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È una questione di Qualità

Se n’è andato anche Robert M. Pirsig, uno di quegli scrittori che scrivono libri fondamentali dei quali, spesso, la gente si dimentica troppo presto.

Mi sono tornati in mente gli anni universitari di Padova. Un mio compagno di teatro, lo stesso che pur avendo fatto un viaggio on the road negli Stati Uniti da costa a costa non riusciva a leggere Jack Kerouac, mi consigliò un romanzo dal nome bizzarro, che era almeno tre libri insieme: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Lo lessi una prima volta (a quei tempi, tra l’altro, mi ero avvicinato molto al buddhismo zen) e indubbiamente mi colpì. Ma un libro costruito su così tanti livelli, non può essere letto solo una volta. Appartiene a quella categoria di romanzi che, letti a distanza di anni, ci sorprendono come non avevano fatto le prime volte e solo allora alcune verità si rivelano, perché nel frattempo siamo cresciuti abbastanza da capirle.

Ironia della sorte, l’anno seguente lo ripresi in mano. Il mio professore di Antropologia, il primo giorno di lezione spiazzò tutta la classe dandoci un singolare compito: «Entro la fine di questo corso, prima dell’esame, dovete leggere questo libro e scrivere una tesina con la VOSTRA definizione di Qualità». Naturalmente non ricordo cosa scrissi in quel saggio, però quello fu un punto di non ritorno. La ricerca della Qualità, probabilmente, è un processo continuo ed equivale alla ricerca del senso della vita. Cercare la Qualità significa non accontentarsi, rifiutare la mediocrità e continuare il viaggio finché l’energia che ci attraversa ce lo consente.

Adriano Autino, nel suo articolo, descrive in maniera molto efficace questa ricerca, paragonandola a un processo di estrazione mineraria.

La qualità, a volte, va separata dal cumulo di sporcizia e cose inutili che l’hanno impastata e sommersa. La roccia aurifera contiene oro, ma finchè la roccia non viene sminuzzata e l’oro non viene separato dal resto, non ha valore. L’attività che crea valore è quindi quella di separazione ed estrazione dei materiali di qualità dal resto. Un campo ideologico non è diverso da un vecchio terreno non curato: contiene di tutto, sporco, impastato, sommerso; così è il nostro disastrato terreno ideologico. Pirsig è capace di entrarci e separare l’oro dal resto. Grazie a questa sua capacità, che potremmo definire di quality mining, egli estrae la verità sulle origini della cultura nordamericana.

Ma Pirsig sembra richiamarsi anche a una responsabilità tipicamente orientale, quella di chi si rende conto che la sua consapevolezza condiziona il suo karma, il suo destino. Per questo la morale del suo romanzo può essere: ogni attività umana deve portare qualità nel mondo. Una cosa tante più qualità possiede, tanto meglio sarà di altre a lei simili. Se succede, è perché ciò che esiste – esiste in relazione.  È l’interconnesione del tutto del buddhismo. Questa relazione è un rapporto di attribuzione di qualità.

Nel suo secondo libro, Lila, l’autore americano fa un passo in avanti e distingue tra Qualità dinamica e Qualità statica. La prima, oggetto del primo libro, è ciò che spinge a progredire, che esorta al cambiamento, ciò a cui tende l’evoluzione dell’individuo. La seconda è ciò che rappresenta la tradizione, quello che resta fermo, fisso, immobile e che si oppone all’azione del tempo.

Entrambi i tipi di Qualità sono necessari e sono imprescindibili l’uno dall’altro. Lo spiega bene Francesco Lanzetta nella sua tesi:

Se la realtà fosse soggetta esclusivamente all’azione della Qualità dinamica, sarebbe esposta al rischio della totale degenerazione e del caos incontrollato. La Qualità statica quindi subentra nello stabilizzare la tendenza dinamica, nel darle una forma precisa e nell’evitare tale distruttiva degenerazione. La realtà si articola quindi in un’attività congiunta di Qualità statica e dinamica, di progressione verso il nuovo e lo sconosciuto, e di conseguente stabilizzazione e controllo. Entrambi dunque sono imprescindibili e fondamentali.

La Qualità è qualcosa di indispensabile per la vita di tutti ed è fondamentale per la comprensione della realtà. Piero Proietti a questo proposito dice:

La realtà è dinamica e la conoscenza classica-dualistica (che poggia sul binomio soggetto-oggetto) non è sufficiente ad intuirla: occorre avere il senso della qualità, ossia l’intelligenza di cosa è buono, ossia il contatto con la qualità. La realtà è «mutevole Qualità», per starle dietro occorre avere un atteggiamento pratico che non sia bloccato al pensiero oggettivo e dualistico. L’uomo osserva la realtà per capirla, quindi schematizza e seleziona degli elementi che fanno parte di essa fino a creare, tramite tali elementi, una rappresentazione, un’astrazione (questo è il metodo scientifico classico); ora, mentre l’uomo compie questa operazione, la realtà è andata avanti, ha superato la rappresentazione operata dall’uomo, il quale è costretto a compiere una nuova razionalizzazione della realtà, che migliora in continuazione, per poterla capire.

Ci sono momenti della vita in cui ci sentiamo bloccati, senza energia. È perché abbiamo paura delle novità, di quello che non conosciamo. Ma dobbiamo saltare ugualmente, anche se sotto non vediamo reti di protezione.

Non bisogna temere le situazioni nuove, ammonisce Pirsig, cioè le situazioni che vanno al di là di ciò che si sa e, in un primo momento, provocano un blocco; sono esse che fanno emergere la qualità-realtà e che liberano dal blocco. In effetti, sono le prove che fanno crescere; crescere significa aumentare di qualità, avanzare in qualità. La qualità agisce, è la realtà fattiva (ossia dei fatti che si evolvono).

Nei libri importanti, quelli che col passare del tempo e delle riletture acquistano valore, come quello di Pirsig, ho sempre trovato delle risposte. Questo non vuol dire avere in mano il libro giusto al momento giusto. Quegli agglomerati di senso sono sempre lì, a disposizione, pronti a guarirci nei momenti di cecità apparente. Anche se cambiano forma e funzione, come la realtà. La Metafisica della Qualità di Robert Pirsig ci ricorda la labilità dell’esistenza e perché, nonostante tutto, deve essere importante per noi.

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Umberto Eco, la biblioteca e l’arte di disporre i libri

Se n’è andato un pezzo di cultura italiana. È morto Umberto Eco. Non sono in grado di digerire i suoi saggi di semiotica e non amo particolarmente i suoi romanzi medioevali (unica eccezione Il nome della rosa, che rubai dallo scaffale di mio padre, dopo essere stato affascinato e un po’ inquietato dal film di Jean-Jacques Annaud con uno straordinario Sean Connery). Inoltre non mi stava neanche molto simpatico, sebbene intravedessi nella sua superbia intellettuale una forma sottile e aristocratica di ironia.

C’era una cosa che, però, fin da bambino, faceva in modo che nutrissi una profonda ammirazione per lui. La sua biblioteca. Fu lui, probabilmente, a instillare in me il germe della bibliofilia (qui trovate la differenza tra bibliofilia, bibliomaniabiblioclastia). Già dai tempi in cui frequentavo l’università a Padova, nel mio modesto bilocale di allora, avevo accumulato un discreto numero di volumi. Fu allora che una mia compagna di studi mi pose la classica domanda, tra il serio e il faceto, che tutti i lettori forti, prima o poi, si sentiranno rivolgere: “Ma li hai letti tutti?“. Ecco come Eco risolveva la questione:

Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard.

La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?”. Essa però gratifica l’importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore.

La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!”.

La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, ” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima”. Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.

I primi anni di università, la mia bibliofilia cominciava già ad avere sintomi preoccupanti: si affacciò l’ansia del bibliomane. Iniziai a farmi domande tipo: quali sono i libri classici? Quali libri devono essere assolutamente letti? Come trovare il tempo di leggere? Non erano domande da poco, dal momento che ero uno studente universitario e avevo già i miei impegnativi tomi di psichiatria e psicoanalisi freudiana da leggere. Anche in questo caso, Umberto Eco, in una Bustina di Minerva del 1997, mi illuminò sulla questione:

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

Superata l’adolescenza, con l’età della ragione, hanno cominciato a lambiccarmi il cervello questioni più raffinate. O meglio la questione. Come vanno disposti i libri della propria biblioteca casalinga? Per i lettori occasionali (quelli che ci chiedono se li abbiamo letti tutti), gli scaffali sono semplici raccoglitori. Ma per chi scrive o lavora nella cultura, la biblioteca è uno strumento di lavoro. In un’altra Bustina di Minerva del 1998, Eco dice, in maniera provocatoria, che

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro.

[…]

Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro bensì quella delle biblioteche di casa.

Mi sono venuti il mente il paradosso del bibliotecario e la Biblioteca di Babele di Borges. Così sono andato a leggermi quello che dice Umberto Eco nel De Bibliotheca. È stato proprio in questo breve saggio che ho trovato la risposta alla mia domanda sulla disposizione dei libri. Una volta sentii da Vittorio Sgarbi che i libri andrebbero disposti sugli scaffali in modo da farci trovare, accanto al libro che cerchiamo, quello più appropriato ai nostri scopi di ricerca. In pratica la biblioteca dovrebbe facilitare la serendipity. La trovai una spiegazione bellissima. Ma, a quanto pare, è stato Umberto Eco che, nel De Bibliotheca, ha avuto per primo questa intuizione:

Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.

Maria Papova, su Brain Pickings, parla del libro di Nassim Nicholas TalebThe Black Swan: The Impact of the Highly Improbable. In questo saggio si cita anche Umberto Eco.

Lo scrittore Umberto Eco appartiene a quella piccola classe di studiosi che sono enciclopedici, perspicaci e mai noiosi. È il proprietario di una vasta biblioteca personale (contenente 30.000 libri), e separa i suoi ospiti in due categorie: quelli che reagiscono con “Wow, professor Eco, che biblioteca! Quanti di questi libri ha letto?” e gli altri – una sparuta minoranza – che coglie il punto che una biblioteca privata non è una ramificazione dell’Ego ma uno strumento di ricerca. I libri letti sono molto meno preziosi di quelli non letti. Una biblioteca dovrebbe contenere la maggior parte di quello che non sappiamo. Accumuleremo sempre più libri e conoscenza, man mano che invecchieremo, e il numero crescente di libri non letti sugli scaffali ci guarderà in maniera sempre più minacciosa. Infatti, più aumenta il nostro sapere, più si allarga il numero di libri da leggere. Questa collezione di libri non letti possiamo chiamarla anti-biblioteca.

L’importanza e la funzione di questa anti-biblioteca le spiega lo stesso Umberto Eco nella lectio magistralis di Torino che ho citato prima:

Ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli.

La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse in alfabeto Braille. Io non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso il fenomeno è normalissimo, certificato dall’esperienza quotidiana.

La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso, qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, parlava di un’epoca, di un ambiente. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte.

La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

(Credit IMG: Martin Grüner Larsen)

[Leggi anche: Su come organizzare la biblioteca di casa (con almeno 10mila libri);
Come si riordinano 52 mila libri in biblioteca;
Comprare libri per non leggerli;
Le filosofie sulla disposizione dei libri;
How 11 writers organize their personal libraries]

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L’orrore che (non) condividiamo

La foto di Aylan (che non pubblico), il bimbo siriano di tre anni annegato vicino alla spiaggia di Bodrum, in Turchia, ha fatto velocemente il giro del mondo.

La storia della sua famiglia (l’unico sopravvissuto è Abdullah Kurdi, che ha perso sua moglie e i due figli: Aylan, il bimbo fotografato, e Galip) potete leggerla qui. Poco dopo hanno cominciato a circolare anche delle foto di Aylan sorridente, quand’era ancora in vita, in compagnia del fratello maggiore Galip. L’accostamento di queste foto così diverse ha aumentato indubbiamente la drammaticità delle prime immagini.

Questa fotografia è diventata il simbolo della tragedia umanitaria del Mediterraneo, che, purtroppo, è un’emergenza quotidiana. È una foto terribile e che passerà alla storia.

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Philip Parker, l’uomo che ha scritto 200.000 libri

CHI È PHILIP M. PARKER?

Philip M. Parker è l’autore di libri più veloce al mondo e, soprattutto, il più prolifico. Fino ad oggi ha scritto più di 200.000 volumi (quelli pubblicati sono circa 85.000). I suoi libri coprono qualsiasi argomento possiate immaginare e anche quelli più strani e bizzarri, che non vi aspettereste, come “Una panoramica sulle spazzole da gabinetto e i loro contenitori negli Stati Uniti”, di 677 pagine e venduto per 495 dollari.

Philip Parker insegna Scienza del Management all’INSEAD, una scuola di business internazionale con sede a Fontainebleau, in Francia.

QUAL È IL SEGRETO DI PHILIP PARKER?

Il professor Parker non è un dilettante. Quando decide di prestare attenzione a un nuovo argomento, si documenta utilizzando parecchi libri, anche parecchie centinaia a volte, finché non gli risulta chiaro.

Ma come ci riesce? Come può un uomo solo fare così tanto?

Il professor Parker ha creato il segreto del suo successo. Ha inventato una macchina che scrive libri. Dice che ci mette circa venti minuti a scriverne uno.

Il brevetto la descrive come “un metodo e apparato per la scrittura automatica e il marketing“.

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