L’orrore che (non) condividiamo

La foto di Aylan (che non pubblico), il bimbo siriano di tre anni annegato vicino alla spiaggia di Bodrum, in Turchia, ha fatto velocemente il giro del mondo.

La storia della sua famiglia (l’unico sopravvissuto è Abdullah Kurdi, che ha perso sua moglie e i due figli: Aylan, il bimbo fotografato, e Galip) potete leggerla qui. Poco dopo hanno cominciato a circolare anche delle foto di Aylan sorridente, quand’era ancora in vita, in compagnia del fratello maggiore Galip. L’accostamento di queste foto così diverse ha aumentato indubbiamente la drammaticità delle prime immagini.

Questa fotografia è diventata il simbolo della tragedia umanitaria del Mediterraneo, che, purtroppo, è un’emergenza quotidiana. È una foto terribile e che passerà alla storia.

È STATO GIUSTO PUBBLICARLA?

La foto è stata scattata da Nilüfer Demir, una fotografa che lavora per l’agenzia turca DHA. In un’intervista a Vice, ha detto:

Quando ho visto il corpo del bambino sono rimasta paralizzata. Più tardi ho scoperto che aveva solo tre anni. Allo stesso tempo, come fotografa ho sentito il dovere di non rimanere bloccata, per cui ho scattato la foto.

[…]

Noi fotografi che lavoriamo nella zona siamo abituati a vedere relitti e cadaveri, purtroppo.

[…]

Da una parte, vorrei non averla scattata. Avrei preferito di gran lunga fotografare Aylan mentre giocava sulla spiaggia invece che fotografare il suo cadavere. È una cosa terribile che mi tiene sveglia la notte. Dall’altra parte, sono felice che il mondo finalmente abbia prestato attenzione a questo problema, anche se perché lo facesse c’è voluta la foto di un bambino morto. Spero che la mia foto contribuisca a far cambiare la situazione dei migranti e che le persone non debbano più morire in quel modo.

Tra i primi giornali a pubblicare la tragica fotografia c’è l’Indipendent (seguito a ruota dagli altri giornali del mondo), che ha giustificato la sua scelta con la dichiarazione:

L’Independent ha preso la decisione di pubblicare queste immagini perché, tra le parole spesso disinvolte sulla “crisi dei migranti in corso”, è fin troppo facile dimenticare la realtà della situazione disperata che affrontano molti rifugiati.

De Volkskrant, un quotidiano dei Paesi Bassi, scrive:

Una foto di un bambino morto può fare di più di migliaia di morti invisibili nel Mediterraneo. Questa foto nuda e cruda ha rotto gli argini, ha cambiato il corso della storia, ha dato ai politici coraggio e spirito di decisione. Forse questa foto farà tacere i populisti, e anche questa sarà una buona cosa.

Mario Calabresi, il direttore de La Stampa, ha dichiarato:

Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».

Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.

Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

LA REAZIONE DEI SOCIAL MEDIA

All’interno di social network come Facebook o Twitter la fotografia ha suscitato forti reazioni emotive ed è rimbalzata con commenti pro e contro la pubblicazione. Nel frattempo veniva condivisa o retwittata. Ha ispirato anche vignette e fotomontaggi. In pratica è diventato un meme. Forse questa è una circostanza ancora più controversa della pubblicazione stessa.

Clive Martin su Vice ha scritto un articolo in cui parla del feticismo della viralità negativa che comincia a dilagare sui social media. In conclusione del suo pezzo dice:

Gli esseri umani sbagliano. Per cui è molto probabile che chiunque condivide o mette mi piace a questi post abbia commesso le stesse identiche cose contro cui si scagliano questi post. Si spera che dopo aver capito che ognuno di noi è spaventato, inutile e problematico come tutti gli altri ci lasceremo tutto questo alle spalle, destinandolo all’oblio di internet.

Massimo Mantellini sul suo blog dice:

La vicinanza digitale da sola non uccide e non salva vite. In cambio però trasmette una piccola anestesia liberatoria.

Michele Smargiassi su Repubblica è dello stesso avviso quando afferma:

Ci abitueremo anche a questo, dicono i sostenitori (consapevoli o spontanei) della teoria della compassion fatigue. Non ci farà più effetto. Dunque è pornografia dell’orrore.

Carlo, in un commento all’articolo di Smargiassi, aggiunge degli elementi interessanti:

Leggendo i titoli delle testate di oggi, pare che quella foto abbia smosso ben più che l’opinione pubblica. C’è da dire, cinicamente, che ha avuto fortuna: è stata pubblicata con un tempismo perfetto, a valle di altre serie di foto che hanno preventivamente preparato un terreno nell’opinione e nelle coscienze. 

[…]

Sulla pubblicazione: chi sostiene che negli anni si è avuta un’escalation di violenza fotografica ignora il passato o tenta di rimuoverlo, perché è cambiato soltanto il medium. Di immagini crude ne è colma la storia del fotogiornalismo. Allora perché non pubblicare? Perché sul giornale la foto non è da sola, è accompagnata. E scrivere sotto ad una foto di questo tipo è maledettamente difficile: costringe a prendere una posizione, ad assumersi la responsabilità di ogni singla virgola. Accanto ad una foto del genere la coscienza del lettore è esposta, ed anche una retorica da bar di quartiere diventa, agli occhi del lettore meno accorto, un’arma di influenza potentissima.

La difficoltà di pubblicazione risiede nell’articolo che la accompagna. Nel titolo. Nella responsabilità di chi scrive, che deve sapere che le sue parole avranno importanza almeno quanto l’immagine. Si devono pubblicare le immagini, e lo devono fare i giornalisti, quelli veri.

COSA POSSIAMO FARE?

L’effetto migliore che potrà avere questa foto e il sacrificio di Aylan (e di tanti come lui) è smuovere le coscienze dei politici europei, perché sono questi che prendono le decisioni. Servono nuove regole, non nuove barriere e nuovi muri.

E se i governanti europei faranno orecchie da mercante il compito della società civile sarà proprio quello di ricordare il dramma quotidiano del Mediterraneo e fare pressione perché si trovino soluzioni comuni che tengano conto dei diritti umani.

Casa loro

Un’altra cosa importante da capire è che il dramma dei migranti riguarda tutti. È interesse di tutto il mondo risolvere il caos della Siria e annientare l’ISIS (che, non ce lo dimentichiamo, si trova neanche a 200 chilometri dalle coste italiane).

La storia dei flussi migratori è la storia di tutti gli uomini. Fin dalla preistoria ci siamo spostati da un continente all’altro, per sopravvivere e cercare condizioni di vita migliori. E senza andare troppo lontano nel tempo, pensiamo ai nostri nonni e bisnonni. Quasi ogni famiglia ha qualcuno che è dovuto emigrare in Europa o negli Stati Uniti per poter lavorare, sopravvivere e far sopravvivere la propria famiglia. Facciamoci raccontare le loro storie. Forse non c’erano carrette del mare e trafficanti di uomini, ma le condizioni generali non erano poi tanto migliori.

Forse basterebbe questo: ricordarsi che i migranti sono esseri umani. Non numeri in un’infografica. Non guardiamoli come se fossero Altro da noi. Gli Altri siamo noi. E non facciamo che le spiagge e i confini diventino dei nonluoghi. Devono essere degli approdi, luoghi di incontro, ponti (come auspica Papa Francesco), dove tutto può cominciare di nuovo.

 
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