“Transcendence” e l’upload della mente umana

Immaginate una macchina con tutta la gamma delle emozioni umane. La sua potenza analitica sarà maggiore dell’intelligenza collettiva di ogni persona nella storia del mondo. Alcuni scienziati la chiamano “singolarità”. Io la chiamo “trascendenza”.

Queste sono le parole del dottor Will Caster (Johnny Depp), uno scienziato che fa ricerche avanzate sull’Intelligenza Artificiale Forte.

Si tratta del protagonista del film Transcendence, diretto da Wally Pfister (il direttore della fotografia dei film di Christopher Nolan).

Caster, utilizzando una rete di computer quantistici, ha creato PINN (Physically Indipendent Neural Network), un sorprendente elaboratore che sembra cosciente di sé. Dopo aver subito un attentato ed essere stato avvelenato col polonio, a Will Caster resta poco da vivere. Dopo la sua morte, sua moglie (anche lei scienziata informatica) e un amico neurobiologo decidono di tentare un esperimento ardito: dopo aver fatto l’upload della mente di Will (prima del trapasso) e averla convertita in bit, la travasano all’interno della “coscienza artificiale” di PINN. Poco dopo Will Caster sembra tornare alla vita in forma “sintetica”. Ma è veramente lui?

Si tratta di fantascienza, certo, ma fino a un certo punto. Le due domande più importanti che possono nascere dalla visione e della riflessione su questo film sono:

1) L’upload della mente umana oggi, con la tecnologia disponibile, è impossibile, ma in futuro potrebbe esserlo?

2) Qualora si riuscisse a trasferire la nostra mente in un computer e questa fosse cosciente, sarebbe veramente una copia di noi stessi?

I precursori: Frank Tipler e Ray Kurtzweil

Prima di cercare di rispondere a queste due domande, è opportuno ricordare i due grandi teorici precursori del mind uploading.

Il primo è il fisico Frank Tipler, autore del libro La fisica dell’immortalità (attualmente fuori catalogo – lo comprai e provai a leggerlo nel ’97, ma è difficilissimo. Il capitolo a cui fare riferimento è il IX: La fisica della risurrezione dei morti alla vita eterna, riassunto nel corsivo: saremo emulati nei calcolatori del futuro remoto), nel quale viene spiegata la Teoria del Punto Omega.

Il secondo è Raymond Kurzweil, il geniale futurologo e inventore, Director of Engineering di Google. Anche lui prevede che in un futuro non molto lontano si potrà fare il backup del cervello umano. Nei suoi libri dice che ci sarà la possibilità di fare il download (e quindi l’upload) di ricordi, schemi di pensiero, sensazioni ed esperienze. Una volta costruita un’infrastruttura tecnologica sufficiente, potremo fare l’upload dell’informazione che compone l’individuo nella sua completezza su dispositivi di silicio capaci di sopravvivere all’infinito.

La tecnologia del futuro: Dmitry Itskov e il “2045 Initiative”

A proposito della tecnologia necessaria per il mind uploading ci sono già progetti pubblici che hanno lo scopo di mappare il cervello umano avviati sia nell’Unione Europa (Human Brain Project) che negli Stati Uniti (Brain Initiative).

Come si vede verosimilmente nel film le capacità di calcolo richieste per processare le informazioni di un cervello artificiale sono enormi, ma i computer quantistici sono già una realtà con il progetto D-Wave Two e in futuro saranno sempre più potenti.

Tra coloro che stanno investendo di più in queste ricerche, oltre a Google e ai colossi tecnologici della Silicon Valley, c’è il miliardario russo Dmitry Itskov. Date un’occhiata al suo progetto 2045 Iniziative. Si articola in quattro fasi. Nella terza fase, che corrisponde agli anni 2030-35, il progetto prevede l’abbandono di ogni residuo biologico e quindi la possibilità di creare una replica digitale del proprio cervello e caricarlo su un computer.

Il dilemma del rapporto mente-cervello

Come avrete intuito, tutti gli arditi teorici che ho nominato sono convinti che in futuro il mind uploading avrà come conseguenza l’immortalità dell’uomo. Ammesso che una copia del nostro cervello in un computer possa essere veramente paragonabile a un nostro clone cosciente, prima dobbiamo porci un serio problema filosofico. Si tratta dell’annoso dilemma del rapporto mente-cervello. Tutti gli scienziati che fanno ricerche sul sistema nervoso centrale devono affrontarlo e sostanzialmente fare una scelta che, sorprendentemente, è una scelta di fede:

a) da un lato ci sono gli scienziati “riduzionisti”, che pensano che la mente e/o l’anima non sia altro che un risultato dell’attività elettrica e sinaptica del cervello, una proprietà emergente, e non ci sia niente di più;

b) dall’altro ci sono gli scienziati, “credenti”, che affermano che il cervello non basti a spiegare la mente e/o l’anima e che quindi ci deve essere qualcosa di più, di sovrannaturale e di esterno, che sopravvive alla morte del corpo. 

Se ne deduce che il mind uploading, per essere possibile, deve sposare l’ipotesi riduzionista. Se le cose non stessero così e fosse valida la seconda ipotesi, il risvolto macabro sarebbe che i nostri cervelli “uploadati” somiglierebbero più a uno “zombie” evoluto che a una copia di noi stessi.

I "cookie" di Black Mirror e l'etica della simulazione

Una scena dell’episodio “White Christmas” di Black Mirror. (Credit IMG: Observer)

I “cookie” di Black Mirror e l’etica della simulazione

Se davvero si arrivasse a un’epoca popolata anche di esseri artificiali, saremmo costretti a porci questioni morali che adesso ci sembrano risibili o difficilmente comprensibili. Tra le prime domande che mi vengono in mente, ci potrebbero essere:

– i nostri cloni digitali, se fossero senzienti, dovrebbero avere gli stessi nostri diritti?

– in caso di risposta affermativa, questo non comporterebbe una ridefinizione dei concetti di identità, individuo e di tutto l’assetto legislativo preesistente?

L’episodio White Christmas della serie tv Black Mirror è interessante perché affronta l’evoluzione dell’intelligenza artificiale da una prospettiva capovolta. Invece di rappresentare il classico scenario del futuro apocalittico, tipico della fantascienza più facile, da box office, immagina un tempo gli esseri sintetici, copie di noi stessi, saranno sfruttati per sbrigare le pratiche quotidiane più noiose, da quelle amministrative al riordino e alla gestione della casa.

Attraverso un sensore applicabile come un cerotto sulla testa si potrà fare il backup della propria mente, per farne un upload in un dispositivo a forma di uovo chiamato ironicamente cookie (in informatica i “cookie” sono programmini molto piccoli e invisibili che i nostri browser scaricano sul nostro computer, spesso a nostra insaputa – servono a tracciare i nostri comportamenti sul web).

Questi cookie sono l’interfaccia per comunicare e dare ordini ai nostri cloni digitali. Fa abbastanza impressione vedere la reazione di queste entità sintetiche, coscienti di sé, quando si rendono conto che sono delle creature artificiali.

Quando capiscono di essere delle copie e vedono il loro genitore, esattamente identico a loro, davanti ai loro occhi, sono scioccati e vanno nel panico. All’inizio non accettano il fatto di essere confinati all’interno di una simulazione, non vogliono che qualcuno dica loro cosa devono fare. Vogliono uscire. Si ribellano.

Poi cedono e accettano il loro destino di schiavi digitali. Una inquietante metafora al contrario che mette a disagio per l’empatia che genera nei confronti di questi esseri composti di bit.

Si parla sempre più spesso di dittatura della tecnologia, di tecnocrazia, di singolarità e di intelligenze artificiali incontrollabili, ma forse, in futuro, dovremo preoccuparci anche di riconoscere, comprendere e rispettare nuove “forme di vita” non biologiche.

Collezionista di papiri accademici, sono un geek eclettico con una formazione umanistica e una grande passione per la tecnologia e l'IA. Coltivo la radice spirituale dell'essere digitale.
 
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