L’amore è un fenomeno quantistico

In Avatar, il film capolavoro di James Cameron del 2009, i due protagonisti Na’vi, quando scoprono di amarsi, si dicono: Io ti vedo. Il significato è più spirituale che sensoriale. È come dire: Io ti vedo al di là della tua bellezza e del tuo involucro corporeo, ti vedo dentro.

Anche nella meccanica quantistica l’atto del vedere e colui che osserva sono fondamentali. Ad esempio, lo stesso fotone può essere sia un’onda che una particella, a seconda di come lo si osserva. A livello quantistico, la realtà non esiste se non la si sta guardando. Il poeta Alberto Fraccacreta, in un bellissimo cofanetto dedicato a un altro poeta, Adam Zagajeski, (Il «fuoco eraclideo» nel giardino d’inverno, Raffaelli Editore) usa in maniera mirabile la meccanica quantistica per spiegare il significato dello sguardo nell’amore:

Se una particella non è osservata, dunque, non esiste. L’osservatore determina la presenza concreta di una particella. L’altro ci salva; nell’altro c’è salvezza perché c’è esistenza, realtà. La realtà funziona come un continuo gioco di specchi: tutto guarda e tutto è guardato. Ciò equivale a dire: se non mi guardi, io non esisto. E se non mi dai l’attenzione del tuo sguardo, anche tu non sei in niente: perché la tua attenzione è l’attesa di me, mentre volgi lo sguardo. Siamo presenza l’uno dell’altro. Non allarmarti se ti guardo: sto solo dicendo che tu esisti. Il tuo vedermi è confine dal quale non posso uscire: sarei inessente, irreale. Ma così divento il tuo sguardo. Tutto me stesso muta nell’incontro con te. […] Niente dice che sono se non ci sei, se non mi guardi. La particella elementare non può esistere senza l’osservatore, ma è anche vero che senza la particella nemmeno l’osservatore è presente, perché nessuno può dire che esiste se non il sé che ha occupato tutto lo spazio ed è niente. Affermare l’esistenza è un atto gratuito, spontaneo, e non può essere vincolato da una finalità. Se mi guardi, se accetti di diminuirti per accogliere me nel tuo campo visivo senza che io ti sia funzionale, mi ami. Ed esisto. Ed esisti. Quando dunque guardandoci ci amiamo, allora davvero – quantisticamente – noi siamo.

Nella meccanica quantistica esiste un altro bizzarro fenomeno chiamato entanglement. È stato osservato e dimostrato che due sistemi che vengono messi a contatto e creano un’interazione tra di loro, se separati continueranno a sentire l’influenza l’uno dell’altro anche se posti a distanza infinita, e perciò devono essere considerati come un sistema unico. È come se due particelle che si sono generate nello stesso istante, da quel momento e per sempre, comunicassero “telepaticamente”. Se si apporta un cambiamento a una particella, ad esempio invertendo lo spin, l’altra particella, dovunque si trovi, risentirà instantaneamente della stessa modifica. Tutto questo fa pensare all’amore. Quando c’è, si crea un legame speciale e sottile che fa in modo che l’uno influenzi l’altra. E viceversa. Anche senza parlare. Anche quando si è distanti. L’amore è quella cosa che tu sei da una parte, lui dall’altra, e gli sconosciuti si accorgono che vi amate, diceva Massimo Troisi.

Come scrivevo qualche tempo fa parlando di Interstellar di Christopher Nolan, c’è la possibilità che questo legame continui a sussistere anche quando l’amore smette di esistere (ammesso che sia possibile non amare più ciò che si è amato):

Forse allora ha senso pensare che, anche quando ci si lascia, si conservi dentro di sé una parte dell’altro, una parte di noi diventi l’altro. E che, anche distanti anni luce, in qualche modo, continueremo a influenzarci.

 

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