Category Archives: mindware

,

41 cose che ho imparato prima del mio quarantunesimo compleanno

Oggi è il mio compleanno. Non l’ho mai vissuto con grande entusiasmo, forse perché ho indelebili ricordi di penose feste di compleanno nerd in cui mi sentivo inevitabilmente fuori posto. Anche adesso che sono adulto, il sentimento dominante è una nostalgia shakesperiana, vale a dire uno strano rimpianto per qualcosa che non è mai accaduto. Forse sono i desideri sospesi che non vogliamo lasciare andare perché siamo convinti che, insistendo e lavorandoci un altro po’, potranno realizzarsi e diventare qualcosa di concreto.

Comunque, ho 31 41 anni ed è strano perché, in parte, mi sento ancora un adolescente. Posso dire di aver sbattuto parecchie volte la testa e di avere molti lividi, ma credo che, unendo i puntini come dice Steve Jobs nel suo splendido discorso di Stanford, la direzione della mia vita adesso è molto più chiara rispetto al passato.

Ho deciso di fare come gli anglosassoni e di buttare giù questo listicle alla BuzzFeed con le 41 lezioni di vita che ho imparato finora. Per la cronaca, riciclerò questo post ogni anno, aggiungendo alla fine una perla di saggezza per pareggiare i conti. 🙂

Continue reading

,

È una questione di Qualità

Se n’è andato anche Robert M. Pirsig, uno di quegli scrittori che scrivono libri fondamentali dei quali, spesso, la gente si dimentica troppo presto.

Mi sono tornati in mente gli anni universitari di Padova. Un mio compagno di teatro, lo stesso che pur avendo fatto un viaggio on the road negli Stati Uniti da costa a costa non riusciva a leggere Jack Kerouac, mi consigliò un romanzo dal nome bizzarro, che era almeno tre libri insieme: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Lo lessi una prima volta (a quei tempi, tra l’altro, mi ero avvicinato molto al buddhismo zen) e indubbiamente mi colpì. Ma un libro costruito su così tanti livelli, non può essere letto solo una volta. Appartiene a quella categoria di romanzi che, letti a distanza di anni, ci sorprendono come non avevano fatto le prime volte e solo allora alcune verità si rivelano, perché nel frattempo siamo cresciuti abbastanza da capirle.

Ironia della sorte, l’anno seguente lo ripresi in mano. Il mio professore di Antropologia, il primo giorno di lezione spiazzò tutta la classe dandoci un singolare compito: «Entro la fine di questo corso, prima dell’esame, dovete leggere questo libro e scrivere una tesina con la VOSTRA definizione di Qualità». Naturalmente non ricordo cosa scrissi in quel saggio, però quello fu un punto di non ritorno. La ricerca della Qualità, probabilmente, è un processo continuo ed equivale alla ricerca del senso della vita. Cercare la Qualità significa non accontentarsi, rifiutare la mediocrità e continuare il viaggio finché l’energia che ci attraversa ce lo consente.

Adriano Autino, nel suo articolo, descrive in maniera molto efficace questa ricerca, paragonandola a un processo di estrazione mineraria.

La qualità, a volte, va separata dal cumulo di sporcizia e cose inutili che l’hanno impastata e sommersa. La roccia aurifera contiene oro, ma finchè la roccia non viene sminuzzata e l’oro non viene separato dal resto, non ha valore. L’attività che crea valore è quindi quella di separazione ed estrazione dei materiali di qualità dal resto. Un campo ideologico non è diverso da un vecchio terreno non curato: contiene di tutto, sporco, impastato, sommerso; così è il nostro disastrato terreno ideologico. Pirsig è capace di entrarci e separare l’oro dal resto. Grazie a questa sua capacità, che potremmo definire di quality mining, egli estrae la verità sulle origini della cultura nordamericana.

Ma Pirsig sembra richiamarsi anche a una responsabilità tipicamente orientale, quella di chi si rende conto che la sua consapevolezza condiziona il suo karma, il suo destino. Per questo la morale del suo romanzo può essere: ogni attività umana deve portare qualità nel mondo. Una cosa tante più qualità possiede, tanto meglio sarà di altre a lei simili. Se succede, è perché ciò che esiste – esiste in relazione.  È l’interconnesione del tutto del buddhismo. Questa relazione è un rapporto di attribuzione di qualità.

Nel suo secondo libro, Lila, l’autore americano fa un passo in avanti e distingue tra Qualità dinamica e Qualità statica. La prima, oggetto del primo libro, è ciò che spinge a progredire, che esorta al cambiamento, ciò a cui tende l’evoluzione dell’individuo. La seconda è ciò che rappresenta la tradizione, quello che resta fermo, fisso, immobile e che si oppone all’azione del tempo.

Entrambi i tipi di Qualità sono necessari e sono imprescindibili l’uno dall’altro. Lo spiega bene Francesco Lanzetta nella sua tesi:

Se la realtà fosse soggetta esclusivamente all’azione della Qualità dinamica, sarebbe esposta al rischio della totale degenerazione e del caos incontrollato. La Qualità statica quindi subentra nello stabilizzare la tendenza dinamica, nel darle una forma precisa e nell’evitare tale distruttiva degenerazione. La realtà si articola quindi in un’attività congiunta di Qualità statica e dinamica, di progressione verso il nuovo e lo sconosciuto, e di conseguente stabilizzazione e controllo. Entrambi dunque sono imprescindibili e fondamentali.

La Qualità è qualcosa di indispensabile per la vita di tutti ed è fondamentale per la comprensione della realtà. Piero Proietti a questo proposito dice:

La realtà è dinamica e la conoscenza classica-dualistica (che poggia sul binomio soggetto-oggetto) non è sufficiente ad intuirla: occorre avere il senso della qualità, ossia l’intelligenza di cosa è buono, ossia il contatto con la qualità. La realtà è «mutevole Qualità», per starle dietro occorre avere un atteggiamento pratico che non sia bloccato al pensiero oggettivo e dualistico. L’uomo osserva la realtà per capirla, quindi schematizza e seleziona degli elementi che fanno parte di essa fino a creare, tramite tali elementi, una rappresentazione, un’astrazione (questo è il metodo scientifico classico); ora, mentre l’uomo compie questa operazione, la realtà è andata avanti, ha superato la rappresentazione operata dall’uomo, il quale è costretto a compiere una nuova razionalizzazione della realtà, che migliora in continuazione, per poterla capire.

Ci sono momenti della vita in cui ci sentiamo bloccati, senza energia. È perché abbiamo paura delle novità, di quello che non conosciamo. Ma dobbiamo saltare ugualmente, anche se sotto non vediamo reti di protezione.

Non bisogna temere le situazioni nuove, ammonisce Pirsig, cioè le situazioni che vanno al di là di ciò che si sa e, in un primo momento, provocano un blocco; sono esse che fanno emergere la qualità-realtà e che liberano dal blocco. In effetti, sono le prove che fanno crescere; crescere significa aumentare di qualità, avanzare in qualità. La qualità agisce, è la realtà fattiva (ossia dei fatti che si evolvono).

Nei libri importanti, quelli che col passare del tempo e delle riletture acquistano valore, come quello di Pirsig, ho sempre trovato delle risposte. Questo non vuol dire avere in mano il libro giusto al momento giusto. Quegli agglomerati di senso sono sempre lì, a disposizione, pronti a guarirci nei momenti di cecità apparente. Anche se cambiano forma e funzione, come la realtà. La Metafisica della Qualità di Robert Pirsig ci ricorda la labilità dell’esistenza e perché, nonostante tutto, deve essere importante per noi.

,

Cosa “vede” la tecnologia (Tolomeo e i sensi remixati)

Dall’11 al 13 novembre sono stato a Bologna per partecipare a Museomix, una maratona creativa di 3 giorni che ha messo insieme professionisti molto diversi (esperti di contenuti, designer, mediatori culturali, comunicatori, programmatori e maker) con l’obiettivo di “remixare” il Museo Tolomeo e creare nuovi e coinvolgenti prototipi di esperienza museale. Il format è nato in Francia e il 2016 è il primo anno in cui ha partecipato anche l’Italia, con 4 musei (oltre al Tolomeo, il Museo del Risorgimento e della resistenza di Ferrara, il Museo Carlo Zauli di Faenza e il CAOS – Centro Arti Opificio Siri di Terni). Ma la manifestazione, nel mondo, ha coinvolto, compresi quelli italiani, ben 16 musei. Il regolamento prevedeva che alla fine di ogni giornata di lavoro, verso le 18, ci fosse una riunione plenaria nella quale le 4 squadre si confrontavano sull’avanzamento dei progetto. Inoltre il film-maker del museo doveva caricare su YouTube il video della giornata, in modo che tutti gli altri museomixer potessero guardare quello che succedeva negli altri musei del mondo.

Perché ho scelto Bologna? Perché il Museo Tolomeo, già sulla carta, mi sembrava un luogo speciale. È ospitato dentro l’Istituto dei Ciechi “Francesco Cavazza”, in una sala chiamata Wunderkammer (dal tedesco “camera delle meraviglie“).


Il Tolomeo è soprendente già dall’inizio. Appena entrati nella sua sala si viene a creare già un dissonanza percettiva e cognitiva: le luci soffuse ci costringono ad abbassarci, per vedere cosa c’è sul tavolo, e nel momento in cui lo facciamo a toccare gli oggetti posati sopra e a prestare attenzione ai suoni che, da entità indistinte, cominciano a poco a poco ad acquisire identità e significato. Dopo lo spaesamento, la mancanza di coordinare abituali cede il passo a un nuovo modo di conoscere il mondo. Si comincia a intuire perché il Museo Tolomeo è un luogo sui generis, quasi magico, dove non ci sono quadri o didascalie (se si escludono gli omaggi ai benefattori che hanno aiutato l’Istituto Cavazza nel corso della sua lunga storia: è nato nel 1881). Come dice Elena:

Ci metti un po’ a capire che non sei lì per imparare qualcosa, ma per imparare come si impara.


Ma perché si è scelto il nome di Tolomeo, l’astronomo e geografo che, fino all’arrivo di Copernico, ha convinto il mondo che il centro del sistema solare era la Terra? Ce lo spiega Fabio Fornasari, direttore e curatore, assieme a Lucilla Boschi, del Museo Tolomeo:

Il titolo è come un gioco enigmistico. Contiene una parola che deve essere in qualche modo illuminata; così facendo si capirà il senso stesso del museo. Il nome di Tolomeo è stato per diversi secoli sinonimo di qualcosa che non funzionava più, una spiegazione dell’universo che non aveva più ragione di essere. Il paradigma di Tolomeo non ha oggi un valore legato al cosmo, ma legato all’idea stessa della geografia per come ne facciamo esperienza in questo contemporaneo.

Le tecnologie portatili che ci portiamo dentro, nel permetterci di osservare vari aspetti del mondo, hanno riportato la soggettività del punto di vista al centro del dibattito. La rete digitale che ci contiene è cartesiana, ma si popola e trova il suo valore nel presentare la moltitudine di punti di vista.

Ciascuno di noi è diventato un centro attraverso il quale guardare il mondo per gli altri. Tolomeo è quindi una nuova metafora attraverso la quale spiegare questa idea di nuova centralità del “punto di vista”, della posizione dalla quale si guarda, per spiegare come usiamo il mondo.

Il Tolomeo, quindi, è un museo di storia della tecnologia. Non solo per i non-vedenti (o ciechi come orgogliosamente si definiscono alcuni residenti dell’Istituto Cavazza: “non-vedenti fa intendere che si è privi di qualcosa, invece, chi è cieco dalla nascita, semplicemente percepisce e conosce il mondo in maniera diversa). Questa storia si intreccia sia con quella secolare dell’Istituto Cavazza, sia con quella di tutti noi.

La rivoluzione informatica dei nostri anni sta cambiando tutto, per ognuno di noi. Il supporto cartaceo continua a resistere, ma è sempre più soccombente rispetto al digitale. Ma non solo, anche l’hardware, con il cloud computing, comincia a essere sempre meno indispensabile. La tecnologia sembra evolversi in una maniera sempre più volatile: non è da escludersi che in futuro si perda anche la sua dimensione materiale, cioè non ci siano più tastiere, interfacce classiche, dispositivi e oggetti elettronici da toccare, ma esclusivamente tecnologia indossabile, leggera e quasi invisibile, oppure minuscoli super-computer che impianteremo direttamente nel nostro corpo.

Il Museo Tolomeo, in qualche modo, permette di vivere e percepire ancora in maniera tangibile (tattile e sonora) queste transizioni tecnologiche. E lo fa attraverso la storia dell’Istituto Cavazza e delle persone che lo hanno attraversato. Come dice Fabio Fornasari:

La storia della quale parliamo è una storia che oggi stanno vivendo quasi tutti: l’abbandono della carta come unico supporto per la veicolazione delle nostre idee. La dialettica tra il supporto cartaceo e il supporto immateriale è in questi ultimi tempi all’ordine del giorno nelle differenti comunità umane. All’interno dell’Istituto dei Ciechi questa dialettica è stata risolta ormai da trent’anni: la biblioteca cartacea vive negli scantinati e ha lasciato il posto non a tecnologie fredde, ma a una sperimentazione continua sul tema della lettura e della scrittura, che ha fatto del Cavazza un centro di importanza mondiale nella sperimentazione dei nuovi linguaggi.

La centralità del racconto messo in scena nel museo sui temi della lettura e della scrittura è un appuntamento azzeccato con il nostro contemporaneo. Si dice che siamo una società che legge sempre meno libri; sicuramente è il tempo nel quale scrivere e leggere sono le due principali attività del comunicare umano, merito delle nuove tecnologie che esistono in virtù di una scrittura e si alimentano di contenuti attraverso brevi messaggi in continuo movimento.

Fa decisamente riflettere il fatto che, nell’Istituto Cavazza, molti volumi di carta scritti in Braille, spesso molto ingombranti e pesanti, siano finiti in cantina da decenni perché “poco pratici“. Infatti, poiché ogni lettera dell’alfabeto italiano corrisponde a una configurazione particolare di sei posizioni, inserite idealmente in una cella, questo comporta che la stampa o la scrittura in Braille occupi molto più spazio rispetto al nostro sistema di scrittura. Ad esempio, un libricino contentente solo i Vangeli della Bibbia, in Braille occuperebbe circa 8-9 volumi. Quindi, anche per questi motivi, molto tempo prima dell’invenzione degli ebook, la biblioteca dell’Istituto Cavazza è diventata soprattutto un archivio contenente registrazioni audio, quelli che oggi chiameremmo audio-libri. Non sorprende più di tanto, quindi, che il Braille non sia considerato dai ciechi una lingua, ma un codice, molto più simile al codice binario usato da tutti i computer che a qualsiasi linguaggio umano.

L'alfabeto italiano in Braille


Nella Wunderkammer del Museo Tolomeo, sul lato sinistro, c’è quella che i residenti del Cavazza hanno soprannominato lavatrice di Kurzweil, una grossa periferica in grado di leggere con una sintesi vocale le pagine scritte posizionate sul suo lettore. L’inventore di questa macchina, che risale al 1976, è proprio il Raymond Kurzweil che conoscono bene nella Silicon Valley, una delle menti più brillanti del nostro tempo, famoso per le sue ricerche sull’intelligenza artificiale (non a caso adesso è uno dei più importanti ingegneri di Google) e per il concetto di singolarità tecnologica (l’epoca, secondo lui molto prossima, in cui lo sviluppo tecnologico e in particolare l’intelligenza artificiale saranno talmente complessi che sfuggiranno la comprensione umana).

Il tavolo-ameba del Museo Tolomeo

Il tavolo al centro ha una forma bizzarra: non ha angoli, ma solo protuberanze smussate. Come osserva Elena, somiglia a un’ameba che ci invita ad avvicinarci: solo diventando parte del suo citoplasma si possono toccare gli oggetti, per cercare di capire a cosa servono. Uno di questi è l’MB 20, il primo terminale Braille italiano per Personal Computer, datato 1984 (un anno fondamentale per i personal computer: Steve Jobs fa uscire il primo Apple Macintosh). Il dispositivo ha avuto molti aggiornamenti, l’ultimo dei quali permette ai ciechi di usare il PC in ambiente MS DOS ed MS WINDOWS.

L'MB-20 del Museo Tolomeo

A raccontarmi come la storia dell’MB-20 si intreccia a quella dell’Istituto Cavazza, a esperienze di vita molto personali e alla rivoluzione informatica che stiamo vivendo tutti, è Vito, uno dei residenti della struttura che ho avuto il piacere di conoscere nei 3 giorni di Museomix.

Dalle sue parole emerge chiaramente una questione sottilineata più di una volta da Fabio Fornasari: il Museo Tolomeo è un luogo speciale, quasi magico, perché nella Wunderkammer, sul tavolo, vicino agli oggetti, si percepisce ancora l’aura di cui parlava Walter Benjamin. Per il filosofo tedesco questa rappresenta il carattere di unicità, originalità e irripetibilità dell’opera d’arte, perduto con la sua trasformazione in oggetto di consumo tecnicamente riproducibile. L’aura, dice Benjamin, è “apparizione unica di una lontananza (l’originale), per quanto questa possa essere vicina (nella riproduzione)“. Questo vuol dire che dispositivi prodotti in numero limitato e usati da un ristretto numero di persone, come l’MB-20 e la lavatrice di Kurzweil, conservano un’aura particolarmente intensa.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che spicca nel Museo Tolomeo: la città di Bologna. Ascoltando le parole di Vito si capisce quanto sia stato importante il contesto bolognese per l’Istituto Cavazza. Quando si entra nella sala e si abituano gli occhi alla luce soffusa, sul fondo apparirà una splendida mappa tattile della città, in rilievo.

Mappa tattile di Bologna

Questa mappa mi ha suggestionato parecchio. Il prototipo realizzato dal mio team alla fine dei 3 giorni di Museomix si chiama L’Undicesima Porta di Bologna: livelli di esperienza ed è nato proprio dall’idea di legare a luoghi significativi della città di Bologna memorie ed esperienze personali e collettive stratificate (soprattutto uditive e tattili, ma non solo), da replicare e condividere con il mondo. È come vedere Bologna attraverso una nuova prospettiva, la percezione filtrata e allo stesso tempo arricchita del Museo Tolomeo. Come realizzare tutto questo? Se il prototipo continuerà a essere sviluppato, si utilizzeranno sensori, Realtà Aumentata e un’app per dispositivi mobili.

Qualche giorno dopo essere tornato da Bologna, usando Google Maps e guardando alcune piantine della città, ho avuto una piccola epifania. Mi sono detto che il Tolomeo potrebbe essere la quarta T di Bologna (le prime 3, come saprete, sono: Torri, Tette e Tortellini). Inoltre il tavolo-ameba del Wunderkammer somiglia parecchio alla pianta di Bologna ruotata di circa 270 gradi, che somiglia a sua volta a una T molto stilizzata.

Bologna è una T

Semplici coincidenze? Può darsi. Quello che è certo, però, è che ho portato a casa nuove consapevolezze preziose e nuovi splendidi modi di vivere e conoscere il mondo. Fabio Fornasari, Lucilla Boschi, i residenti dell’Istituto Cavazza e tutto lo staff di Museomix Bologna sono riusciti nell’intento di destabilizzarci creativamente, facendo lavorare insieme persone molto diverse, anche come modo di concepire e percepire la realtà. La maggior parte dei museomixer si sono messi in discussione, cercando di ascoltare e imparare il più possibile a riconoscere e riconoscersi, senza privilegiare la vista. Tutto è iniziato con le linee guida di Fabio Fornasari (che somigliano a un algoritmo, forse un giorno comprensibile persino a un’intelligenza artificiale):

  • Il tatto è l’analisi razionale;
  • La visione è movimento;
  • Il suono è tatto a distanza;
  • La gestualità dell’uso delle macchine è parte della funzione;
  • Il pensiero è movimento continuo;
  • La disabilità non è nell’individuo, ma nello spazio.


SalvaSalva

,

Umberto Eco, la biblioteca e l’arte di disporre i libri

Se n’è andato un pezzo di cultura italiana. È morto Umberto Eco. Non sono in grado di digerire i suoi saggi di semiotica e non amo particolarmente i suoi romanzi medioevali (unica eccezione Il nome della rosa, che rubai dallo scaffale di mio padre, dopo essere stato affascinato e un po’ inquietato dal film di Jean-Jacques Annaud con uno straordinario Sean Connery). Inoltre non mi stava neanche molto simpatico, sebbene intravedessi nella sua superbia intellettuale una forma sottile e aristocratica di ironia.

C’era una cosa che, però, fin da bambino, faceva in modo che nutrissi una profonda ammirazione per lui. La sua biblioteca. Fu lui, probabilmente, a instillare in me il germe della bibliofilia (qui trovate la differenza tra bibliofilia, bibliomaniabiblioclastia). Già dai tempi in cui frequentavo l’università a Padova, nel mio modesto bilocale di allora, avevo accumulato un discreto numero di volumi. Fu allora che una mia compagna di studi mi pose la classica domanda, tra il serio e il faceto, che tutti i lettori forti, prima o poi, si sentiranno rivolgere: “Ma li hai letti tutti?“. Ecco come Eco risolveva la questione:

Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard.

La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?”. Essa però gratifica l’importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore.

La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!”.

La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, ” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima”. Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.

I primi anni di università, la mia bibliofilia cominciava già ad avere sintomi preoccupanti: si affacciò l’ansia del bibliomane. Iniziai a farmi domande tipo: quali sono i libri classici? Quali libri devono essere assolutamente letti? Come trovare il tempo di leggere? Non erano domande da poco, dal momento che ero uno studente universitario e avevo già i miei impegnativi tomi di psichiatria e psicoanalisi freudiana da leggere. Anche in questo caso, Umberto Eco, in una Bustina di Minerva del 1997, mi illuminò sulla questione:

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

Superata l’adolescenza, con l’età della ragione, hanno cominciato a lambiccarmi il cervello questioni più raffinate. O meglio la questione. Come vanno disposti i libri della propria biblioteca casalinga? Per i lettori occasionali (quelli che ci chiedono se li abbiamo letti tutti), gli scaffali sono semplici raccoglitori. Ma per chi scrive o lavora nella cultura, la biblioteca è uno strumento di lavoro. In un’altra Bustina di Minerva del 1998, Eco dice, in maniera provocatoria, che

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro.

[…]

Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro bensì quella delle biblioteche di casa.

Mi sono venuti il mente il paradosso del bibliotecario e la Biblioteca di Babele di Borges. Così sono andato a leggermi quello che dice Umberto Eco nel De Bibliotheca. È stato proprio in questo breve saggio che ho trovato la risposta alla mia domanda sulla disposizione dei libri. Una volta sentii da Vittorio Sgarbi che i libri andrebbero disposti sugli scaffali in modo da farci trovare, accanto al libro che cerchiamo, quello più appropriato ai nostri scopi di ricerca. In pratica la biblioteca dovrebbe facilitare la serendipity. La trovai una spiegazione bellissima. Ma, a quanto pare, è stato Umberto Eco che, nel De Bibliotheca, ha avuto per primo questa intuizione:

Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.

Maria Papova, su Brain Pickings, parla del libro di Nassim Nicholas TalebThe Black Swan: The Impact of the Highly Improbable. In questo saggio si cita anche Umberto Eco.

Lo scrittore Umberto Eco appartiene a quella piccola classe di studiosi che sono enciclopedici, perspicaci e mai noiosi. È il proprietario di una vasta biblioteca personale (contenente 30.000 libri), e separa i suoi ospiti in due categorie: quelli che reagiscono con “Wow, professor Eco, che biblioteca! Quanti di questi libri ha letto?” e gli altri – una sparuta minoranza – che coglie il punto che una biblioteca privata non è una ramificazione dell’Ego ma uno strumento di ricerca. I libri letti sono molto meno preziosi di quelli non letti. Una biblioteca dovrebbe contenere la maggior parte di quello che non sappiamo. Accumuleremo sempre più libri e conoscenza, man mano che invecchieremo, e il numero crescente di libri non letti sugli scaffali ci guarderà in maniera sempre più minacciosa. Infatti, più aumenta il nostro sapere, più si allarga il numero di libri da leggere. Questa collezione di libri non letti possiamo chiamarla anti-biblioteca.

L’importanza e la funzione di questa anti-biblioteca le spiega lo stesso Umberto Eco nella lectio magistralis di Torino che ho citato prima:

Ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli.

La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse in alfabeto Braille. Io non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso il fenomeno è normalissimo, certificato dall’esperienza quotidiana.

La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso, qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, parlava di un’epoca, di un ambiente. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte.

La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

(Credit IMG: Martin Grüner Larsen)

[Leggi anche: Su come organizzare la biblioteca di casa (con almeno 10mila libri);
Come si riordinano 52 mila libri in biblioteca;
Comprare libri per non leggerli;
Le filosofie sulla disposizione dei libri;
How 11 writers organize their personal libraries]