobel della letteratura per ragazzi. Ma il suo valore non è confinato a quell’etichetta: i suoi libri – da Favole al telefono a Il libro degli errori, da Le avventure di Cipollino alla Grammatica della fantasia – parlano a chiunque sappia ancora meravigliarsi, interrogarsi, lasciarsi sorprendere. Leggerlo oggi significa riconoscere che, dietro alla leggerezza delle sue parole, si cela un pensiero che continua a parlarci con forza.

Rodari non infantilizzava i bambini. Li considerava persone a pieno titolo, capaci di pensiero critico e immaginazione. Con lo stesso rispetto possiamo leggerlo anche noi adulti. Nei suoi libri troviamo la convinzione che l’intelligenza non vada mai sottovalutata, che ogni mente sia fertile e degna di essere coltivata, qualunque sia l’età del lettore.

Cosa ci regala Rodari da adulti

Linguaggio e creatività

Aprire un suo libro significa allenarsi a guardare le cose da un altro punto di vista. Nella Grammatica della fantasia troviamo esercizi di creatività, giochi con le parole, inviti a rompere le abitudini mentali. Non c’è età per averne bisogno: chi lavora, chi insegna, chi si occupa di problemi quotidiani sa quanto sia facile restare intrappolati nelle stesse formule.

Rodari ci ricorda che si può pensare in modo diverso, che non esiste un solo modo per affrontare un problema o immaginare una soluzione.

La sua scrittura è semplice ma non banale. Una filastrocca che fa ridere un bambino può, per un adulto, diventare una piccola parabola etica. Prendiamo C’era due volte il barone Lamberto: un romanzo che sembra un gioco, ma che in realtà parla di memoria, identità e trasformazione. Oppure Il libro dei perché, dove domande apparentemente ingenue aprono a riflessioni che non smettono di interpellarci. Rodari ci invita a non smettere di farci domande, proprio quando pensiamo di avere già tutte le risposte. Ci provoca con la forza della semplicità, che è la più difficile da conquistare.

Leggere Rodari ad alta voce significa scoprire la musica nascosta nelle parole. In un’epoca dominata da messaggi veloci e frasi spezzate, ritrovare il gusto del ritmo, delle rime, dei giochi sonori è un balsamo per la mente. È letteratura che si ascolta e ci riporta all’essenza della parola come canto, come memoria collettiva che si trasmette di voce in voce.

Valori ed etica

In molte delle sue storie troviamo il senso della giustizia, la critica alle disuguaglianze, l’elogio della solidarietà. Non è moralismo: è la capacità di rendere evidenti, attraverso il gioco narrativo, le contraddizioni del mondo. Quando leggiamo Le avventure di Cipollino, dietro i personaggi di frutta e verdura riconosciamo i rapporti di potere, le ingiustizie e i soprusi che appartengono alla nostra storia e che, purtroppo, non sono scomparsi. Da adulti possiamo ritrovare in queste pagine non solo nostalgia, ma anche stimolo a guardare la realtà con più lucidità.

Rodari è anche un ponte. Se abbiamo figli o nipoti, le sue storie diventano terreno comune: possiamo leggerle insieme, scoprendo che funzionano a più livelli. Ma anche senza bambini attorno, riscoprirlo significa dialogare con il bambino che siamo stati, senza cadere nel sentimentalismo. Ci offre la possibilità di conciliare memoria e presente, di scoprire che non abbiamo mai smesso di aver bisogno di fiabe, solo che ora le leggiamo con occhi diversi.

Da quali libri cominciare

Chi vuole avvicinarsi oggi a Rodari può scegliere diversi percorsi.

La Grammatica della fantasia è un saggio unico: un manuale di invenzione poetica che parla direttamente a chi scrive, insegna o semplicemente vuole pensare in modo creativo. È un libro che sembra scritto per insegnanti e genitori, ma che in realtà può aiutare chiunque a recuperare il piacere dell’invenzione.

C’era due volte il barone Lamberto è un romanzo breve e folgorante, dove l’umorismo convive con riflessioni profonde sulla vita, sull’età e sulla memoria che ci tiene vivi. 

Il libro degli errori ricorda che sbagliare non è una tragedia, ma occasione di crescita, e forse oggi più che mai dovremmo abituarci a vedere i nostri errori come possibilità. 

Le avventure di Cipollino resta una fiaba politica e poetica insieme, attuale non solo per i bambini, ma anche per chi vuole riflettere sul potere e sulla resistenza.

Un altro titolo da riscoprire è Favole al telefono, una raccolta che nasce da un’idea geniale: storie brevissime raccontate da un padre alla figlia ogni sera, al telefono, durante i suoi viaggi di lavoro. Sono racconti rapidi, divertenti, a volte surreali, che contengono un universo di immaginazione. Per un adulto sono anche un invito a ritrovare il tempo del racconto, a capire quanto basti poco per creare un momento di meraviglia.

Una lezione ancora necessaria

Basta pensare alle sfide di oggi: in una scuola oberata da programmi rigidi, in un mondo digitale dove i social semplificano e distorcono le parole o in un ambiente di lavoro che premia la produttività più della creatività, il messaggio di Rodari suona sorprendentemente attuale.

Si potrebbe obiettare che la sua lingua sia troppo semplice, che certi riferimenti appartengano a un altro tempo, che il suo entusiasmo per la fantasia sia un po’ ingenuo. Ma è proprio questa semplicità ad aprire passaggi universali ed è proprio questo idealismo a renderlo ancora prezioso. In un’epoca che corre veloce, rileggere Rodari è un atto di resistenza: significa rimettere al centro l’immaginazione, la capacità critica, il piacere del linguaggio. È come se le sue pagine ci dicessero che non c’è progresso senza fantasia, che senza la capacità di immaginare non possiamo nemmeno costruire un futuro migliore.

Rileggere Rodari significa anche accettare di lasciarsi spiazzare. Le sue storie non vogliono dare tutte le risposte, ma aprire domande. Non vogliono chiudere un significato, ma moltiplicarne i possibili. È un approccio che per gli adulti può essere liberatorio, soprattutto in un tempo in cui si cerca spesso la certezza, la spiegazione rapida, la soluzione immediata. Rodari ci ricorda che la vita è fatta di complessità e che a volte il miglior modo per affrontarla è con l’umorismo e con la leggerezza.

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Il colpo perfetto di David Foster Wallace

Ovvero: cosa ci insegna il tennis sulla scrittura, la vita e la sconfitta

C’è chi si avvicina a David Foster Wallace per Infinite Jest e chi per Una cosa divertente che non farò mai più. Ma c’è anche chi ci arriva per vie traverse: magari guardando una partita di tennis. Sì, perché Wallace non è stato solo un gigante della narrativa postmoderna, ma anche un appassionato giocatore e finissimo scrittore di tennis. In molte sue opere, il campo da gioco diventa metafora, specchio e terreno di riflessione sulla condizione umana.

A volte, la scintilla non è il capolavoro letterario ma un movimento, un gesto, un’energia che ci riporta a qualcosa di dimenticato, o mai del tutto compreso. È proprio su quel campo, reale o simbolico, che molti lettori incontrano Wallace per la prima volta.

È quello che è successo allo scrittore B.J. Hollars, che ha ritrovato Wallace tra le righe dopo la vittoria di Coco Gauff agli US Open. La sua voglia di riscoprire il tennis non l’ha riportato in campo, ma fra le pagine. Prima con John McPhee e le biografie di Agassi e Ashe. Poi, inevitabilmente, con l’autore che John Jeremiah Sullivan ha definito “il più grande scrittore di tennis della sua generazione”.

Galesburg, Illinois

Il primo scontro – letterario – avviene di notte, quasi per caso, con l’ascolto sonnolento dell’audiolibro A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again. A svegliarlo è un nome: Galesburg. Non uno qualunque. È la città dove Hollars aveva giocato a tennis al college, ed è anche il luogo in cui Wallace, adolescente, aveva disputato un torneo, definendolo con affetto ironico una “seria città del mais”.

Da lì in poi, Hollars rilegge tutto con occhi nuovi: il Midwest descritto da Wallace come una terra “modellata e deformata dal vento”, e quel tennis adolescenziale fatto di strategie poco ortodosse. Wallace, come Hollars, era un “pusher”, uno di quei giocatori che non cercano il punto spettacolare ma che restituiscono ogni palla, costringendo l’avversario a sbagliare. Il tennis diventa così una forma di ostinazione estetica, una lotta contro la bellezza in favore dell’efficacia.

Il pusher è l’anti-eroe del tennis. Non ha colpi speciali, non cerca l’applauso, non ha bisogno di stile. Ma vince. E lo fa spesso proprio perché si rifiuta di giocare secondo le regole implicite dell’estetica sportiva.

Meglio sembrare belli e perdere, che vincere giocando male”, pensano molti. Il pusher fa il contrario. Ed è per questo che viene odiato.

Hollars, rileggendo le statistiche inviate dal suo vecchio coach, scopre di aver vinto il 77% delle sue partite al liceo. Con il suo gioco “brutto” ha battuto avversari più forti, più veloci, più preparati. Ma quella tattica, efficace ai livelli più bassi, era anche il suo limite. Una trincea sicura che non lasciava spazio all’evoluzione. Una zona di comfort spacciata per strategia. E la stessa cosa vale spesso anche nella scrittura: si trovano formule che funzionano, registri che piacciono, strutture narrative che rassicurano. Ma quel che rassicura raramente scuote. Restare nella propria comfort zone creativa può portare a una produzione coerente ma prevedibile, riconoscibile ma sterile. Per crescere, bisogna rischiare: rompere la forma, cambiare tono, sporcarsi le mani con quello che non si sa ancora fare.

E inizia a chiedersi: quanto costa restare fedeli a una strategia che funziona, ma che non ci cambia?

L’impalcatura tragica del tennis (e della scrittura)

In un saggio straordinario (Derivative Sport in Tornado Alley), Wallace racconta il proprio passato da tennista di periferia e il fascino della competizione con sé stessi. Il tennis, dice, è un’impresa tragica perché nasce dal tentativo di superare i propri limiti. Il bello sta nel cercare di trascendersi. Ma se non lo fai? Se ti limiti a replicare un trucco che funziona, cosa rimane?

Scrive Wallace in Infinite Jest:

“La bellezza infinita del tennis sta nella competizione con i propri limiti per trascendere il sé. Scomparire dentro il gioco. Superarsi. Migliorare. Vincere. […] Ed è per questo che il tennis è un’impresa tragicamente essenziale.”

Chi non tenta di superarsi resta intrappolato nel sé che conosce. Si può vincere, e sentirsi sconfitti.

E se lo stesso valesse anche per la scrittura? E per la vita?

Il campo da tennis, come la pagina bianca, è uno spazio delimitato. Le righe sono i margini, la rete è l’ostacolo simbolico, il punteggio un sistema arbitrario come il giudizio critico. Ma dentro questo spazio chiuso si apre una possibilità infinita: lo scambio. L’interazione. L’errore. La sorpresa. È in quel piccolo rettangolo che si misura la volontà di provarci, di cambiare traiettoria, di cercare nuove angolazioni.

Scrivere, come giocare, è una danza di ritmo, resistenza, controllo. C’è chi cerca il colpo spettacolare, il punto vincente. E chi invece tiene la palla in gioco, frase dopo frase, aspettando che l’altro sbagli. C’è chi punta al romanzo perfetto. E chi costruisce la propria voce ripetendo lo stesso gesto, imperfetto ma autentico. Chi gioca per il pubblico. E chi per l’amico dall’altra parte della rete.

Ma, come nel tennis, anche nella scrittura arriva un momento in cui restare fermi significa retrocedere. Non basta ripetere ciò che funziona. Serve tentare il colpo nuovo, accettare il rischio, anche se si perde. Serve, cioè, passare dalla 3ª posizione del ranking alla 1ª. Anche a costo di perdere più spesso. Anzi: soprattutto a quel costo.

Il linguaggio, diceva Wallace, è una trappola ma anche una via d’uscita. In molti suoi testi, come nel saggio Authority and American Usage o nei passaggi più lirici di Infinite Jest, cerca infatti di superare i limiti della lingua usandola contro se stessa, piegandola, estendendola, caricandola di ironia e di precisione maniacale. Le sue note a piè di pagina, ad esempio, non sono solo digressioni ma tentativi di contenere il pensiero complesso in una struttura che per definizione lo limita. Sono deviazioni che diventano rivelazioni. È in quella tensione tra struttura e caos che Wallace trova, talvolta, una sua forma di libertà. Chi scrive, come chi gioca, deve trovare il modo per dire qualcosa che non è mai stato detto. O almeno non in quel modo. Ma per farlo deve perdere la forma conosciuta. Deve abbandonare la sua strategia vincente. Deve scegliere di perdere un po’ del controllo.

La scrittura, come il tennis, è piena di “pusher”: autori che restano al sicuro, che rifanno il libro che ha funzionato, che non vogliono perdere lettori, reputazione, contratti. Non c’è nulla di male. Ma è una scelta. E ogni scelta esclude la sua alternativa.

La domanda vera è: quanto sei disposto a perdere per scoprire cosa puoi diventare?

Per Hollars, l’ammissione più importante è proprio questa: ha vinto, ma non si è mai spinto oltre. Ha giocato per non perdere, più che per vincere davvero. E ha scritto nello stesso modo. Non ha mai cercato davvero di superarsi.

Quante volte facciamo lo stesso nella nostra vita? 

Quante volte ci aggrappiamo a ciò che funziona, senza chiederci se ci sta facendo crescere? Quante volte preferiamo l’efficienza alla trasformazione?

Cambiare non è sempre migliorare. Ma non cambiare mai è il modo più sicuro per restare dove si è. E forse anche per smettere, piano piano, di sentire.

Ed è proprio in quel momento di stagnazione, quando si percepisce che il gesto non evolve più, che si apre lo spazio per una domanda fondamentale:

dove potremmo arrivare, se solo decidessimo di andare oltre?

Una lezione anche per noi

Non serve essere tennisti per capire cosa c’è in gioco. 

Perché il tennis, come la scrittura, come la vita, non è solo una questione di punteggio. È un confronto costante con la propria capacità di rischiare, di cambiare, di perdere consapevolmente qualcosa per guadagnare altro.

John Jeremiah Sullivan, nel suo meraviglioso articolo per il New Yorker racconta l’origine linguistica della parola “tennis”. Deriva dal francese tenez! (“prendi!”), il grido lanciato prima del servizio. Un’offerta, un invito, un avvertimento. “Sta arrivando”.

Forse la scrittura è proprio questo: un continuo rilancio all’altro, una palla lanciata senza sapere se l’avversario (o il lettore) risponderà.

Un invito a giocare sapendo che la bellezza non sta nel punto, ma nello scambio.

Oggi, B.J. Hollars gioca ancora, ma solo con un amico. Non contano i punti.

Aprono una lattina di palline nuove, respirano quell’odore inconfondibile di gomma e plastica, e poi colpiscono. Senza ansia, senza piani.

Solo per il gusto di stare dentro il gioco.

Forse è così che si dovrebbe scrivere. E forse è così che si dovrebbe vivere.


Quest’articolo è liberamente ispirato a:

Leggiamo nel modo sbagliato?

La lettura è una medicina. Non solo per l’anima. Anche per il nostro cervello e il nostro corpo. È dimostrato scientificamente che leggere:

Non lo scopriamo certo adesso. Lo sapevano anche gli antichi. La prima biblioteca conosciuta, nell’antico Egitto, ha un’iscrizione che recita: 

“Casa della guarigione per l’anima”.

Gli antichi, però, leggevano in modo diverso da come facciamo noi oggi. Cioè fino al X secolo circa, leggere era sinonimo di leggere ad alta voce.

La lettura silenziosa, quindi, era considerata una vera e propria stranezza. E così è stato per molto tempo. Walter Benjamin direbbe che anche la lettura ha perso la sua “aura”. E una parte del suo romanticismo.

Infatti prima che la radio, la TV, gli smartphone e lo streaming entrassero nei salotti, un tempo le coppie affrontavano le ore serali leggendo ad alta voce.

Quello che si è scoperto di recente è che molti dei benefici della lettura richiedono che questa sia fatta ad alta voce, sempre, con tutti quelli che conosciamo.

La lettura ad alta voce è un processo cognitivo particolare, più complesso della semplice lettura silenziosa, del parlare o dell’ascoltare. Noah Forrin, che ha condotto ricerche sulla memoria e sulla lettura presso l’Università di Waterloo, in Canada, ha detto che coinvolge diverse funzioni: il controllo motorio, l’udito e l’autoreferenzialità, tutte operazioni che attivano l’ippocampo, una regione del cervello associata alla memoria episodica. Rispetto alla lettura silenziosa, l’ippocampo è più attivo durante la lettura ad alta voce, il che potrebbe spiegare perché quest’ultima è uno strumento di memoria così efficace. 

Quindi, anche se un audiolibro narrato da Meryl Streep potrebbe piacervi, lo ricordereste meglio se ne leggeste alcune parti ad alta voce, soprattutto se lo faceste a piccoli pezzi, solo un breve passaggio alla volta, dice Forrin. 

Ci sono dei generi, come la poesia e la narrativa, che sarebbe uno spreco non leggere ad alta voce. Un romanzo letto ad alta voce ci dà accesso a sfaccettature dell’esperienza umana altrimenti irraggiungibili, aiutandoci a elaborare le nostre emozioni e i nostri ricordi, sostiene Philip Davis, professore emerito di letteratura e psicologia all’Università di Liverpool. La poesia, invece, può indurre picchi emotivi e aiutarci a identificare ed elaborare un’emozione dentro di noi.

Secondo Davis, una poesia o una storia letta ad alta voce è particolarmente coinvolgente, perché diventa una presenza viva nella stanza, con una qualità più diretta e penetrante, simile alla musica dal vivo. 

Come se non bastasse, è stato dimostrato che anche le persone affette da dolore cronico possono trarre sollievo partecipando a gruppi di lettura ad alta voce.

Leggere ad alta voce, quindi, anche quando siamo soli e non c’è qualcuno ad ascoltarci, è una pratica che dovremmo recuperare e rivalutare: ricorderemo di più, capiremo meglio il contenuto del libro e allargheremo il nostro orizzonte emotivo.

Il valore quantistico delle edizioni Adelphi

Nelle case editrici, a dare un contesto (e forse anche un’aura) a un libro pubblicato ci pensano le Collane. Queste non definiscono solo un genere (poesia, narrativa, saggistica, varia), ma, talvolta, anche uno stile, una tradizione, affinità e parentele. Un libro di una Collana, quindi, comunica e si nutre anche dei significati degli altri volumi della stessa Collana. Un lettore, tuttavia, è libero di ignorare completamente gli altri titoli e l’entanglement che li lega tutti insieme.

Il catalogo dei libri delle edizioni Adelphi, però, va ben al di là delle parentele di Collana.

Lo stesso libro, anche se già edito e passato per fiere, librerie e mercatini, se ripubblicato da Adelphi, sembra trasfigurarsi.

Perché si ha l’impressione di leggere un libro diverso?

È come se le edizioni Adelphi avessero un “valore quantistico”. Proprio tirando in ballo la meccanica quantistica Guido Vitiello prova a spiegare questo fenomeno:

Formuliamo dunque un “principio di complementarità” editoriale: i libri Adelphi possono esser considerati, a seconda del tipo di osservazione, come onde o come particelle. Sotto l’aspetto corpuscolare, “Giustizia” è lo stesso libro già proposto da Marcos y Marcos: non uno iota è cambiato. Se lo consideriamo sotto l’aspetto ondulatorio, però, tutto appare diverso: il romanzo di Dürrenmatt diventa una delle carte del solitario che Roberto Calasso gioca (in sanscrito stretto, c’è da giurarci) con la propria mente. È lui stesso, d’altro canto, a sostenere che l’arte dell’editoria è “la capacità di dare forma a una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro”.

Il Dürrenmatt di Adelphi non è quello di Marcos y Marcos proprio come il Kant di Adelphi non è quello di Laterza, il Wittgenstein di Adelphi non è quello di Einaudi, lo Sciascia di Adelphi non è quello di Sellerio. La nuova cornice impone di leggerli come libri a sé stanti e, insieme, come glosse all’opera di Calasso; come corpuscoli ben definiti e come vibrazioni di quel grande moto ondulatorio che è il catalogo Adelphi.

Un lungo serpente di pagine

Roberto Calasso, nell’introduzione a una raccolta di risvolti, “Cento lettere a uno sconosciuto“, scrive:

Che cos’è una casa editrice se non un lungo serpente di pagine? Ciascun segmento di quel serpente è un libro. Ma se si considerasse quella serie di segmenti come un unico libro? Un libro che contiene in sé molti generi, molti stili, molte epoche, ma dove si continua a procedere con naturalezza, aspettando sempre un nuovo capitolo, che ogni volta è di un altro autore. Un libro perverso e polimorfo, dove si mira alla poikilÍa, alla «variegatezza», senza rifuggire i contrasti e le contraddizioni, ma dove anche gli autori nemici sviluppano una sottile complicità, che magari avevano ignorato nella loro vita.

Contenitori di moltitudini o libri-cipolla

In un altro articolo, tra l’erudito e l’ilare (un po’ la sua cifra stilistica) Guido Vitiello si spinge più in là, parlando della moltitudine di livelli di lettura e significato presente in molte pubblicazioni Adelphi, che li trasforma in libri-cipolla, da sfogliare velo dopo velo:

Usurpandone una bella formula, diremo che “Le nozze di Cadmo e Armonia”, e per estensione tutta l’opera del suo autore, può leggersi «a modo di un cavolo o carciofo dalle infinite foglie come il libro universale che Letizia Alvarez di Toledo propose a Borges di sostituire alla sua Biblioteca di Babele». Cavoli, carciofi o anche, se piace, cipolle come quella del “Peer Gynt”. Sono simboli triviali, certo: ma ciò che sta in basso, sul banco del verduraio, è come quel che sta in alto, nei cieli della «letteratura assoluta». E cavoli, carciofi e cipolle – absit iniuria – si applicano meravigliosamente a uno scrittore che del principio delle «infinite foglie», o degli infiniti velami, ha fatto il cardine della sua opera: quasi non c’è pagina di Calasso in cui non si dica che una verità è la guaina di un’altra, la quale a sua volta è la fodera di un’altra rivelazione; quasi non c’è frase dove non si parli di maschere, travestimenti, specchi, teatri delle ombre, superfici che nascondono altre superfici, danze dei sette veli che non conducono mai alle nudità della signorina Alétheia, alla verità qual è, ma sempre e solo a ulteriori e più intimi tegumenti.

Un libro edito Adelphi diventa quindi, – citando sempre Vitiello – nei casi migliori, una sontuosa Wunderkammern in cui è dilettoso smarrirsi, una camera delle meraviglie che compone uno dei palazzi più degni della nostra editoria: il catalogo Adelphi, quell’ininterrotto soliloquio fatto di libri e di autori che è un’estensione delle idiosincrasie del suo animatore, l’elusivo e affabile Roberto Calasso.

Storia condensata delle forme di poesia non convenzionale

Amo la poesia e le forme letterarie brevi. Questo articolo, frutto di una piccola ricerca, raccoglie i generi poetici originali e fuori dagli schemi tradizionali. 

I versicoli 

I versi usati nell’Allegria da Giuseppe Ungaretti, sono conosciuti come versicoli e rappresentano un nuovo linguaggio lirico di grande intensità ed essenzialità. La riduzione delle parole sullo sfondo della pagina bianca e la frantumazione dei versi tradizionali, spesso trasformati in brevissimi sintagmi o parole singole, diventa una nuova sintassi lirica che va ben al di là di ogni sperimentalismo precedente.

Per Ungaretti la poesia deve essere priva di ogni inutile ornamento letterario. La parola poetica deve essere purificata da ogni sovrastruttura retorica per poter meglio aderire al contenuto. Il compito della poesia non è quello di placare o addolcire, ma di esprimere il dolore e la difficoltà della vita in modo autentico. La poesia deve essere nuda e scarna per poter meglio esprimere questi sentimenti.

Anche Giorgio Caproni ha utilizzato la forma del versicolo. In “Versicoli quasi ecologici” utilizza un linguaggio semplice e diretto per esprimere la sua preoccupazione per lo stato attuale dell’ambiente e per il futuro del nostro pianeta. 

⬇️ Ascolta il podcast “Versicoli”. ⬇️

Versicoli, un podcast di Paolo Musano

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Gli haiku

Gli haiku sono una forma poetica tradizionale giapponese, composta da tre versi di 5, 7 e 5 sillabe rispettivamente. Gli haiku tradizionali descrivono la natura e le stagioni, spesso utilizzando immagini potenti e evocative per creare un’atmosfera contemplativa.

Anche Jack Kerouac ha scritto un gran numero di haiku, adattando ai canoni occidentali le liriche giapponesi. Queste poesie brevi e semplici sono state composte tra il 1956 e il 1966, seguendo le suggestioni provenienti dalla cultura orientale. Per Kerouac, gli haiku sono poesie che utilizzano parole semplici e la loro comprensione dipende dalla libertà mentale del singolo, non dal suo grado di cultura. L’idea è che questi componimenti debbano essere compresi tanto dal professore universitario quanto dall’analfabeta, per questo motivo i riferimenti culturali vanno evitati.

Tra i poeti italiani che hanno sperimentato questa forma breve c’è Andrea Zanzotto. Gli haiku di Zanzotto sono stati scritti in una forma chiamata pseudo-haiku, poiché si è ispirato liberamente ai codici della tradizione giapponese, adattandoli alle sue esigenze creative.

⬇️ Leggi la mia raccolta di haiku. ⬇️

Haiku di Paolo Musano

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I koan buddisti

I koan buddhisti sono enigmi o paradossi utilizzati nella pratica Zen. Sono spesso composti da una domanda o un’affermazione che sembra illogica o contraddittoria, come: qual è il suono di una mano sola? La loro brevità e concisione invita a considerare la natura del suono e del silenzio e il suo rapporto con la percezione e la realtà. L’uso dei koan nella pratica Zen è stato descritto come un modo per “rompere” la mente concettuale, liberando il praticante dalle idee preconcette e dalle categorie consolidate, permettendogli di vedere la realtà in modo nuovo e diretto. 

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I tweet (quand’erano di 140 caratteri)

Twitter era il mio social network preferito. Mi piaceva soprattutto nella sua prima incarnazione, quando il numero di battute utilizzabili era limitato a 140 caratteri (meno di un SMS, che ne aveva 160).

Il limite dei 140 caratteri costringeva a concentrare pensieri e sentimenti. Non era semplice, ma era un esercizio intellettuale interessante. E molto poetico (infatti lo sforzo creativo richiesto è simile a quello per scrivere un haiku).

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I frammenti incompiuti

I frammenti incompiuti, brevissime tracce lasciate da autori poco conosciuti, sono pieni di suggestioni poetiche. Ad esempio i frammenti del filosofo greco Eraclito, arrivati fino a noi perché citati da altri autori antichi come Platone e Aristotele, sono stati scritti in forma di aforismi, brevi e concisi, e spesso privi di contesto. Il primo aspetto che salta all’occhio nei frammenti di Eraclito è il suo stile ermetico e criptico. Il filosofo nutriva sfiducia nella possibilità che i suoi scritti potessero essere compresi dalla maggior parte degli uomini. Un esempio di questo stile è il famoso frammento “Panta rhei” (Tutto scorre), che dice: “A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove”. Questa metafora può essere interpretata in molti modi, ma in generale esprime l’idea che tutto cambia continuamente e che non è possibile tornare indietro nel tempo.

Friedrich Nietzsche, in Umano, troppo umano, scrive:

Come le figure in rilievo agiscono così fortemente sulla fantasia per il fatto di voler uscire, per così dire, dalla parete e, trattenute da qualche parte, di arrestarsi improvvisamente: così l’esposizione incompleta – al modo del rilievo – di un pensiero, di un’intera filosofia, è talora più efficace dell’esposizione esauriente: si lascia di più al lavoro di chi guarda, questi viene spinto a continuare e a compiere ciò che gli si staglia davanti in così chiaroscuro, e a superare egli stesso quell’ostacolo che le aveva fino allora impedito di balzar fuori compiutamente.

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Gli aforismi

L’aforisma è un genere letterario famoso per la brevità e l’efficacia delle sue espressioni. La sua origine risale all’antichità greca. Negli ultimi due secoli, l’aforisma ha avuto una grande fioritura, diventando una forma letteraria pungente e brillante. Nonostante la sua brevità, l’aforisma è in grado di esprimere concetti profondi e densi.

L’aforisma, nella filosofia moderna, è un modo per sincopare l’esposizione, d’un canto, e d’altro canto per lasciare che i pensieri, senza obbligo di articolazione, tambureggino come grandine sul lettore, senza gerarchia e rompendo il procedere lineare delle filosofie deduttive e dimostrative. Uno dei maestri in questo tipo di scrittura è il grandissimo e già citato Nietzsche.

⬇️ Leggi i miei aforismi. ⬇️

Aforismi di Paolo Musano

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Le proposizioni logiche di Wittgenstein

Il filosofo Ludwig Wittgenstein ha proposto una teoria rivoluzionaria delle proposizioni logiche nel libro Tractatus Logico-Philosophicus del 1921. 

Secondo la sua visione, le proposizioni logiche sono la chiave per comprendere il mondo e il linguaggio in modo corretto. 

Le proposizioni logiche sono composte da elementi atomici, come le parole del linguaggio, che rappresentano gli oggetti e gli stati del mondo. Questi elementi atomici sono poi combinati in relazioni logiche, come la negazione, la connessione e la tautologia, che sono essenziali per la comprensione del mondo e del linguaggio.

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Gli epigrammi

Gli epigrammi sono un componimento poetico di breve durata, ma di grande potenza espressiva. La loro brevità e concisione li rendono capaci di esprimere concetti e idee in modo diretto e preciso. Gli epigrammi sono stati utilizzati per diversi scopi attraverso i secoli e in molte lingue e culture diverse, ma sono particolarmente famosi per la loro presenza nella letteratura greca e romana antica. 

Gli epigrammi greci erano spesso scritti su monumenti funerari o su monumenti celebrativi, e servivano a celebrare la vita del defunto o a commemorare un evento o una persona. Gli epigrammi romani erano scritti per onorare gli dei, gli eroi o per celebrare gli eventi importanti. Gli epigrammi non sono stati solo utilizzati per scopi celebrativi, ma anche per scopi satirici e ironici, come nel caso degli epigrammi di Marziale, che utilizzava l’epigramma per criticare i costumi sociali e le persone famose della sua epoca. 

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I pensieri dello Zibaldone di Leopardi

lo Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi è un’opera unica nella letteratura italiana del XIX secolo. È quasi un viaggio nelle mente del poeta marchigiano, un diario molto personale dove le parole scritte a mano trasportano in un mondo fatto di riflessioni, poesie e traduzioni. 

La struttura aperta dello Zibaldone permette di entrare in contatto con le emozioni e i sentimenti di Leopardi. L’eterogeneità dei contenuti è sorprendente, con argomenti che vanno dalla filosofia alla letteratura, dalla mitologia alla scienza. In questo tesoro letterario si possono trovare riflessioni sulla natura dell’uomo e dell’universo, poesie d’amore e di morte, traduzioni di classici greci e latini e osservazioni sulla lingua e la letteratura italiana. 

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Gli sketches di Jack Kerouac

Gli sketch di Kerouac sono schizzi, impressioni, scritti utilizzando la tecnica della prosa spontanea, cioè un modo di scrivere senza coscienza, in semitrance, che libera l’inconscio senza censure.

I modelli a cui si è ispirato lo scrittore di Lowell sono l’action painting di Jackson Pollock, la pittura automatica di André Masson, le atmosfere urbane e desolate di Edward Hopper e le libere improvvisazioni di Charlie Parker. Tutto ciò che vedeva Kerouac era importante: tutto ciò che attirava la sua attenzione e lo stimolava a scrivere diventava inestimabile.

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I blues di Jack Kerouac

Kerouac in Mexico City Blues si descrive come “un poeta jazz che suona un lungo blues durante una jam session una domenica pomeriggio.” La sua forza creativa risiede nel proprio flusso di coscienza, ossia nella capacità di seguire un ritmo che è totalmente individuale: « …i miei pensieri variano e a volta passano da un chorus all’altro o da metà di un chorus a metà di quello dopo».

I cosiddetti chorus sono le strofe, o meglio i ritornelli che intona al ritmo di musica jazz o blues. La sovrapponibilità di un chorus sull’altro significa che i versi posti tra essi sono da intendere come un assolo di jazz che segue diversi ritmi, senza un’idea precisa della direzione che prenderà. Una serie di variazioni sul tema, insomma, di assoli di sax che si sa da dove partono ma non dove vaghino e vadano a finire.

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Le note a piè di pagina

Anche le note a piè di pagina, nei libri di alcuni autori, possono essere considerate una forma di poesia. Scrive Roberto Bazlen: “Io credo che non si possa più scrivere libri. Perciò non scrivo libri. Quasi tutti i libri sono note a piè di pagina gonfiate in volumi (volumina). Io scrivo solo note a piè di pagina.” Note in margine al mondo, note in margine ai libri. Per lui queste note non possono più diventare un libro, un’opera compiuta. Devono restare doppiamente irrelate e in calce a un testo che forse non c’è o comunque è sfuggente. Anche Carlo Dossi la pensa in maniera simile: “Una volta si scrivevano libri, oggi frammenti di libri. Mangiata la pagnotta non restano che le briciole.”

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Le scorciatoie di Saba

Le scorciatoie di Umberto Saba sono una raccolta di poesie scritte dall’autore italiano tra il 1913 e il 1918, e pubblicate per la prima volta nel 1920. Questa raccolta è stata considerata una delle opere più importanti della poesia del Novecento italiano, per la sua capacità di descrivere la realtà quotidiana con un linguaggio semplice e diretto. Le scorciatoie di Saba sono brevi componimenti in prosa, di taglio scorciato ed incisivo, che hanno l’accento della poesia e il rigore dell’aforisma. Non sono sentenze fulminanti, ma discorsi argomentati. I riferimenti principali sono i ricordi di Guicciardini e i pensieri di Leopardi e Nietzsche. I temi esplorati sono l’amore, la solitudine, la malinconia e il senso della vita, ma anche l’esperienza quotidiana dell’autore, la sua città natale, Trieste, e la sua cultura ebraica.

Il titolo “Scorciatoie” sta ad indicare la capacità di Saba di descrivere la realtà in modo semplice e diretto, senza inutili fronzoli e ornamenti, e di andare dritto al cuore della questione. Inoltre, l’idea di scorciatoie fa riferimento alla capacità dell’autore di creare un legame tra la sua esperienza personale e la realtà universale, e di usare la poesia come un mezzo per comprendere la vita.

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I toasts di Mallarmè

I toasts sono una raccolta di poesie scritte da Stéphane Mallarmé nel 1866. Queste poesie sono state scritte per celebrare gli amici e i colleghi dell’autore, e sono caratterizzate da uno stile molto musicale e formale. Mallarmé utilizza un linguaggio ricco e complesso, pieno di giochi di parole e di riferimenti letterari, che crea un’atmosfera di mistero e di simbolismo.

I toasts di Mallarmé sono scritti in uno stile molto musicale, che rende la loro lettura molto piacevole. L’autore utilizza rime e ritmi per creare una melodia che accompagna il significato delle sue parole.

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I calligrammi di Apollinaire

I calligrammi di Guillaume Apollinaire sono una forma di poesia visiva che combina parole e immagini per creare un’espressione unica e originale. Il termine “calligramma” è stato coniato da Apollinaire stesso, che li utilizzò per la prima volta nel 1913 nel suo libro di poesie “Alcools”. In questa raccolta, il poeta utilizzava la forma delle parole per creare immagini, come ad esempio una bottiglia di vino che assume la forma di una donna. La sua poesia visiva ha influenzato molte altre forme di espressione artistica, come il cubismo e il creazionismo.

I calligrammi di Apollinaire spesso avevano un significato politico o sociale, come ad esempio il famoso “Calligramma della Torre Eiffel” in cui utilizzava la celebre attrazione parigina come simbolo della forza della Francia contro i tedeschi durante la prima guerra mondiale. Inoltre, Apollinaire è stato anche uno dei fondatori del movimento Surrealista, che ha utilizzato la poesia visiva come mezzo per esprimere l’inconscio e le emozioni.

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I telegrammi di Eleonora Duse

I telegrammi sono una raccolta di messaggi telegrafici inviati dall’attrice italiana Eleonora Duse durante la sua carriera. L’uso del telegrafo consentiva all’attrice di mantenere i contatti con i suoi colleghi e i suoi amici mentre era in tournée, e di organizzare gli spettacoli in modo più efficiente. Questi messaggi ci offrono una finestra sulla sua vita privata e sulla sua carriera, mostrando il suo impegno e la sua dedizione al lavoro.

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Le tragedie in due battute di Campanile

Le tragedie in due battute sono una raccolta di brevi testi scritti dallo scrittore e umorista italiano Achille Campanile. Queste tragedie sono caratterizzate dalla loro brevità e dall’utilizzo di un umorismo nero e surreale. Lo stile combina l’ironia e l’assurdo, creando un effetto comico che contrasta con i temi drammatici trattati: la morte, la solitudine e la follia.

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I biglietti agli amici di Tondelli

I biglietti agli amici di Pier Vittorio Tondelli sono un’opera unica e indubbiamente anomala per l’autore, conosciuto per una produzione narrativa e saggistica di più ampio respiro. Il libro, scritto sulla soglia dei trent’anni, fu originariamente composto da ventiquattro biglietti da recapitare ai diretti interessati il giorno di Natale del 1986.

L’opera è descritta come “vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest’abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore.”

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Gli shorts di Auden

Gli shorts di W.H. Auden sono un’opera sorprendente e innovativa. Composti tra il 1929 e il 1972, questi brevi poemetti offrono una sperimentazione formale e tematica unica nel panorama della poesia del XX secolo. Innanzitutto, gli shorts si distinguono per la loro brevità e concisione. Con pochi versi e spesso una struttura aforistica, presentano massime o riflessioni in modo sintetico, rendendoli facili da leggere ma al contempo densi di significato. Affrontano temi eterogenei come amore, politica, religione, filosofia, società e natura, ma ciò che li accomuna è l’approccio ironico e dissacrante di Auden che utilizza spesso la parodia e l’autoironia per criticare i luoghi comuni e le idee convenzionali. Gli shorts sono significativi perché hanno anticipato tendenze come la poesia minimalista, la poesia concettuale e la poesia performativa.

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I razzi di Baudelaire

L’originale francese “Fusée” viene tradotto con razzi, fuochi d’artificio, botti. Giovanni Raboni sottolinea che questa parola è ispirata a Baudelaire dalla lettura di un passo di “Marginalia” di E.A. Poe. (opera quasi sconosciuta di Poe che qui non narra le sue storie macabre, non redige saggi, né scrive poesie. Qui si mette a nudo, come Baudelaire, e scrive di getto, senza costruire né inventare. Qui troviamo l’intimità dell’uomo prima ancora che dello scrittore). La funzione dei Razzi doveva essere quella di indurre nel lettore uno choc estetico, presentandogli un fuoco d’artificio di idee non per forza condivise visceralmente dall’autore, e, anzi, tanto più efficaci quanto più in contrasto con la sua ieratica impassibilità di dandy, di uomo senza convinzioni.