Come descrivere un tramonto

Questa meravigliosa descrizione di un tramonto è tratta dal romanzo-saggio Tristi tropici (1955), scritto dal grande antropologo francese Claude Levi-Strauss.

Scritto in piroscafo. L’alba e il tramonto per gli studiosi, sono un unico fenomeno come per i Greci, del resto, che li designavano con una sola parola diversamente qualificata secondo che si trattasse della sera o del mattino. Questa confusione esprime assai bene l’interesse dominante delle speculazioni teoriche e una singolare negligenza dell’aspetto concreto delle cose. Può anche essere che un punto qualunque della terra si sposti con un movimento invisibile tra la zona d’incidenza dei raggi solari e quella in cui la luce gli sfugge o gli ritorna. Ma in realtà niente è più diverso che la sera dal mattino. Il levar del sole è un preludio, il suo tramonto una ouverture che precede la fine, invece dell’inizio come nelle vecchie opere. L’apparizione del sole annuncia i momenti che seguiranno, cupa e livida se le prime ore della mattina dovranno essere piovose; rosata, leggera, spumosa quando brillerà una luce chiara. Ma l’aurora non pregiudica nulla del resto del giorno. Essa determina l’azione meteorologica e dice: pioverà, farà bel tempo. Per il tramonto è tutt’altra cosa; si tratta di una rappresentazione completa con un principio, un centro, una fine. E questo spettacolo offre una specie di sintesi dei combattimenti, dei trionfi e delle disfatte che si sono succedute durante dodici ore in maniera visibile, ma più lentamente. L’alba non è che il principio del giorno, il tramonto una ripetizione. Ecco perché gli uomini prestano più attenzione al tramonto che al levar del sole; l’alba può dar loro unicamente un’indicazione supplementare a quella del termometro, del barometro e – per i meno civilizzati – delle fasi della luna, del volo degli uccelli o delle oscillazioni delle maree. Il tramonto, invece, li eleva, riassumendo in misteriose configurazioni le peripezie del vento, del freddo, del caldo, o della pioggia, nelle quali il loro essere fisico è stato sballottato. I moti della coscienza si possono anche leggere nelle nuvole, queste costellazioni lanose. Quando il cielo comincia a illuminarsi delle luci del tramonto (così come in certi teatri è l’improvvisa illuminazione della scena che annunzia l’inizio dello spettacolo, e non i tre colpi di campanello tradizionali) il contadino si ferma lungo il sentiero, il pescatore trattiene la barca e il selvaggio socchiude gli occhi, seduto vicino a un pallido fuoco. Il ricordo è per l’uomo una grande voluttà, ma non nel senso di memoria letterale; pochi infatti accetterebbero di rivivere le fatiche e le sofferenze che malgrado tutto amano ricordare. Il ricordo è la vita stessa, ma di una qualità diversa. Così, quando il sole si abbassa verso la superficie levigata di un’acqua tranquilla, come l’obolo di un dio avaro, o quando il suo disco staglia la cresta della montagna come una foglia dura e dentellata, l’uomo trova, in una breve fantasmagoria, la rivelazione delle forze opache, delle brume e degli sfolgorii di cui, nel fondo di se stesso, e durante tutta la giornata, ha vagamente percepito gli oscuri conflitti.

[…]

Alle 17,40 il cielo, a ponente, appariva ingombro di un edificio complesso, al di sotto perfettamente orizzontale, della stessa apparenza del mare da cui sembrava essersi staccato per un incomprensibile sollevamento al di sopra dell’orizzonte, oppure per l’intromissione, fra l’uno e l’altro, di una spessa e invisibile lastra di cristallo. Dalla sua sommità si tendevano e si spingevano verso lo zenit, per effetto di qualche gravitazione rovesciata, impalcature instabili, piramidi rigonfie, ribollimenti rappresi, come fregi barocchi che avrebbero voluto rappresentare delle nuvole ma alle quali le nuvole somigliavano solo per quel tanto che hanno della levigata rotondità del legno scolpito e dorato. Questo ammasso confuso che nascondeva il sole, spiccava in tinte cupe e rari bagliori, mentre verso l’alto si dileguava in faville. Più in alto ancora nel cielo, screziature dorate si snodavano in pigre sinuosità immateriali, come una trama puramente luminosa. Seguendo l’orizzonte verso nord, si vedeva il motivo principale assottigliarsi, elevarsi in nuvole sgranate dietro le quali, molto lontano, una sbarra più alta si delineava, spumante alla sommità; dalla parte più vicina al sole – tuttora invisibile – la luce bordava quei rilievi di un orlo d’oro. Più a nord i rilievi sparivano e non c’era più che la sbarra, opaca e piatta, che si eclissava nel mare. A sud la stessa barra risorgeva, ma sormontata da grandi lastre di nuvole ferme, come dolmen cosmologici, sulle creste fumose della base. Volgendo decisamente le spalle al sole e guardando verso est, si scorgevano due gruppi sovrapposti di nuvole, tirati nel senso della lunghezza e stagliati contro luce per l’incidenza dei raggi solari sullo sfondo di un bastione mammelluto e panciuto, eppure aereo e madreperlaceo a riflessi rosa, violetti e argentati. Intanto, dietro le celesti scogliere che occludevano l’occidente, il sole proseguiva la sua lenta evoluzione; ad ogni progresso della sua discesa, alcuni raggi fendevano la massa opaca e si aprivano un passaggio il cui tracciato, mentre il raggio sprizzava, tagliava l’ostacolo in mille settori circolari, diversi per grandezza e intensità luminosa. Ogni tanto la luce si riassorbiva come un pugno che si chiude e il manicotto nebbioso non lasciava più sfuggire che una o due dita scintillanti e irrigidite. Oppure un polipo incandescente usciva dalle grotte nebulose, per ritrarsi subito dopo. Due fasi ben distinte hanno luogo in un tramonto. In principio l’astro è architetto. Poi (quando i suoi raggi arrivano riflessi e non più diretti) si trasforma in pittore. Da quando scompare dietro l’orizzonte, la luce si attenua in piani sempre più complessi. La luce piena è nemica della prospettiva, ma, fra il giorno e la notte, c’è posto per un’architettura tanto fantastica quanto provvisoria. Con l’oscurità, tutto si appiattisce di nuovo come un giocattolo giapponese meravigliosamente colorato.

Alle 17,45 precise si era delineata la prima fase. Il sole era già basso ma non toccava ancora l’orizzonte. Quando comparve al di sotto dell’edificio di nuvole, sembrò spaccarsi come un giallo d’uovo e macchiare di luce le forme che ancora raggiungeva. Questa effusione di luce fu presto seguita da un oscuramento; i contorni divennero opachi, e, nel vuoto fra il limite superiore dell’oceano e quello inferiore delle nuvole, apparve una cordigliera di vapori, fin allora abbagliante e inguardabile, adesso dentellata e oscura. Nello stesso tempo, da piatta in origine, divenne voluminosa, e cominciò a muoversi in pigra migrazione, attraverso una larga zona rosseggiante che – inaugurando la fase dei colori – risaliva lentamente dall’orizzonte verso il cielo.

A poco a poco le profonde costruzioni della sera si contrassero. La massa che durante il giorno aveva occupato il cielo orizzontale, sembrò laminarsi come un foglio metallico illuminato da tergo da un fuoco prima dorato, poi vermiglio, poi cremisi. E già questo fuoco fondeva, superava e sollevava in un turbinio di faville, nuvole contorte che progressivamente svanirono. Innumerevoli intrecci vaporosi si disegnarono in cielo; sembravano tesi in tutti i sensi: orizzontali, obliqui, perpendicolari e perfino a spirale. I raggi del sole in declino, come l’archetto che si piega o si raddrizza nello sfiorare corde diverse, ne facevano brillare successivamente uno, poi l’altro, in una gamma di colori, proprietà esclusiva e arbitraria di ciascuno. Nel momento della sua manifestazione, ogni intreccio offriva la nettezza, la precisione e la fragile rigidità del vetro filato, e pian piano si dissolveva come se, surriscaldato da un cielo pieno di fiamme, intensificando il colore e perdendo la sua individualità, si stendesse in strati sempre più sottili fino a sparire dalla scena, subito sostituito da un nuovo intreccio appena tessuto. Alla fine non ci furono che tinte confuse mescolantesi le uno con le altre; così, in una coppa, liquidi di colore e densità diversi prima sovrapposti, cominciarono lentamente a confondersi malgrado la loro apparente stabilità. Dopo, divenne molto difficile seguire uno spettacolo che sembrava ripetersi con uno scarto di minuti e a volte di secondi, in punti molto distanti del cielo. Verso est, dopo che il disco solare ebbe intaccato l’orizzonte opposto, si videro materializzarsi ad un tratto, molto in alto e in tonalità viola-acido, nuvole fino allora invisibili. L’apparizione si sviluppò rapidamente, si arricchì di dettagli e sfumature, poi tutto cominciò a cancellarsi, da destra verso sinistra, come sotto l’azione di uno straccio spostato con un movimento lento e sicuro. In pochi secondi non restò che l’ardesia pulita del cielo, al di sopra del bastione di nuvole. Ma questo scolorava in bianco e grigiastro, mentre il cielo diventava rosato. A occidente, un nuovo banco si innalzava dietro il primo, ora simile al cemento uniforme e confuso. Era l’altro, adesso, che fiammeggiava. Quando le sue rosse irradiazioni si affievolirono, le screziature allo zenit, non ancora entrate in scena, acquistarono lentamente volume. L’orlo inferiore risplendè come oro, la sommità prima scintillante, passò ai marroni e ai violetti. Nello stesso tempo la loro trama apparve come al microscopio, fatta di mille piccoli filamenti che sostenevano come uno scheletro le loro forme tondeggianti. Adesso i raggi diretti del sole erano completamente spariti. Il cielo non aveva ormai che colorazioni rosa e gialle: gambero, salmone, lino, paglia; ma anche questa ricchezza più modesta parve svanire. Il paesaggio celeste rinasceva in una gamma di bianchi, di azzurri e di verdi, mentre piccole parti dell’orizzonte godevano ancora di una vita effimera e indipendente. A sinistra, un velo impercettibile si rivelò improvviso come uno svolazzo di verdi misteriosi e confusi; progressivamente passarono ai rossi, dapprima intensi, poi violetti, poi bruni, e non fu più che la traccia irregolare di un pastello leggero su una carta granulosa. Dietro, il cielo era di un giallo verde-alpestre mentre il bianco orizzontale restava opaco e a contorni decisi.  A ovest, piccole striature d’oro scintillarono ancora un istante, ma verso il nord era già quasi notte: il bastione mammelluto si era ridotto a qualche rotondità biancastra sotto un cielo di calce.

Niente è più misterioso dell’insieme di processi sempre identici, ma imprevedibili, per i quali la notte subentra al giorno. Il suo segno appare improvviso nel cielo, accompagnato da incertezza e angoscia. Nessuno saprebbe prevedere la forma che adotterà, questa volta, unica fra tutte le altre, il sorgere della notte. Mediante un’alchimia impenetrabile, ogni colore si trasforma nel suo complementare, mentre si sa che, sulla tavolozza, per ottenere lo stesso risultato, bisognerebbe usare altre tinte. Ma, per la notte, i miscugli non hanno limiti poiché il suo è uno spettacolo illusorio: il cielo passa dal rosa al verde; non ho tenuto conto però che certe nuvole sono diventare rosso vivo e fanno così, per contrasto, apparire verde un cielo che era rosa, d’una sfumatura, però, così pallida da non poter sostenere il valore superacuto della nuova tinta che peraltro non avevo neppure notato, essendo il passaggio dall’oro al rosso meno sensibile di quello dal rosa al verde. La notte si introduce di prepotenza. Così, allo spettacolo degli ori e delle porpore, la notte comincia a sostituire il suo negativo, dove i toni caldi prendono il posto dei bianchi e dei grigi. La lastra notturna rivelò lentamente un paesaggio marino al di sopra del mare, immenso scenario di nubi che si sfilacciavano contro un cielo oceanico, quasi in isole parallele, come una costa piatta e sabbiosa vista da un aeroplano a bassa quota, inclinato su un’ala, che lanci le sue frecce sul mare. L’illusione era accresciuta dalle ultime luci del giorno le quali, radendo obliquamente quelle creste nuvolose, le faceva sembrare solide rocce – in altre ore, anch’esse, scolpite in ombre e luci – come se l’astro non potesse più usare il suo bulino scintillante sui porfidi e sui graniti, ma solo su sostanze labili e vaporose, pur conservando nel suo declino lo stesso stile. Su questo sfondo di nuvole che tanto somigliava a un paesaggio costiero, sgombratosi il cielo, si videro apparire spiagge, lagune, moltitudini di isolotti e di banchi di sabbia invasi da quell’oceano inerte che intagliava di fiordi e di laghi interni il planisfero in corso di dissociazione. E poiché il cielo a sfondo di quelle guglie simulava un oceano, e poiché il mare riflette di solito il colore del cielo, questo quadro celeste riproduceva un paesaggio lontano sul quale il sole tramonterebbe di nuovo. Bastava del resto considerare il vero mare, al di sotto, per sfuggire al miraggio: non era più la lastra ardente del mezzogiorno, né la superficie increspata del pomeriggio. I raggi, quasi orizzontali, non illuminavano più che un solo lato delle piccole onde; e l’acqua prendeva così un rilievo dalle ombre nette, scolpite come in un metallo. Ogni trasparenza era scomparsa. Allora, con un passaggio del tutto abituale ma, come sempre, impercettibile e istantaneo, la sere cedette il posto alla notte. Tutto fu diverso. Nel cielo opaco all’orizzonte, e poi più in alto, d’un livido giallo che verso lo zenit trascolorava in blu, si sparpagliarono le ultime nuvole, messe in scena dal morire del giorno. Poco dopo non furono più che ombre, attenuate e scolorite come gli ultimi elementi di uno scenario che, dopo lo spettacolo e spente le luci, appare in tutta la sua povertà e fragilità, e in tutto il suo carattere provvisorio; e subito ci si rende conto che la realtà di cui avevano creato l’illusione non apparteneva alla loro natura, ma a qualche trucco di illuminazione o prospettiva. Tanto, quelle nuvole, un momento prima erano vive e si trasformavano ad ogni istante, tanto sembravano ora fisse in una forma immutabile e dolorosa, in mezzo al cielo che le avrebbe presto assorbite nella sua crescente oscurità.

Collezionista di papiri accademici, sono un geek eclettico con una formazione umanistica e una grande passione per la tecnologia e l'IA. Coltivo la radice spirituale dell'essere digitale.
 
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