La letteratura come suono

Nei diari del 1950 di Jack Kerouac c’è un brano piuttosto divertente, tra il serio e il faceto, in cui lo scrittore prova a sintetizzare il senso di un’opera letteraria in un suono:

Nelle opere di Dostoevskij tutti continuano a dire “Hmm” a se stessi… questa è la chiave della sua concezione dell’uomo: “Hmm“. (Quali misteri racchiude?) (Cosa intende con questo gemito?) Mi chiedo se il mio suono personale in C & M fosse “Ah?“, “Ah?” il fondamento della mia visione. Come se dicessi: “So perfettamente cosa sta succedendo, ma fingerò di non averlo neanche sentito”. Al che Dusty risponde: “Hmm“. Qual è l’esclamazione di Balzac? Un giorno lo scoprirò. Magari è “Hup! Hup!“: il suono di tutti coloro che si buttano con entusiasmo nelle loro passioni e nei loro destini. Quella di Céline è una bestemmia e quella di Melville un fischio. Nelle opere di Twain la chiave è il termine “soddisfatto”. Nei romanzi di Céline, invece, è “Wah! Wah!” o “Hoik! Hoik!“.

Quello di associare a un libro o a uno scrittore un suono potrebbe essere un elemento più o meno frivolo al servizio della critica letteraria. Strano che a Nick Hornby non sia venuto in mente. All’epoca in cui scriveva queste note Jack Kerouac stava cercando ancora la forma giusta per “Sulla strada” (il romanzo “La città e la metropoli” era in via di pubblicazione), ma già dimostrava una rara sensibilità musicale e un’irresistibile attrazione verso il jazz, soprattutto il be-bop di Charlie “Bird” Parker, che influenzerà molto la sua scrittura migliore, in particolare quella di “Sulla strada” e de “I sotterranei“.

 

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