Stranezza, novità e difficoltà: i tre asset del cambiamento

Ognuno (tranne quelli che Eraclito chiamerebbe i “dormienti”) si rende conto che viviamo un presente di grandi cambiamenti. I media sono complici nel costruire una visione che rappresenta questi cambiamenti quasi esclusivamente attraverso una cronaca in tempo reale di una crisi che investe tutte le sfere: da quella economico-finanziaria a quella socio-antropologica. Ma il modo migliore per uscire da questa crisi, non è sezionarla dal punto di vista concettuale per cercare di capirla, né sottolineare le piccole e grandi tragedie quotidiane (dal precariato ai licenziamenti al fallimento di stati come la Grecia). È affrontare di petto il cambiamento e cavalcarlo, per essere dentro il futuro e non trovarsi intrappolati in un presente che non esisterà più. Be the change, come ci ha insegnato Occupy Wall Street, significa non solo essere i protagonisti dei cambiamenti che vogliamo vedere nel mondo, ma anche essere pronti a quelli che non possiamo prevedere. È necessaria, quindi, un forma mentis veloce e fluida che dovrebbe assecondare i tre asset del cambiamento: la stranezza, la novità e la difficoltà.

1. Stranezza

Quand’ero piccolo lessi in un libro (credo che si trattasse de “La luna nel pozzo cosmico” di John Barrow) una frase di un fisico americano che mi rimase impressa per molti anni. Era John Archibald Wheeler che diceva:

In ogni campo trova la cosa più strana, quindi esplorala.

È una lezione che gli start-upper della Silicon Valley conoscono bene. I grandi pionieri, che si tratti di artisti o imprenditori, spesso sono persone che non hanno paura di testare fino in fondo idee strane o bizzarre che la maggior parte della gente considera inutili o irrilevanti. Ed è proprio questo atteggiamento a fare la differenza.

2. Novità

La poesia più famosa di Robert Frost, “The road not taken” (La strada non presa), citata anche nel film L’attimo fuggente di Peter Weir, finisce con i versi:

Two roads diverged in a wood, and I- / I took the one less traveled by, / And that has made all the difference.

(Divergevano due strade in un bosco, e io… / Io presi la meno battuta, / E di qui tutta la differenza è venuta.)

Il messaggio è chiaro: soltanto chi ha il coraggio e la curiosità di vedere dove porta una nuova strada, quando tornerà, avrà la visione e l’orizzonte infinitamente più ricchi di chi è restato a casa. Le abitudini ci rassicurano, sono un tranquillante psicologico e condizionante, ma proprio per questo spesso ci impediscono di evolverci.

3. Difficoltà

Il fisico Marco Delmastro, citando in un suo post una poesia di Gianni Rodari, dice:

Fare le cose difficili è dannatamente difficile, e ancora di più se non si è più bambini. Ma imparare a farle è necessario.

Quest’ultima frase è interessante. Imparare a fare le cose difficili è necessario. Ma non solo: ci conviene. Non solo perché quando c’è una difficoltà o un problema potenzialmente si vengono a creare le maggiori opportunità. Ma anche per una questione di visibilità che ci illustra molto bene il guru del marketing Seth Godin:

Today, though, it’s the difficult work that’s worth doing. It’s worth doing because difficult work allows you to stand out, create value and become the one worth choosing.

Seek out the difficult, because you can. Because it’s worth it.

(Oggi, però, è il lavoro difficile quello che vale la pena fare. Vale la pena fare un lavoro difficile perché permette di distinguerci, creare valore e diventare qualcuno che vale la pena scegliere.

Cercate il difficile, perché voi potete. Perché ne vale la pena.)

 

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