#JeSuisCharlie, l’ipocrisia e la sindrome della memoria corta

Quello che è successo nei giorni scorsi a Parigi, una città che amo e dove vorrei vivere, è terribile. Due terroristi hanno fatto irruzione nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e hanno ucciso 11 persone tra giornalisti e disegnatori in nome di Allah. Due giorni dopo un altro attentatore è entrato in un supermercato ebraico facendo altre quattro vittime. I responsabili delle stragi sono stati uccisi dalle forze speciali. In totale i morti sono stati 17.

Sui social media hanno cominciato a rimbalzare messaggi di solidarietà al giornale parigino e tutti hanno twittato, sull’onda dell’emozione, con l’hashtag #JeSuisCharlie (Io sono Charlie), che è diventato l’hashtag più twittato della storia.

L’11 gennaio 2015 c’è stata una marcia contro il terrorismo che ha radunato a Parigi due milioni di persone. È stato qualcosa di commovente e mai visto prima. Avrei voluto essere lì. Poi ho cominciato a pensare. Perché #JeSuisCharlie? Perché la libertà di espressione è un diritto sacrosanto di ogni democrazia. Ho pensato all’Articolo 21 della nostra Costituzione.

Ammetto che non conoscevo Charlie Hebdo prima della tragedia. Ho visto molte vignette pubblicate dal giornale, comprese quelle più controverse sul profeta Maometto. Alcune mi hanno divertito molto. Altre meno: non le ho trovate offensive, anche se ho immaginato potessero esserlo per qualcun altro. Io non le avrei pubblicate, ma un giornale deve essere libero di pubblicare quello che ritiene più opportuno nei limiti della legge, come disse in un’intervista il direttore Charb.

Allora mi sono chiesto: che cos’è la satira? Per me è la capacità di far ridere e allo stesso tempo riflettere. Ma questo implica che ci voglia un certo background culturale per cogliere le sottili sfumature che ci possono essere anche dietro una banalissima vignetta. Ebbene, è proprio questo il punto. Ognuno ha una cultura diversa. E come per qualsiasi altro comportamento umano ci sarà qualcuno che sorriderà e qualcun altro che si incazzerà a morte. È la vita.

In questi giorni si è citato spesso Voltaire. Non è un caso che la marcia oceanica di Parigi contro il terrorismo si sia fatta in una strada che prende il nome del filosofo. Uno degli aforismi più famosi attribuiti a lui recita:

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.

È bellissimo e nobile, ma io, come la maggior parte delle persone, non arriverei a tanto. Per questo un filosofo che andrebbe ripreso è il sottovalutato John Stuart Mill.

Quest’ultimo insisteva molto sul valore e sull’importanza fondamentale della diversità: è a questa che dovremmo educare noi stessi e i nostri figli, perché è solo grazie alla diversità, al libero confronto e alla libera circolazione delle idee che una società diventa migliore. È stato dimostrato scientificamente, non solo nella Silicon Valley, che l’innovazione è possibile solo in un ambiente aperto alla diversità. (Vi consiglio di leggere il libro “Dove nascono le grandi idee” di Steven Johnson.) Viceversa, se ci isola da qualsiasi comunicazione con l’esterno, un organismo o un Paese lentamente muore.

Purtroppo, com’era prevedibile, l’elaborazione del lutto di una tragedia simile può passare attraverso semplificazioni eccessive e facili equazioni. Non dobbiamo cadere nella trappola e dobbiamo smascherare le manipolazioni a scopo elettorale da parte di politici squallidi e ignoranti di cui purtroppo anche in Italia abbiamo diversi esempi.

Non bisogna aver paura dei nostri amici musulmani. Anzi, in questi tempi difficili bisogna dialogare ancora di più con loro. Una recente ricerca dimostra come la maggior parte dei paesi arabi sia contro l’Isis. È per questo che l’hashtag #NotInMyName che molti musulmani stanno diffondendo in questi giorni sui social network probabilmente ha molto più valore di #JeSuisCharlie.

Perché ci sia rispetto della diversità c’è bisogno di conoscerla questa diversità. Vi invito a leggere l’articolo del filosofo Slavoj Žižek che spiega bene la differenza che passa tra i fondamentalisti veri, indifferenti nei confronti dei non-credenti e i terroristi islamici.

Una lettura lucida di quello che è successo è molto difficile e sarà sempre parziale. Ma bisogna guardarsi bene dalla retorica semplicistica e dalle strumentalizzazioni.

A tutti quelli che dicono “se la sono cercata“, faccio notare che nei giornali arabi vengono pubblicate vignette molto più violente e offensive che prendono di mira gli ebrei. E nessuno si è mai scandalizzato o ha deciso di farla pagare ai disegnatori di quelle vignette.

Lo stesso Charlie Hebdo nel luglio del 2008 aveva lincenziato Maurice Sinet, in seguito ad accuse di antisemitismo (che poi aveva fondato un’altra rivista tuttora esistente). È un fatto che non cambia nulla, ma di cui bisogna tener conto.

Se c’è poi qualcosa di più squallido della strumentalizzazione politica delle tragedie è l’ipocrisia mascherata da buone intenzioni.

A molti non sarà sfuggito che tra i leader politici che hanno partecipato alla marcia di Parigi c’erano alcuni riconosciuti liberticidi. Cosa c’entrava questa gente con una marcia per la libertà d’espressione? Ben poco, anche se c’è chi pensa che la loro presenza potrebbe essere un bene per i valori liberali.

Anche i colossi tecnologici americani ci hanno messo del loro. Facebook in passato aveva censurato Charlie Hebdo e ora invece si schiera in sua difesa con le parole del CEO Mark Zuckerberg. Anche la Apple aveva rinunciato ad avere un’app di Charlie Hebdo su iPad e adesso anch’essa è pronta a dirsi Charlie. In questi giorni, infatti, è comparsa un’app per iPhone, a cura del quotidiano Nice-Matin e approvata sull’Apple Store a tempi di record con l’intercessione di Tim Cook, che geolocalizza i sostegni a favore di Charlie Hebdo e della libertà d’espressione.

L’aspetto paradossale e inquietante di questa tragedia è che lo sbandieramento universale della libertà di espressione, adesso che bisogna combattere una guerra più difficile, anche idelogica, contro il terrorismo, sta assumendo la forma di uno svilimento e di una repressione di quella stessa libertà.

È notizia di questi giorni che il comico francese Dieudonné M’bala M’bala è stato messo agli arresti domiciliari. È stato accusato di apologia del terrorismo per aver detto, dopo aver partecipato alla marcia di Parigi:

Dopo questa marcia storica, leggendaria, un momento magico come il big bang che ha creato l’universo, torno a casa. Sappiate che questa sera, per quanto mi riguarda, mi sento Charlie Coulibaly.

Giudicate voi.

Visto che anche l’Italia è piena di buonisti dell’ultim’ora dalla memoria corta, vi ricordate di Daniele Luttazzi? A me piaceva molto, dai tempi di Mai dire Gol. Per me era uno dei comici italiani più bravi e intelligenti. È interessante citarlo perché fu allontanato dalla RAI e subì delle minacce, anche per aver fatto della satira sulla religione. Qui trovate un lungo e approfondito articolo, tratto dal suo blog, che parla di Islam, Cristianesimo e mitologia. Potete ridere, offendervi o riflettere. A voi la scelta.

Perché quello che è successo a Charlie Hebdo riguarda tutti, anche quello che scriviamo sul nostro blog, su Internet? Ce lo dice Massimo Mantellini dalle pagine del Post:

Libertà di espressione significa accettare che quanto ci offende e indigna abbia uguale diritto di cittadinanza, sui giornali come su Internet, dentro una griglia di eccezioni e obblighi di legge la più ristretta possibile. Quanti degli improvvisati amici odierni di Charlie sarebbero disposti ad accettare questo, tollerando le migliaia di pagine web che non capiscono o disdegnano?

Alla luce di tutto quanto, mi sento di dire che, in qualche modo, siamo tutti responsabili di quello che è successo. E, fino a prova contraria, siamo anche degli ipocriti.

 

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