Selfie: istruzioni per l’uso

Cos’è e come si distingue un selfie

La parola “selfie” ormai è ubiqua e stra-abusata dai media e sulla Rete. Ma chiariamo una volta per tutte cos’è e cosa non è un selfie (quella del genere grammaticale, se selfie sia maschile o femminile, è un’altra diatriba). Ci viene in aiuto Luca Sofri che in un post del suo Wittgenstein fissa i seguenti paletti:

– un selfie è “un selfie di qualcuno”, non può essere “un selfie” e basta;
– quel qualcuno deve essere ritratto nella foto;
– (la faccia, di quel qualcuno);
– quel qualcuno deve essere l’autore della foto;
– la foto dev’essere fatta con uno smartphone;
– la foto può essere fatta con un timer e vale selfie lo stesso.

(EDIT: Davide Bianchini mi suggerisce di aggiungere che il selfie è un meme Internet: diventa tale solo quando viene pubblicato in rete.)

La storia della fotografia ci può dare una mano a capire il fenomeno, ma di sicuro il salto c’è stato quando gli autoscatti hanno potuto sfruttare la tecnologia degli smartphone con videocamera frontale.

Perché farsi un selfie è figo

Ma perché farsi i selfie oggi è così cool? Giuseppe Granieri ci ricorda che la realtà della Rete è complessa e quindi le semplificazioni sono sempre fuorvianti, ma il concetto di selfie sta diventando una nuova forma di normalità.

Prima che esistessero i social network e che si diffondessero in massa le fotocamere digitali, c’era una fortissima domanda di conoscere la “faccia” delle persone che leggevamo.

Perché siamo animali sociali e abbiamo bisogno di “vedere” le altre persone. Ci conforta e ci rassicura vederne il volto. È un istinto che sviluppiamo da piccoli, imparando a riconoscere i nostri genitori.

La priorità di un ragazzo oggi è dire al mondo, al suo mondo, che lui esiste. Il modo più semplice di farlo? Condividere quanto ha di unico: il suo viso nella sua vita. Tradotto: l’autoscatto. Selfie per l’appunto.

“Il sé è il messaggio e il selfie è il medium”

Rivista Studio dice che caratteristica del selfie è porre

Noi in primo piano, il resto dietro, quindi. E quello che succede alle nostre spalle, la scenografia, è spesso il vero contenuto, il vero messaggio. […] Con Vine, Instagram e Snapchat «il sé è il messaggio e il selfie è il medium».

Il selfie interseca tutta la babelica retorica dello specchio che dall’arte alla narrativa, alla poesia racconta dell’immagine.

È molto interessante il punto di vista di James Franco, “re dei selfie”, che dice

Io sono abbastanza deluso quando guardo un account e non vedo alcun selfie, perché voglio sapere con chi ho a che fare. Nella nostra epoca di social networking il selfie è il nuovo modo di guardare qualcuno negli occhi e dire: “Ciao, questo sono io”.

Ho scoperto che Instagram funziona come il mondo del cinema: funziona se riesci ad alternare “qualcosa per loro” con “qualcosa per te” cioè per ogni foto di un libro, di un quadro o di una poesia, cerco di postare un selfie con un cucciolo, un selfie in topless o un selfie con Seth Rogen, perché sono tutte cose che generalmente piacciono molto.

Secondo Franco, nella nostra cultura visiva i selfie mostrano (e non dicono) come ti senti, dove sei, cosa stai facendo. Rappresentano un’evoluzione nelle nostre relazioni virtuali, riescono a completare la comunicazione di un SMS, per esempio, perché un’immagine tende a essere spesso più chiara delle parole.

C’è chi si sbilancia e arriva a dire che se non c’è un selfie a testimoniare un particolare momento, è come se quella cosa non fosse mai successa. Un’affermazione provocatoria che, tuttavia, ha il suo fondamento. Anche se non dobbiamo dimenticare le strategie di marketing che possono essere dietro un meme come il Selfie della Notte degli Oscar.

Ma, dietro al tormentone dei selfie, sono nate tante varianti. Alcune altrettanto di successo.

Le varianti hot e hipster dei selfie

La prima è costituita dai belfie (circa 8.000 post su Instagram ad oggi). Il nome nasce dalla crasi delle parole selfie bootie, termine gergale per indicare… il fondoschiena.

Ma c’è anche una variante per bibliofili. Il progetto Bookasface invita gli amanti dei libri a condividere un book selfie:

“Quando alzi un libro all’altezza degli occhi per leggerlo, chi ti sta davanti non vede più la tua faccia. Vede il corpo del libro: titolo, colori. La tua faccia è libro. Il libro che stai leggendo, quello che ami, quello che hai scritto, quello che avresti voluto scrivere, quello che hai letto e che non leggerai mai più, quello che raccomandi di leggere, quello che sconsigli di leggere. Scegli un libro e mettilo sulla faccia, scatta una foto e condividila su Bookasface“.

Proprio uno scrittore, il grande e compianto David Foster Wallace, pare che abbia predetto i selfie e l’ansia che ne deriva.

Farsi troppi selfie significa essere malato?

Naturalmente gli allarmismi, come in tutti gli usi emergenti della tecnologia, non potevano mancare. Alcuni psichiatri pensano che l’abuso di selfie possa degenerare in una vera e propria malattia mentale, la selfite:

Chi soffre di selfite, può valutare la gravità del proprio disturbo in base alla scaletta fornita dall’American Psychiatric Association: selfitis borderline è chi fotografa sé stesso almeno tre volte al giorno ma che poi non pubblica le immagini su Internet. Rientra invece nei casi selfite acuta chi scatta almeno tre fotografie di sé stesso e le pubblica tutte online. Infine i casi disperati sono quelli di selfite cronica, coloro i quali provano la voglia incontrollabile di scattare autoritratti lungo l’arco dell’intera giornata pubblicando le foto su Internet più di sei volte al giorno.

Tuttavia, per il momento, soprattutto le agenzie di marketing e comunicazione, sembrano preoccuparsi più del dovuto. Anzi da oggi è possibile provare S.E.L.F.I.E. Smart Mirror, uno specchio che al suo interno nasconde un Mac Mini per scattare automaticamente una foto. Il dispositivo scatta automaticamente una foto quando si sorride davanti a uno specchio. Montato in un camerino di un negozio potrebbe causare qualche problema di privacy o essere la gioia degli esibizionisti.

Se avete un iPhone e volete dedicarvi a un sano narcisismo digitale (a tal proposito, si sta discutendo di eliminare dal DSM [Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali] come forma patologica il disturbo narcisistico di personalità), qui trovate una selezione delle migliori app per i selfie.

Per concludere la mia rassegna, Giornalettismo riporta un articolo di Mashable che presenta

Reactr, un’app che cattura la reazione di un vostro amico alla vista di una foto o di un video che lo vede (o la vede) protagonista. Il meccanismo è molto semplice. L’utente invia il contenuto multimediale ad un amico. Ma prima di spedirlo, sceglie la reazione che vuole ricevere dal proprio amico, o una foto o un video. Il ricevente apre l’app, sceglie con chi condividere la sua reazione e realizza il contenuto spedito indietro.

PS: Sono sicuro che il discorso non finisce qui. Ormai i selfie sono anche sulla copertina dei libri. 😉

 
Commenta su Facebook

1

avatar
0 Comment threads
0 Thread replies
0 Followers
 
Most reacted comment
Hottest comment thread
0 Comment authors
Recent comment authors
  Subscribe  
più nuovi più vecchi più votati
Notificami