Nietzsche, il riso e i grandi libri

Coloro che leggono Nietzsche senza ridere, e senza ridere molto, senza ridere spesso, colti talvolta da un fou rire, è come se non leggessero Nietzsche. Il che è vero non solo per Nietzsche, ma per tutti gli autori che compongono l’orizzonte della nostra controcultura. La nostra decadenza, la nostra degenerazione sono provate dal fatto che sentiamo sempre il bisogno di mostrare a tutti la nostra angoscia, la nostra solitudine, il nostro senso di colpa, il dramma della comunicazione, la nostra tragedia interiore. Ma anche Max Brod ricorda, ad esempio, come il pubblico fosse preso da fou rire nell’ascoltare Kafka che leggeva Il processo. E Beckett è davvero difficile leggerlo senza ridere, senza passare da un momento di gioia all’altro. Il riso è importante, non il significante. Il riso-schizo, o la gioia rivoluzionaria, è ciò che i grandi libri suscitano, invece delle nostre piccole angosce narcisistiche e del terrore per chissà quale colpa. Potremmo definire tutto questo «il comico del superumano», prodotto da una sorta di «clown di Dio». Dai grandi libri si sprigiona comunque sempre una gioia indescrivibile, anche quando parlano di cose brutte, disperanti, terribili. Ogni grande libro attua già una trasformazione, e produce la salute di domani. Non si può evitare di ridere quando si confondono tutti i codici. Una volta che il pensiero è entrato in rapporto con il fuori, si scatenano momenti di riso dionisiaco – è il pensiero all’aria aperta. A Nietzsche capita spesso di trovarsi dinanzi a qualcosa di disgustoso, ignobile, vomitevole. Ma egli in questi frangenti si mette a ridere e affonda il dito nella piaga. Dice a tutti noi: ancora uno sforzo, non è abbastanza disgustoso; oppure: è straordinario quanto sia disgustoso, è una meraviglia, un capolavoro, un fiore velenoso, finalmente «l’uomo incomincia a diventare interessante».

(Gilles Deleuze, “Nietzsche e la filosofia”)

 

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