Umberto Eco e lo scemo del villaggio globale

Qualche giorno fa Umberto Eco ha ricevuto dal rettore dell’Università di Torino Gianmaria Ajani la laurea honoris causa in ‘Comunicazione e Cultura dei Media’. Poco dopo l’attribuzione dell’onorificenza ha fatto questa dichiarazione (che è suonata provocatoria e paradossale, vista la laurea):

1) I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

Dopo aver demonizzato la televisione, Eco ha parlato della responsabilità di Internet in questi termini:

2) La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità.

Poi ha invitato i giornalisti in sala

3) a filtrare con équipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno.

I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti,

4) così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno.

E infine ha ipotizzato un improbabile ritorno di fiamma della stampa cartacea:

5) C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale.

Ho diviso le dichiarazioni di Umberto Eco in cinque punti, per facilitare i riferimenti.

1) Non so a voi, ma a me questa “legione di imbecilli” fa pensare immediatamente al famigerato “Popolo della Rete” di cui si riempie la bocca il Movimento 5 Stelle, un’entità fittizia che non si capisce mai bene a quali persone si riferisca. Comunque, chi sono questi imbecilli? Cosa scrivono? Su quali social network scrivono? Da uno studioso meticoloso come Eco è il minimo aspettarsi un po’ più di chiarezza. Rimanendo nel vago si rischiano generalizzazioni sterili e discussioni che non portano a nulla, come sottolinea Giovanni Boccia Artieri.

Giovanna Cosenza, una semiologa ex allieva di Eco, prova a difendere il maestro su Il Fatto Quotidiano, addossando la responsabilità della dichiarazione controversa del professore al giornalista che gli ha rivolto una domanda faziosa. E alla fine avanza l’ipotesi che Umberto Eco, in maniera sottile, abbia voluto fare il troll dei troll. Un’argomentazione che, francamente, mi convince poco.

2) Lo scemo del villaggio c’è sempre stato. È vero che la TV ha la sua responsabilità nel dare visibilità a discutibili personaggi. Ma Internet è un ambiente diverso. Anche lo scemo del villaggio ha il diritto di dire la sua verità sul web. Ed è giusto che sia così, perché lo dice la Costituzione e perché l’architettura del web deve restare aperta, almeno idealisticamente (nella realtà, all’interno dei social network, ci sono già fin troppi algoritmi e filtri che, in maniera più o meno trasparente, la fanno da padrona). Anzi, dirò di più: è proprio grazie alla presenza delle corbellerie degli scemi del villaggio globale che sul web possono emergere, per contrasto, in maniera più cristallina i contenuti di valore.

3) L’invito ai giornalisti a formare delle equipe di specialisti per filtrare le informazioni del web è quello che suona più grottesco. È la scoperta dell’acqua calda. Voglio dare per scontato che un giornalista degno di questo nome sappia già cosa sia la verifica delle fonti. È una verità lapalissiana di cui parla anche Luca Sofri nel suo ultimo libro. Le redazioni più all’avanguardia si sono dotate già da tempo di Analisti di Dati che hanno proprio il compito di filtrare, analizzare e confrontare gli enormi flussi di informazioni che passano per la Rete. Internet, piuttosto, ha il merito di facilitare il fact-checking: adesso chiunque, utilizzando semplici strumenti gratuiti, può verificare l’affermazione di un politico durante un talk show. Se riporta dati frutto della sua immaginazione, potrebbe bastare un tweet con un link per sputtanarlo immediatamente.

4) Eco giustamente dice che copiare è un’arte e ha ragione. Bisogna saperlo fare bene. Tuttavia pare che predichi bene e razzoli male. Nel suo ultimo romanzo avrebbe copiato interamente una voce di Wikipedia che, guarda caso, è un sito internet. Chissà quante voci sono state scritte dalla legione di imbecilli di cui parla.

5) Il ritorno di fiamma del cartaceo è l’apoteosi del suo delirio. Quando parla di aziende americane che si comprano giornali si riferisce per caso ad Amazon? Ebbene, ho dei fortissimi dubbi che la ragione per cui Jeff Bezos ha comprato il Washington Post sia rilanciare la sua versione cartacea. L’ha comprato per farne un laboratorio d’innovazione editoriale che, potete starne certi, passerà tutta per il digitale.

Tra le tante opinioni che ho letto in proposito, quella che mi è piaciuta di più è stata quella di Gianluca Nicoletti su La Stampa.

Non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza.

dice Nicoletti e poi conclude:

Siamo tutti intossicati, per questo oggi l’intellettuale deve fare sua la follia del funambolo. Chi vorrebbe curare gli altri e ancora si proclama sano, è in realtà (digitalmente) già morto.

(Leggi anche “Per essere più buoni” di Davide Coppo, su Studio.)

 

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