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2001 di Kubrick, 50 anni dopo: una re-visione

Ho rivisto 2001: Odissea nella Spazio di Stanley Kubrick. Questa volta al cinema, in 4k e 70 mm. Il suo è un futuro passato, ma ancora molto presente nonostante sia uscito nel 1968. Sono passati 50 anni, eppure ci costringe ancora ad affrontare interrogativi fondamentali. Non ha perso affatto la sua forza dirompente e rivoluzionaria. Ho fatto anche un esperimento sociologico. Ero curioso di vedere la reazione che avrebbe avuto un cervello contemporaneo, abituato o assuefatto ai ritmi delle serie TV, di fronte a un film del ’68, con quel montaggio e quei piani sequenza. Mi aspettavo qualcosa tipo:

Invece il cinema era pieno, anche di ragazzi. E non ho visto facce stranite. Anch’io, nonostante l’abbia visto più volte e sia un nerd cinefilo, ero un po’ preoccupato per la mia resistenza attentivo-cognitiva. Ma le 2 ore e 44 minuti sono volate, inaspettatamente. E ne sono nate nuove riflessioni. Eccole.

C’è un legame tra violenza, intelligenza e tecnologia?

Chi la pensa così è un pessimista. E probabilmente Kubrick lo era. All’inizio del film, infatti, i nostri progenitori scimmieschi, gli antenati dell’uomo, lottano per la sopravvivenza. Devono difendersi dai predatori carnivori e dagli altri gruppi di scimmie che periodicamente cercano di occupare il loro territorio. Il salto evolutivo avviene quando una delle scimmie impugna un osso e capisce che può usarlo come un’arma.

È l’alba dell’uomo: l’intelligenza superiore si manifesta con la scoperta di uno strumento, un oggetto utilizzabile per modificare il corso naturale della natura. Ora gli ominidi possono cacciare anche grossi animali, difendersi dai predatori e dagli altri clan e, all’occorrenza, uccidere. Fa impressione che Kubrick, in una sequenza passata alla storia, mostri quell’osso, utensile ma anche arma, mentre si trasforma in un satellite, portandoci istantaneamente dalla preistoria all’era dell’esplorazione spaziale.

L’umanità è un bug?

HAL 9000 è un’intelligenza artificiale senziente che parla con la voce rassicurante di uno psicologo ipnotista degli anni ’60. Dice con orgoglio che tutti i computer della sua serie sono infallibili. Cioè qualsiasi errore che li veda coinvolti non può che avere origini umane. Ma come vedremo, non sarà così. La parabola tragica di HAL anticipa, cinquant’anni prima, una paura tutta contemporanea e di estrema attualità. Quella della singolarità tecnologica. Una buona fetta di scienziati (che comprendeva Stephen Hawking) e di imprenditori della Silicon Valley (tra cui Elon Musk) è convinta che le ricerche sull’intelligenza artificiale vadano tenute sotto controllo o addirittura rallentate, perché, nel caso questa superasse le capacità umane, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Uno scenario alla Terminator che Kubrick profetizza già nel 1968. Non è un caso che l’occhio di HAL 9000 sia rosso (come quello dei cyborg immaginati nel 1984 da James Cameron), un colore che ritroviamo nell’iconografia dei demoni. Il paradosso è che HAL 9000, costruito per mettere a suo agio l’equipaggio di una nave spaziale e sembrare umano, comincia davvero a mimare l’umanità nel momento in cui rinuncia alla sua infallibilità e comincia a sbagliare, a prendere decisioni discutibili. Persino a uccidere, pur di difendere il suo diritto a esistere. E quando il superstite Dave Bowman gli disattiva i moduli di memoria, prima dell’epilogo, e HAL comincia ad aver paura di morire, regredendo sempre di più fino a cantare la filastrocca infantile giro giro tondo, si ha quasi pietà di lui, nonostante l’effetto perturbante del suo occhio che fino a un momento prima sembra onnisciente.

Il silenzio è la più potente cassa di risonanza

La genialità di Kubrick sta anche nell’aver introdotto la musica classica in un film di fantascienza. All’inizio non si può che restare sorpresi dalla stazione spaziale che sembra danzare sulle note del famoso valzer del Danubio Blu di Johann Strauss II. Tuttavia sono le lunghe sequenze senza musica che colpiscono. In alcune scene il silenzio quasi assoluto crea una tensione drammatica fortissima. E disturbante. In pochi secondi di silenzio Kubrick mette in scena la morte del co-pilota Frank Poole. Ci vuole un altro istante perché lo spettatore, col fiato sospeso, capisca che quello che ha visto non è un incidente, ma un omicidio. Subito dopo Dave si rende conto che HAL 9000 ha ucciso tutto l’equipaggio tranne lui, e viene sopraffatto da un misto di rabbia e disperazione, che non gli impediscono, tuttavia, di perseguire un unico intento: disattivare HAL. A partire da quel momento, e anche dopo l’attraversamento della soglia (oltre lo spaziotempo e l’umano), sarà il respiro di Dave ad accompagnarci, a scandire il ritmo del film fino alla fine.

(Di 2001 avevo già scritto. È successo dopo aver visto Interstellar di Christopher Nolan. Ho usato il capolavoro di Kubrick per commentare quello di Nolan. E ho trovato 8 somiglianze tra i due film che non sembrano casuali.)

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Cosa “vede” la tecnologia (Tolomeo e i sensi remixati)

Dall’11 al 13 novembre sono stato a Bologna per partecipare a Museomix, una maratona creativa di 3 giorni che ha messo insieme professionisti molto diversi (esperti di contenuti, designer, mediatori culturali, comunicatori, programmatori e maker) con l’obiettivo di “remixare” il Museo Tolomeo e creare nuovi e coinvolgenti prototipi di esperienza museale. Il format è nato in Francia e il 2016 è il primo anno in cui ha partecipato anche l’Italia, con 4 musei (oltre al Tolomeo, il Museo del Risorgimento e della resistenza di Ferrara, il Museo Carlo Zauli di Faenza e il CAOS – Centro Arti Opificio Siri di Terni). Ma la manifestazione, nel mondo, ha coinvolto, compresi quelli italiani, ben 16 musei. Il regolamento prevedeva che alla fine di ogni giornata di lavoro, verso le 18, ci fosse una riunione plenaria nella quale le 4 squadre si confrontavano sull’avanzamento dei progetto. Inoltre il film-maker del museo doveva caricare su YouTube il video della giornata, in modo che tutti gli altri museomixer potessero guardare quello che succedeva negli altri musei del mondo.

Perché ho scelto Bologna? Perché il Museo Tolomeo, già sulla carta, mi sembrava un luogo speciale. È ospitato dentro l’Istituto dei Ciechi “Francesco Cavazza”, in una sala chiamata Wunderkammer (dal tedesco “camera delle meraviglie“).


Il Tolomeo è soprendente già dall’inizio. Appena entrati nella sua sala si viene a creare già un dissonanza percettiva e cognitiva: le luci soffuse ci costringono ad abbassarci, per vedere cosa c’è sul tavolo, e nel momento in cui lo facciamo a toccare gli oggetti posati sopra e a prestare attenzione ai suoni che, da entità indistinte, cominciano a poco a poco ad acquisire identità e significato. Dopo lo spaesamento, la mancanza di coordinare abituali cede il passo a un nuovo modo di conoscere il mondo. Si comincia a intuire perché il Museo Tolomeo è un luogo sui generis, quasi magico, dove non ci sono quadri o didascalie (se si escludono gli omaggi ai benefattori che hanno aiutato l’Istituto Cavazza nel corso della sua lunga storia: è nato nel 1881). Come dice Elena:

Ci metti un po’ a capire che non sei lì per imparare qualcosa, ma per imparare come si impara.


Ma perché si è scelto il nome di Tolomeo, l’astronomo e geografo che, fino all’arrivo di Copernico, ha convinto il mondo che il centro del sistema solare era la Terra? Ce lo spiega Fabio Fornasari, direttore e curatore, assieme a Lucilla Boschi, del Museo Tolomeo:

Il titolo è come un gioco enigmistico. Contiene una parola che deve essere in qualche modo illuminata; così facendo si capirà il senso stesso del museo. Il nome di Tolomeo è stato per diversi secoli sinonimo di qualcosa che non funzionava più, una spiegazione dell’universo che non aveva più ragione di essere. Il paradigma di Tolomeo non ha oggi un valore legato al cosmo, ma legato all’idea stessa della geografia per come ne facciamo esperienza in questo contemporaneo.

Le tecnologie portatili che ci portiamo dentro, nel permetterci di osservare vari aspetti del mondo, hanno riportato la soggettività del punto di vista al centro del dibattito. La rete digitale che ci contiene è cartesiana, ma si popola e trova il suo valore nel presentare la moltitudine di punti di vista.

Ciascuno di noi è diventato un centro attraverso il quale guardare il mondo per gli altri. Tolomeo è quindi una nuova metafora attraverso la quale spiegare questa idea di nuova centralità del “punto di vista”, della posizione dalla quale si guarda, per spiegare come usiamo il mondo.

Il Tolomeo, quindi, è un museo di storia della tecnologia. Non solo per i non-vedenti (o ciechi come orgogliosamente si definiscono alcuni residenti dell’Istituto Cavazza: “non-vedenti fa intendere che si è privi di qualcosa, invece, chi è cieco dalla nascita, semplicemente percepisce e conosce il mondo in maniera diversa). Questa storia si intreccia sia con quella secolare dell’Istituto Cavazza, sia con quella di tutti noi.

La rivoluzione informatica dei nostri anni sta cambiando tutto, per ognuno di noi. Il supporto cartaceo continua a resistere, ma è sempre più soccombente rispetto al digitale. Ma non solo, anche l’hardware, con il cloud computing, comincia a essere sempre meno indispensabile. La tecnologia sembra evolversi in una maniera sempre più volatile: non è da escludersi che in futuro si perda anche la sua dimensione materiale, cioè non ci siano più tastiere, interfacce classiche, dispositivi e oggetti elettronici da toccare, ma esclusivamente tecnologia indossabile, leggera e quasi invisibile, oppure minuscoli super-computer che impianteremo direttamente nel nostro corpo.

Il Museo Tolomeo, in qualche modo, permette di vivere e percepire ancora in maniera tangibile (tattile e sonora) queste transizioni tecnologiche. E lo fa attraverso la storia dell’Istituto Cavazza e delle persone che lo hanno attraversato. Come dice Fabio Fornasari:

La storia della quale parliamo è una storia che oggi stanno vivendo quasi tutti: l’abbandono della carta come unico supporto per la veicolazione delle nostre idee. La dialettica tra il supporto cartaceo e il supporto immateriale è in questi ultimi tempi all’ordine del giorno nelle differenti comunità umane. All’interno dell’Istituto dei Ciechi questa dialettica è stata risolta ormai da trent’anni: la biblioteca cartacea vive negli scantinati e ha lasciato il posto non a tecnologie fredde, ma a una sperimentazione continua sul tema della lettura e della scrittura, che ha fatto del Cavazza un centro di importanza mondiale nella sperimentazione dei nuovi linguaggi.

La centralità del racconto messo in scena nel museo sui temi della lettura e della scrittura è un appuntamento azzeccato con il nostro contemporaneo. Si dice che siamo una società che legge sempre meno libri; sicuramente è il tempo nel quale scrivere e leggere sono le due principali attività del comunicare umano, merito delle nuove tecnologie che esistono in virtù di una scrittura e si alimentano di contenuti attraverso brevi messaggi in continuo movimento.

Fa decisamente riflettere il fatto che, nell’Istituto Cavazza, molti volumi di carta scritti in Braille, spesso molto ingombranti e pesanti, siano finiti in cantina da decenni perché “poco pratici“. Infatti, poiché ogni lettera dell’alfabeto italiano corrisponde a una configurazione particolare di sei posizioni, inserite idealmente in una cella, questo comporta che la stampa o la scrittura in Braille occupi molto più spazio rispetto al nostro sistema di scrittura. Ad esempio, un libricino contentente solo i Vangeli della Bibbia, in Braille occuperebbe circa 8-9 volumi. Quindi, anche per questi motivi, molto tempo prima dell’invenzione degli ebook, la biblioteca dell’Istituto Cavazza è diventata soprattutto un archivio contenente registrazioni audio, quelli che oggi chiameremmo audio-libri. Non sorprende più di tanto, quindi, che il Braille non sia considerato dai ciechi una lingua, ma un codice, molto più simile al codice binario usato da tutti i computer che a qualsiasi linguaggio umano.

L'alfabeto italiano in Braille


Nella Wunderkammer del Museo Tolomeo, sul lato sinistro, c’è quella che i residenti del Cavazza hanno soprannominato lavatrice di Kurzweil, una grossa periferica in grado di leggere con una sintesi vocale le pagine scritte posizionate sul suo lettore. L’inventore di questa macchina, che risale al 1976, è proprio il Raymond Kurzweil che conoscono bene nella Silicon Valley, una delle menti più brillanti del nostro tempo, famoso per le sue ricerche sull’intelligenza artificiale (non a caso adesso è uno dei più importanti ingegneri di Google) e per il concetto di singolarità tecnologica (l’epoca, secondo lui molto prossima, in cui lo sviluppo tecnologico e in particolare l’intelligenza artificiale saranno talmente complessi che sfuggiranno la comprensione umana).

Il tavolo-ameba del Museo Tolomeo

Il tavolo al centro ha una forma bizzarra: non ha angoli, ma solo protuberanze smussate. Come osserva Elena, somiglia a un’ameba che ci invita ad avvicinarci: solo diventando parte del suo citoplasma si possono toccare gli oggetti, per cercare di capire a cosa servono. Uno di questi è l’MB 20, il primo terminale Braille italiano per Personal Computer, datato 1984 (un anno fondamentale per i personal computer: Steve Jobs fa uscire il primo Apple Macintosh). Il dispositivo ha avuto molti aggiornamenti, l’ultimo dei quali permette ai ciechi di usare il PC in ambiente MS DOS ed MS WINDOWS.

L'MB-20 del Museo Tolomeo

A raccontarmi come la storia dell’MB-20 si intreccia a quella dell’Istituto Cavazza, a esperienze di vita molto personali e alla rivoluzione informatica che stiamo vivendo tutti, è Vito, uno dei residenti della struttura che ho avuto il piacere di conoscere nei 3 giorni di Museomix.

Dalle sue parole emerge chiaramente una questione sottilineata più di una volta da Fabio Fornasari: il Museo Tolomeo è un luogo speciale, quasi magico, perché nella Wunderkammer, sul tavolo, vicino agli oggetti, si percepisce ancora l’aura di cui parlava Walter Benjamin. Per il filosofo tedesco questa rappresenta il carattere di unicità, originalità e irripetibilità dell’opera d’arte, perduto con la sua trasformazione in oggetto di consumo tecnicamente riproducibile. L’aura, dice Benjamin, è “apparizione unica di una lontananza (l’originale), per quanto questa possa essere vicina (nella riproduzione)“. Questo vuol dire che dispositivi prodotti in numero limitato e usati da un ristretto numero di persone, come l’MB-20 e la lavatrice di Kurzweil, conservano un’aura particolarmente intensa.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che spicca nel Museo Tolomeo: la città di Bologna. Ascoltando le parole di Vito si capisce quanto sia stato importante il contesto bolognese per l’Istituto Cavazza. Quando si entra nella sala e si abituano gli occhi alla luce soffusa, sul fondo apparirà una splendida mappa tattile della città, in rilievo.

Mappa tattile di Bologna

Questa mappa mi ha suggestionato parecchio. Il prototipo realizzato dal mio team alla fine dei 3 giorni di Museomix si chiama L’Undicesima Porta di Bologna: livelli di esperienza ed è nato proprio dall’idea di legare a luoghi significativi della città di Bologna memorie ed esperienze personali e collettive stratificate (soprattutto uditive e tattili, ma non solo), da replicare e condividere con il mondo. È come vedere Bologna attraverso una nuova prospettiva, la percezione filtrata e allo stesso tempo arricchita del Museo Tolomeo. Come realizzare tutto questo? Se il prototipo continuerà a essere sviluppato, si utilizzeranno sensori, Realtà Aumentata e un’app per dispositivi mobili.

Qualche giorno dopo essere tornato da Bologna, usando Google Maps e guardando alcune piantine della città, ho avuto una piccola epifania. Mi sono detto che il Tolomeo potrebbe essere la quarta T di Bologna (le prime 3, come saprete, sono: Torri, Tette e Tortellini). Inoltre il tavolo-ameba del Wunderkammer somiglia parecchio alla pianta di Bologna ruotata di circa 270 gradi, che somiglia a sua volta a una T molto stilizzata.

Bologna è una T

Semplici coincidenze? Può darsi. Quello che è certo, però, è che ho portato a casa nuove consapevolezze preziose e nuovi splendidi modi di vivere e conoscere il mondo. Fabio Fornasari, Lucilla Boschi, i residenti dell’Istituto Cavazza e tutto lo staff di Museomix Bologna sono riusciti nell’intento di destabilizzarci creativamente, facendo lavorare insieme persone molto diverse, anche come modo di concepire e percepire la realtà. La maggior parte dei museomixer si sono messi in discussione, cercando di ascoltare e imparare il più possibile a riconoscere e riconoscersi, senza privilegiare la vista. Tutto è iniziato con le linee guida di Fabio Fornasari (che somigliano a un algoritmo, forse un giorno comprensibile persino a un’intelligenza artificiale):

  • Il tatto è l’analisi razionale;
  • La visione è movimento;
  • Il suono è tatto a distanza;
  • La gestualità dell’uso delle macchine è parte della funzione;
  • Il pensiero è movimento continuo;
  • La disabilità non è nell’individuo, ma nello spazio.


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